Si trovano più mascherine che “europeisti”

Questa è forse l’unica lieta nota del momento che viviamo.

Perché l’Italia sia entrata nella zona Euro, è un mistero. Un mistero che si spiega solo con la corruttela della nostra “classe” politica.

Un mistero ancora più grande è  come una significativa parte della popolazione si sia convinta che fuori della Zona Euro l’Italia sarebbe andata in rovina. Eppure i fatti parlano chiaro da tempo; dall’entrata nell’Euro-zona la nostra crescita si è azzerata, e le uniche cose che sono cresciute sono debito pubblico (nonostante i tagli alla spesa), la disoccupazione, la deindustrializzazione e la delocalizzazione (a favore spesso di altri Paesi Europei).

Ma a rinsanire questi idioti, vittime di una sorta di Sindrome di Stoccolma con carceriere teutonico, non serve neanche rammentare che altri Paesi Europei si sono guardati bene dall’entrare nella struttura monetaria dell’Euro, e tutti questi Paesi hanno proseguito, se non incrementato, la loro traiettoria di crescita e di standard di vita.

Andrebbe istituito il reato di europeismo.

Adesso gli utili idioti dell’Europeismo tacciono, ma è un silenzio di circostanza. Spunteranno fuori di nuovo appena tireremo fuori la testa dall’emergenza, come le lumache alla prima pioggia; drizzeranno di nuovo le antennine e le loro inutili teste assentiranno alle fatidiche parole: “l’Europa ci ha aiutato” e “senza l’Europa sarebbe stato peggio”.

Giova quindi ricordare a voi, non alle lumache, l’entità del tradimento europeo nei nostri confronti, perché noi non dobbiamo dimenticare cosa è successo:

l’Unione Europea nel mezzo di un’emergenza sanitaria di proporzioni bibliche ha preteso di prestare i soldi invece di donarli, tramite l’istituzione bancaria centrale (la BCE) che avendo assorbito i poteri della defunta Banca Centrale Italiana ha chiarito di non averne ereditato le responsabilità (economiche e sociali)

Più chiaro di così si muore (letteralmente).

Un po’ come se dopo il terremoto dell’Irpinia lo Stato Italiano (ormai defunto) avesse detto ai terremotati:

vi prestiamo i soldi e poi ce li restituite con gli interessi

Stessa identica cosa.

Non esiste nessuna Unione Europea, esistono solo sciacalli.

Noi non abbiamo nulla a che vedere con la sottocultura nordica.

La nostra è una ben più nobile cultura mediterranea, fondata sui concetti di pietas e caritas, ed ispiratrice della rinascita umanistica.

Un umanesimo che la Germania, ed i suoi servi, non ha mai capito. Non vi fate illusioni.

Un caro saluto.

Non ci sarà mai nessuna cura per il COVID19, ma questo non è assolutamente un problema..

Quando il panico prende la scena, ahimè, il buon senso, il raziocinio e la memoria finiscono col fare da spettatori dello spettacolo dell’assurdo.

Fino a 2 mesi fa vivevamo nella tranquillità più assoluta immersi in un habitat con ben più virus che essere umani; la nostra normalità era la convivenza con virus, anche pericolosi, senza nessun timore. Ora molti, troppi, hanno persino timore di tornare alla normalità.

Giustificato l’allarme, giustificate le misure emergenziali, ma il ritorno alla normalità non solo è necessario, è inevitabile anche per motivi sanitari.

Argomenterò meglio questo punto in prossimo articolo. Nel mentre mi limito a rammentare alcune cose che, pur essendo nozioni scolastiche, sembrano essersi perse. Se quello che segue per voi è scontato, meglio così. Vi assicuro che per molti non lo è.

coronavirus-SARS-cOv-2

I virus non sono curabili. Ebbene sì, tutti i virus, nessuno escluso, sono incurabili allo stato delle nostre nozioni scientifiche.

Lo ripeto. Nessun cura è mai stata trovata per nessun virus. Eppure siamo vivi.

Vi stupisce ciò? Magari avrete sentito parlare impropriamente di cure antivirali, o più propriamente di cure della sintomatologia virale. Ma in realtà l’unica cura esistente per un virus è il nostro sistema immunitario.

Ebbene sì, il nostro sistema immunitario è l’unica cura di un virus. Punto.

Su un piano terapeutico, cioè medico, l’unica cosa che si può fare è combattere la sintomatologia (insufficienza cardiaca, respiratoria, infezioni eccetera) per dare tempo al nostro sistema immunitario di sbarazzarsi del virus, e in alcuni casi di rallentare lo sviluppo del virus con farmaci che creino “condizioni sfavorevoli” a tale sviluppo. In ogni caso, la terapia medica, propriamente detta, consiste nel sostenere l’organismo e prendere tempo. Purtroppo nelle persone a rischio (per deficit immunitario e/o debilitazione) il sistema immunitario non riesce ad agire abbastanza velocemente in confronto al decadimento delle funzioni vitali aggredite da alcuni virus; in questo caso sopraggiunge la morte.

Per questo motivo, il contrasto ad un virus passa prima e principalmente per politiche (sanitarie) di prevenzione e controllo del contagio (epidemiologiche).

A tutto ciò si aggiunga, ovviamente, che un organismo più è sano e meglio è; e restare a casa, se necessario sul breve termine, non è certo salubre sul medio-lungo termine. Il fattore rischio implicato da una vita in cattività diviene statisticamente apprezzabile.

Il principale strumento sanitario di prevenzione è la vaccinazione delle persone a rischio; il vaccino (che non è una cura ovviamente) ha lo scopo di sollecitare le difese immunitarie prima che il virus infetti l’organismo. Ha senso per le persone a rischio, mentre per le persone non a rischio può portare più danni che benefici; come tutti gli elaborati chimici un vaccino può portare delle complicazioni, quindi va sempre valutato il rapporto rischio/beneficio da vaccinazione; a ciò si aggiunga che la dimensione di una campagna di vaccinazione va valutata su un piano statistico in quanto con politiche di vaccinazioni estese, oltre al rischio individuale da vaccinazione, si rende il rischio di fuga epidemica tutt’altro che trascurabile.

Il controllo del contagio (politica epidemiologica) è lo strumento principe, nel senso che determina sia sul breve che sul lungo termine il successo della lotta ad un virus. Parlo di controllo e non di contenimento del contagio non a caso. In questo momento noi stiamo vivendo la fase di contenimento del contagio perché in fase emergenziale. Siamo di fronte ad un virus ad alta letalità e contagioso, senza vaccini, senza terapie efficaci della sintomatologia, e con un sistema immunitario della popolazione completamente impreparato; di conseguenza la politica epidemiologica si allinea a quella terapeutica nel prendere tempo. Ma dopo la fase emergenziale, a meno che il virus non sia debellato (eventualità inverosimile a valle di una pandemia mondiale), si deve passare alla fase di controllo della diffusione del contagio; infatti, se un virus rischioso non è debellato, è necessario che si accrescano le difese immunitarie della popolazione in modo che si renda sistemico il contenimento naturale delle infezioni tramite quel fenomeno statistico che si definisce immunità di gregge (termine da alcuni vituperato, sulle cui basi scientifiche ed epidemiologiche mi dilungherò in un prossimo articolo). I tempi e modalità di passaggio al controllo della diffusione del contagio dipendono ovviamente dai tempi in cui si ritiene siano disponibili vaccini e terapie della sintomatologia virale.

Adesso, per molti di voi, l’idea che si possa passare alla diffusione controllata del contagio potrà sembrare assurda (sarà forse più chiaro il perché e per come in un prossimo articolo su cui lavoro da alcuni giorni).

Però prima di lasciarvi voglio fare leva sulla vostra memoria e sul vostro buon senso. L’influenza, in particolare il ceppo di tipo A (il più comune), fece la sua comparsa tra il 1918 e il 1920 con un computo di vittime su scala mondiale tra i 50 e i 100 milioni di morti, pari a circa il 2,5%-5% della popolazione mondiale. Allora le politiche di contenimento fallirono e le strutture sanitarie, neanche paragonabili a quelle di oggi, poterono fare poco.

Eppure nel giro di pochi anni (equivalenti ai mesi di oggi) l’influenza da stato epidemico diventò virus sistemico/endemico con cui conviviamo oggi, perché? E’ vero che abbiamo standard di vita e sanitari migliori, ma i due principali motivi sono di carattere epidemiologico:

  • i virus diventano tutti, naturalmente, meno malevoli perché essendo soggetti a mutazione tendono a divenire meno nocivi verso l’organismo ospite (l’essere umano)
  • al crescere degli infetti, aumentano gli immuni che determinano una barriera epidemiologica naturale estremamente efficace (immunità di gregge)

Con questa nota positiva vi lascio.

State a casa ma restate sereni.

Un caro saluto.

COVID19 : “Il virus è nell’aria”…

… ma nulla vola come le cretinate.

Una persona a me cara mi ha fatto notare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto che “il virus può permanere nell’aria”; da parte sua l’Istituto Superiore della Sanità ha fatto una mezza smentita, e quindi più recentemente l’OMS ha di nuovo smentito la trasmissione per via aerea.

Troppo tardi perché qualcuno è già caduto nel panico. Inutile dire che i media si sono guardati bene da fare il giusto tramite; la tentazione di far viaggiare la notizia e ingenerare panico e, casualmente, incrementare gli indici d’ascolto è sicuramente più forte dell’etica giornalistica.

Non voglio spendere troppo tempo sul tema, perché sono impegnato nella costruzione di modelli matematici per un prossimo articolo che credo troverete molto educativo (e credo rincuorante) sul prossimo futuro.

Quindi mi limito a dire che OVVIAMENTE il virus può anche essere disperso nell’aria e sopravvivervi per un tempo limitato. Ovviamente. Se prendessimo un metro cubo d’aria e lo scrutassimo al microscopio elettronico vi troveremmo tracce di triliardi di virus, dall’influenza al Covid19, dal morbillo alla meningite.

Questo non significa che ci sia un rischio apprezzabile di trasmissione per via aerea.

I virus sono ospiti del nostro organismo e siccome respiriamo, in parte li disperdiamo nell’aria. Senza contare che ci sono altri veicoli di contagio, incluse le altre forme di vita animale che convivono con noi.

Siete forse nel panico per la potenziale infezione da meningite? No? Eppure dovreste perché la meningite è nell’aria! E il vaiolo, non vi fa paura? Eppure anche esso può essere nell’aria.

Cerchiamo di stare con i piedi per terra.

C’è un motivo per cui il principale metodo di contagio è il contatto con liquidi espulsi da persone infette in nostra prossimità; il virus deve avere un mezzo che gli permetta di sopravvivere sufficientemente a lungo e deve essere in una concentrazione sufficiente a rappresentare un rischio rilevabile di contagio.

Volete mettervi la mascherina, va bene fatelo, ma nell’ottica di proteggere gli altri da voi stessi. Sappiate che la mascherina serve soprattutto alle persone infette a non infettare quelle sane, e non a prevenire l’infezione. La barriera protettiva rappresentata da una mascherina è minima, quasi irrilevante.

Ma se pensate di adottare la mascherina possa tutelarvi dall’infezione “dall’aria” siete fuori di testa (senza offesa). D’altronde se il virus è nell’aria la mascherina non dovrete più toglierla, neanche dentro casa, neanche sotto la doccia. Sarete molto più sereni, ne sono sicuro. Mica vorrete correre nel rischio di infezione aerea di 1 su trecento miliardi di possibilità, rischio in cui incorre l’incauto che ancora respira senza mascherina?

Bene fate voi ad indossare la maschera e non toglierla più.

E per inciso…evitate di toccare qualsiasi cosa….sapete l’aria non ha confini…e non conosce porte e finestre.

Un caro saluto.

COVID19: Quanto dista l’uscita del tunnel.

Faccio riferimento agli ultimi dati utili (di ieri 29 Marzo). Riporto come consuetudine i dati di tendenza del contagio da COVID19; a differenza però di quanto fatto in precedenza (qui e qui) aggiungo i dati di altre regioni, in modo da avere dati significativi per il Nord, il Centro e il Sud d’Italia. I grafici/analisi sono basati sui dati ufficiali, e riportano gli andamenti delle regioni Lombardia e Veneto (per il Nord), Toscana e Lazio (per il Centro), Campania e Sicilia (per il Sud) oltre ovviamente al dato aggregato Nazionale. Ogni regione ha un diverso colore (come da leggenda); il dato nazionale è sempre rappresentato con una curva tratteggiata in bianco [nota: se avete problemi a visualizzare, zoomate la pagina].

Qua sotto l’andamento dei nuovi casi (incremento assoluto) su base giornaliera.

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Sebbene, come già detto in precedenza, questo grafico è il meno utile a capire l’andamento vero dell’epidemia, vi è possibile comunque ormai cogliere il cambio (favorevole) di tendenza.

Più chiaro (e statisticamente rigoroso) è il grafico seguente che mostra l’andamento dei nuovi casi (incremento assoluto) su base settimanale. Non mi dilungo sulla spiegazione (già data 10 giorni fa) del perché tale rappresentazione è quella più utile, ma sembrano averlo capito anche altri comunicatori ufficiali e non ufficiali.

Diapositiva3

E’ abbastanza facile osservare la zona piatta che prelude la prossima discesa; l’andamento è più visibile per il dato nazionale, per la Lombardia e per il Veneto perché hanno numeri più significativi (la successiva figura, raffigurante l’andamento percentuale, è ancora più chiaro per tutte le regioni).

La successiva figura (qui sotto) che forse è meno intuitiva è in realtà la più significativa e quella più informativa e rappresenta l’incremento percentuale su base settimanale.

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In questa figura è infatti possibile osservare i trend (andamenti) convergenti delle differenti regioni verso la traiettoria (discendente) del dato Italiano. Nella leggenda è possibile leggere il dato giorno per giorno dell’incremento percentuale su base settimanale.  Sulla base di tali valori il 21 Marzo (sui dati del 20 Marzo) ci siamo spinti a fare una “previsione” del possibile dato Nazionale stimabile per  il 27 Marzo, pari al 60%; il dato reale si è dimostrato pari al 61%, in linea con le previsioni.

Con ragionamenti analoghi, recentemente, qualcuno si è spinto a ritenere plausibile la previsione di un tasso di crescita nullo tra una settimana. Ora, fermo restando che tale ipotesi ha un certo merito, e che è legittimo attendersi numeri molto bassi nell’arco di una settimana, tale previsione va presa con un significativo grado di cautela. Il motivo di tale cautela non è solo da ricercarsi nella necessità di trattare i fenomeni in oggetto con un certo grado di imprevidibilità e nel fatto che ci potrebbero essere piccoli focolai di “ritorno”; c’è di più. In particolare dobbiamo considerare due aspetti:

  • man mano che il numero di casi decresce il tasso di decremento percentuale “atteso” tende a diminuire, cioè la pendenza della curva dei casi giornalieri nella fase discendente tende ad addolcirsi; ad esempio la Lombardia, che è quella che esibiva il tasso di crescita percentuale più basso ieri (43%), aveva un tasso solo poco più alto due giorni prima (46%). In altri termini più il dato puntuale è basso e più la discesa “frena”
  • inoltre, il dato Nazionale è l’aggregato (inviluppo) del comportamento di differenti regioni che hanno focolai con sviluppo temporale leggermente differenti; ad esempio, si può stimare per la Toscana un ritardo di circa 3-4 giorni rispetto alla Lombardia, per il Lazio un ritardo di circa 3-4 giorni rispetto alla Toscana, ed analogamente per la Sicilia un ritardo di circa 3-4 giorni rispetto al Lazio. Il contributo quindi delle regioni in ritardo e con meno casi tenderà ad impattare più significativamente il dato nazionale al diminuire dei numeri delle regioni più infette e più precoci

Il combinato di questi due fattori fa presumere che la coda finale sarà più lunga di una settimana. Se dovessi sbilanciarmi, considerando un tasso di decrescita tendenziale giornaliero tra il 2% e il 3% (dedotto dai dati tendenziali su base settimanale degli ultimi giorni della regione statisticamente più significativa e precoce, cioè la Lombardia) e stimando in circa 10 giorni il ritardo evolutivo tra i focolai più precoci (Nord) e quelli più tardivi (Sud), definirei ottimistico assumere che l’epidemia si possa considerare chiusa prima di 30-40 giorni da oggi (inizio Maggio). Prendete ovviamente questa mia valutazione come pure esercizio accademico.

In ogni caso, è anche sperabile che l’allentamento delle misure contenitive, verosimilmente, inizi ad avvenire anche prima di Maggio, su base regionale e settoriale (perché le attività produttive non possono stare chiuse per un altro mese in tutta Italia).

Un caro saluto.

COVID19: La curva va in discesa…

I dati di oggi, sebbene con un computo drammatico di morti, finalmente esibiscono chiaramente il trend “in appiattimento della curva” dei casi positivi, di cui vi parlavo una settimana fa qui.

Come vi dicevo nell’articolo suddetto non ha senso osservare la curva dei decessi per capire se il contenimento sta funzionando. E tanto meno non ha senso osservare la curva dei casi positivi giornaliera per motivi già esposti la settimana scorsa, e che quindi non ripeto. L’unica curva che ha senso è la curva dei casi su base settimanale.

Questa volta, a differenza dell’articolo precedente, vi espongo prima la curva dell’incremento dei casi settimanali invece dell’incremento percentuale dei casi settimanali, perché forse più digeribile ai meno matematici.

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Il verde rappresenta il dato aggregato Italiano, il rosso la Lombardia e il bianco il Lazio. La curva del lazio è poco visibile per via dei pochi casi.

E’ finalmente evidente anche ai non esperti il trend decrescente. Il comportamento della Lombardia (epicentro) è lampante, leggermente più esitante quello aggregato Italiano per via del contributo  delle altre regioni, i cui rispettivi focolai sono in ritardo di “maturazione”; per via di questo, non dovremo sorprenderci se nei prossimi giorni la curva esibirà alcuni tentennamenti (balzelli).

Per i curiosi la linea tratteggiata bianca (17 marzo) rappresenta il momento in cui si è avuta una prima inversione di tendenza, circa una settimana dopo l’inizio del “lockdown” (linea tratteggiata arancione); la linea tratteggiata nera (22 Marzo) indica la seconda inversione (o flesso) della curva, dopo aver assistito ad una leggera ripresa della pendenza verosimilmente dovuta l’affiorare dei nuovi focolai italiani il cui contributo si è aggiunto a quello dominante della Lombardia con un ritardo di qualche giorno.

Infine, qui sotto, per omogeneità con la trattazione della settimana scorsa e per visualizzare meglio l’andamento del Lazio (anche perché simili ragionamenti sono portabili ad altre regioni) riporto anche lo stesso contenuto in forma di andamento dell’incremento percentuale dei casi su base settimanale.

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Anche il lazio sta seguendo la stessa traiettoria discendente della Lombardia e del dato Nazionale. Ultima nota; il dato del 27 Marzo ci dice che l’incremento percentuale di casi nel Lazio rispetto ad una settimana prima è del 93%, significativamente maggiore del 46% della Lombardia, e ciò è dovuto alla “giovinezza”, in termini relativi, del focolaio laziale. Visto che la Lombardia esibiva un tasso del 91% il 20 Marzo, potremmo spingerci a stimare in 7 giorni il ritardo del focolaio laziale rispetto a quello lombardo, e verosimilmente aspettarci che entro la prossima settimana il Lazio raggiunga il tasso percentuale di crescita della Lombardia. In ogni caso, la pendenza del Lazio è comunque in discesa e il trend è praticamente lo stesso del dato Nazionale e della Lombardia.

Un caro saluto, anche ai digiuni di matematica e agli scettici.

Letalità del COVID19: spieghiamo la significativa discrepanza tra Italia e Germania

Apparentemente la letalità del virus in Italia è significativamente più elevata che in Germania (ma non solo). Questa strana situazione porta confusione, incertezze e qualche dietrologia. L’articolo è un po’ lungo ma tutto sommato semplice da comprendere.

Per dare una ragione di ciò, è opportuno fare una premessa fondamentale; quella che misuriamo oggi non è la mortalità del virus ma letalità (per maggiori dettagli potete leggere questo articolo sul tema). Non è un dettaglio linguistico; la letalità è di solito almeno un ordine di grandezza (10 volte) più alta della mortalità.

Premesso quindi che stiamo parlando di letalità e non di mortalità, è importante fare un’ulteriore considerazione. Quella che misuriamo oggi non è neanche la vera letalità (stimabile solo a fine epidemia con numeri consolidati e stime raffinate) ma la letalità apparente. Cosa vuol dire questo? Spieghiamo:

Letalità reale = Numero Decessi Accertati/ Numero Infetti

Letalità apparente = Numero Decessi Accertati/ Numero Infetti Diagnosticati

Letalità apparente e letalità reale sono sempre differenti, e nella fase di crescita dell’epidemia il rapporto tra Numero di Infetti e il Numero di Infetti Diagnosticati cresce esponenzialmente con la dimensione del focolaio; se volete maggiori dettagli sull’argomento con qualche grafico leggete questo.

Attualmente i dati correnti dicono che la letalità apparente in Italia è di circa il 9,8% mentre in Germania è di circa lo 0,5%, in altri termini la letalità (apparente) misurata in Italia è quasi 20 volte quella misurata in Germania.

E’ sicuramente un dato che salta agli occhi e che quindi dovrebbe far suggerire che qualcosa non torna; d’altronde la letalità misurata in Spagna (7%) è vicina a quella Italiana e quella Francese (5%) non è lontana.

Qualcuno suggerisce che la Germania ha un sistema sanitario migliore, perché la Germania ha più posti letto e unità di cura intensiva pro-capite dell’Italia. Se pensate ciò, siete fuori strada (ma lo capisco visto il caos mediatico). E’ vero che la Germania ha quasi il doppio dei posti letto pro capite dell’Italia, ma la Svizzera che ha una volta e mezzo i posti letto pro-capite della Germania ha una letalità apparente misurata del’1,3%, cioè quasi 3 volte la letalità misurata in Germania. E l’Olanda? Gli olandesi misurano una letalità apparente del 5%, in linea con la Francia e 10 volte superiore a quella tedesca.

Il punto è che il sistema sanitario tra Paesi del “Primo Mondo” è sostanzialmente allineato, in particolare tra Paesi Europei avanzati. Il sistema sanitario incide minimamente su tale valutazione.

I fattori invece che portano a discrepanze rilevanti tra le misure della letalità sono quattro:

  • demografia
  • dimensione/stato evolutivo dell’epidemia
  • determinazione dei casi positivi (infetti diagnosticati)
  • determinazione dei decessi da COVID19

Vediamo in primis l’aspetto più intuitivo, cioè la demografia (che però nel raffronto Germania-Italia gioca un ruolo minore). Come sappiamo il tasso di letalità è largamente determinato dalle morti nella popolazione a rischio, in particolare la popolazione con 70 anni o più. L’Italia ha una demografia particolarmente a rischio e questo giustifica in in parte gli scostamenti dalle misure in altri Paesi Europei, ma sicuramente la demografia, da sola, non giustifica l’enorme scostamento dal dato tedesco.

Il dato particolarmente anomalo non è quello italiano quanto quello tedesco, e le ragioni vanno ricercate negli altri 3 fattori. Per capirne il perché ricordiamo come è calcolata la letalità apparente:

  • Letalità apparente = Numero Decessi Accertati / Numero Infetti Diagnosticati

E’ un rapporto in cui compare un numeratore (Numero dei Decessi Accertati)  e un denominatore (Numero degli Infetti Diagnosticati). Se moltiplico per venti il numero di decessi, la letalità si moltiplica di un fattore venti; stessa cosa se divido per 20 il numero dei casi accertati. Stesso risultato se moltiplico per 2 il numeratore e divido per dieci il denominatore. Sin qui la matematica. Spero sia chiaro il presupposto teorico.

Vediamo prima il numeratore che è più semplice da comprendere. Come detto prima, la popolazione a rischio in Italia è leggermente più significativa di quella tedesca ma ciò non giustifica scostamenti significativi; più significativo è il costume sociale per cui i giovani (gli untori) in Germania vivono meno in famiglia con i vecchi (le persone a rischio); a conforto di ciò il fatto che l’Austria che ha simili costumi sociali ha un tasso di letalità apparente (0,5%) allineato alla Germania. Ma lo stesso dovrebbe accadere per l’Olanda che invece ha un tasso di letalità apparente misurato 10 quello tedesco. Quindi, sebbene questo fattore giochi un ruolo, non giustifica le cose.  E’ importante altresì essere consapevoli di 2 cose;

  • ogni stato valuta i decessi da COVID19 in modo differente; alcuni collegano il decesso al COVID19 alla sola positività mentre altri solo se la causa può ragionevolmente essere ricondotta al virus;
  • alcuni stati effettuano verifiche post-mortem e altri no; e la Germania sembra ricadere largamente nel secondo caso;

Quindi anche “la conta dei morti” gioca un ruolo, ma ovviamente minore.

In sostanza tutti i fattori di cui sopra incidono sicuramente sul numeratore (e quindi sulla misurazione della letalità apparente) ma sicuramente non possono spiegare scostamenti dell’ordine di 10 o 20 volte.

Il fattore che invece incide di più sul numeratore è lo stadio evolutivo del focolaio, cioè se ci si trova di fronte ad un focolaio “giovane” oppure in fase avanzata. Il motivo è che i decessi sono una quota degli infetti che sono diventati sintomatici e che poi sono deceduti (verosimilmente dopo ricovero in cura intensiva). Nel caso del virus in oggetto, possiamo stimare che il decesso avvenga mediamente 4 settimane dopo l’infezione. In altri termini il numero dei decessi (numeratore del tasso di letalità) fotografa l’infezione con un ritardo di circa 4 settimane. E ricordiamo che poi finché non avvenga l’inversione di tendenza della curva, il numero dei decessi cresce più o meno esponenzialmente.

Quindi il focolaio Italiano (ma non solo quello italiano) che ha un vantaggio di 10-15 giorni su quello tedesco determina ovviamente un numero di decessi maggiori e quindi un numeratore del tasso di letalità maggiore.

Vediamo quindi il denominatore, cioè il computo dei casi positivi accertati. Il ragionamento è leggermente più complesso dei precedenti quindi prestate attenzione. Innanzi tutto vi ricordate la differenza tra letalità apparente e quella reale (di cui sopra)? Bene.

Il rapporto tra numero di infetti e casi accertati cresce esponenzialmente con il crescere dell’epidemia; perché questo? Non tanto per “inefficienza dei presidi sanitari” ma perché i casi accertati sono sempre in ritardo rispetto a quelli reali; nel caso in oggetto la curva dei sintomatici è in ritardo di 2 settimane (incubazione) rispetto rispetto agli infetti, quindi il rapporto tra sintomatici e infetti non segue una proporzionalità ma cresce esponenzialmente.

Quindi abbiamo un numeratore che “misura” l’epidemia con 4 settimane di ritardo e un denominatore che la “misura” con 2 settimane di ritardo. Poiché il rapporto tra reale e misurato cresce esponenzialmente con fattore crescente all’aumentare del ritardo, ne deriva che fin quando l’epidemia non venga stabilizzata (inversione di tendenza) il tasso di letalità misurato (apparente) cresce esponenzialmente. Questo significa anche che tanto prima avviene l’inversione di tendenza (contenimento del contagio) tanto minore è il ritardo tra misurato e quindi maggiore è la corrispondenza tra letalità misurata (apparente) e reale.

Poiché in Germania le misure di contenimento sono partite molto precocemente (rispetto allo sviluppo del focolaio) il numero di casi stimati è molto più vicino al numero di casi reali (quantomeno in termini di ordini di grandezza); questo significa che la letalità apparente misurata in Germania è sì destinata a crescere leggermente  ma è molto più vicina alla letalità reale del virus. Viceversa, in Italia quando sono partite le azioni di contenimento ci siamo trovati con un focolaio (in particolare in Lombardia) in fase avanzata con una la letalità apparente misurabile molto lontana (più alta) da quella reale.

In conclusione la ragione largamente primaria della sostanziale differenza tra la letalità (apparente) misurata in Italia e quella in Germania è riconducibile alla dimensione e stadio evolutivo del focolaio. 

Spero di essere stato utile. Una spiegazione più matematicamente rigorosa sarebbe stata poco digeribile.

Un caro saluto.

COVID19, il virus che segna la dicotomia tra scienza e politica

Da un lato medici  e operatori sanitari che applicano i dettami della medicina per curare, anche in emergenza. In trincea, “con una scarpa e una ciabatta”. E con loro virologi che definiscono norme di comportamento atte a minimizzare il rischio d’infezione secondo criteri scientifici, e epidemiologi che propongono misure di contenimento atte a contenere il contagio sulla base di criteri statistici.

Qui la scienza e il buon senso si fermano. Il resto è politica.

Sindaci che strillano contro le Regioni per far vedere che loro sì che ci tengono alla propria cittadinanza. E alla poltrona, Più di loro si agitano i Presidenti delle Regioni contro un governo lento e farraginoso. Loro sanno quale farmaco utilizzare; che ne sa l’Istituto Superiore di Sanità e il Ministero della Salute? Loro sono in grado di produrre anche mascherine chirurgiche che non hanno neanche bisogno di certificazioni secondo criteri sanitari standard. Certificazioni? Validazioni? Inutile orpelli scientifici. Per alcuni c’è bisogno di militarizzare (testuali parole) l’Italia per garantire l’assoluta osservanza delle norme; anzi non l’osservanza, l’ossequio, anche verso ciò che non è stato stabilito. Anche verso ciò che non ha senso. Perché i cittadini non sanno comportarsi; osano pure farsi una corsetta in solitario per uscire dalla loro prigione, pardon, dimora; non sanno costoro che il jogging solitario può infettare l’aria?

La scienza ha misura, la politica no.

In mezzo, un popolo straordinario che, unito dal buon senso, si isola e magari perde anche il lavoro; per il bene comune. Un popolo che però ha il torto di osservare solo quello che ha senso, e quindi ogni tanto dispiace il padrone. E sbaglia ad osservare solo ciò che ha senso, perché più attenzione meriterebbe il triste gioco dei mendicanti di voto al ribasso; di chi parla alla pancia perché ha capito che con l’iniezione della paura, insensata e acritica, si campa meglio che con la scienza.

Tu, recluso in casa, a testa bassa provi ormai diletto ad ascoltare la conta dei morti, e ti compiaci della tua osservanza cieca, obbediente a tutto. E colpevole di non aver fatto abbastanza. Ma certo di una sola cosa; da solo in casa salvi le vite; fuori, da solo, le metti a rischio. Mai rivolgere il dito contro i tuoi secondini, men che mai porre loro domande; hanno le chiavi della tua dimora. Che non ti venga in mente di chiedergli ragione di nulla. Sii diligente o il tuo vicino farà la spia.

“Fear is a lie”.

Cominciate a preoccuparvi per il dopo epidemia.

Un caro saluto.

In anteprima esclusiva le nuove norme di comportamento personale previste dal DPCM 22 Marzo 2020

In anteprima pubblichiamo le novità previste dal nuovo DPCM in corso di pubblicazione sulla gazzetta ufficiale in data 23 Marzo 2020, e aventi effetto immediato, inerenti i comportamenti personali atti a minimizzare il contagio da COVID19.

Punto 1: Accorgimenti per i cittadini che debbano recarsi presso il proprio posto di lavoro e impossibilitati allo smart-working.

  • per i pochi che ancora lavorano e non possano avvalersi dello smart-working è suggerito il teletrasporto; laddove tale modalità si dimostrasse impraticabile, e solo in subordine, ci si potrà avvalere di ologrammi o manichini (benché poco produttivi fanno presenza). Si rammenta che in ogni caso l’autocertificazione e la mascherina sono necessarie anche per l’ologramma e il manichino.

Punto 2: Accorgimenti per i cittadini che ritengano necessario prendere aria.

  • per coloro che ritengano l’attività respiratoria all’aperto indispensabile, è consentita una passeggiata esterna alle mura domestiche della durata non superiore ai 30 minuti; per i detenuti delle carceri in regime ordinario, tale durata non subisce variazioni e rimane pari a 1 ora. Tale attività dovrà essere svolta esclusivamente in assenza di estranei ed entro un raggio di 46 metri dal proprio domicilio; si rammenta che condizione necessaria per avvalersi di tale diritto (con esclusione dei detenuti) è l’essere dotati di guinzaglio a misura, telefono con GPS attivo e l’APP “ndominchiastai” (scaricabile dal sito Istituzionale del Ministero del Controllo) in funzione, onde permettere alle forze dell’ordine le opportune verifiche di ottemperanza all’ordinanza
  • la distanza in linea d’aria minima consentita tra persone in ambienti esterni è valutata in 16 metri; in virtù di ciò si fa divieto di affaccio dal balcone o terrazzo onde evitare possibili violazioni della distanza suddetta; l’affaccio alla finestra è consentito purché dotati di mascherina (tanto le mascherine sono introvabili) e comunque per una durata non superiore ai 3 minuti

Punto 3: Accorgimenti per i cittadini che ritengano necessario comperare cibo o medicinali.

  • per l’accodamento presso gli esercizi commerciali ammessi, in considerazione della distanza minima di cui al punto precedente, e in virtù della potenziale invasione di strade e autostrade, si richiede che si indossino opportune giacche catarifrangenti onde evitare incidenti che potrebbero comportare ulteriormente obero per l’apparato sanitario già sotto stress
  • si rammenta comunque che una persona in buona salute può restare a digiuno anche per 10 giorni e che l’acqua di rubinetto è potabile, per adesso

Punto 3: Accorgimenti per i cittadini che ritengano necessario adempiere le normali abitudini all’interno del proprio domicilio

  • in via eccezionale, la distanza inter-persona all’interno del proprio domicilio è ridotta di metà rispetto a quella all’esterno, nella misura di 8 metri. Tale distanza è soggetta a revisioni cautelative.
  • di conseguenza si consiglia di mantenere tale distanza durante le occasioni commensali; laddove tale distanza non fosse conciliabile con le dimensioni del tavolo da pranzo è consigliabile lo smart-dining cioè la rapida alternanza al tavolo, onde anche favorire la motricità articolare

 

Da soli ce le farete.

CdM – 22/3/2020

 

COVID19: A dispetto delle impressioni emotive, la quarantena nazionale sta dando effetti positivi tangibili.

Dai social media e dai media “ufficiali” non sembra che ci sia il giusto apprezzamento del fatto che la politica di contenimento del virus cui tutti stiamo partecipando sta già sortendo i suoi effetti. Complice la legittima ignoranza di epidemiologia/statistica della popolazione, ma anche il sensazionalismo della maggior parte del giornalismo e anche l’inutile se non dannoso iper-attivismo di qualche governatore…

Qua sotto trovate i trend di crescita dei contagi, derivato dai dati ufficiali. In rosso la situazione della Lombardia in quanto epicentro dell’epidemia; in verde il dato aggregato dell’Italia; in bianco il dato del Lazio in quanto regione solo lambita dal virus ma demograficamente simile alla Lombardia.

La prima cosa da comprendere è che i tassi di crescita dei contagi non devono essere valutati su base giornaliera ma quantomeno settimanale. I motivi sono due ed estremamente importanti:

  • il primo motivo è prettamente statistico, ed è legato al fatto che il numero di campioni da raffrontare deve essere sempre significativo rispetto al fenomeno valutato;
  • il secondo motivo è prettamente biologico, ed è legato alla dinamica del virus che si sviluppa in intervalli di tempo dell’ordine di settimane, non di giorni;

Chiunque faccia valutazioni epidemiologiche (quindi statistiche) su base giornaliera o è incompetente o male intenzionato.

Qua sotto puramente a fini dimostrativi, è indicato l’andamento (trend) di crescita del numero di casi accertati su base giornaliera.

Diapositiva1

Come osservate è difficile comprendere la dinamica del tasso di crescita dei casi. Aumenta? Diminuisce? E’ stabile? Oscilla? La quarantena nazionale (linea arancione) ha dato frutti o è stata inutile? La realtà è che il dato giornaliero non serve a nulla. Anzi serve solo a confondere le idee.

Per capire come vanno le cose l’unico dato statistico che ha senso osservare è l’andamento su base settimanale, cioè la variazione della crescita del numero di casi a distanza di una settimana. Qua sotto la relativa figura.

Diapositiva2

Come potete osservare dalla figura sopra, tale andamento è chiaramente in stabile decrescita, a riprova che la quarantena sta già dando evidenti risultati; la curva del Lazio è più incerta solo perché il campione è meno significativo e verosimilmente perché il Lazio si trovava nella fase di incubazione che al netto di una quarantena avrebbe portato all’esplosione dei contagi (come si evince dal tentativo di crescita con picco intorno al 14 Marzo); molto più chiaro invece il trend della Lombardia e quello nazionale.

Non si tratta di essere ottimisti o pessimisti, ma solo razionali ed informati. La quarantena ha funzionato in Cina, in Corea, in Giappone e sta funzionando, dati alla mano, in Italia. Chi crede il contrario è male informato. Chi dice il contrario è in malafede.

Ciò premesso, dire che il tasso di crescita dei casi è in decrescita (apparente ossimoro) non significa che i casi non aumenteranno (anche significativamente nei prossimi giorni); significa solo che la crescita esponenziale si è arrestata. Dovrebbe essere ovvio, ma qualcuno potrebbe cadere in errore. Il tasso di crescita nazionale settimana su settimana oggi è prossimo al 120% (ai dati del 21 Marzo 2020) che significa che se il trend si conferma ad una settimana da oggi potremmo avere un valore vicino al 60%, cioè il 60% in più di casi rispetto ad oggi (75,000 contro i circa 47,000 attuali). Prendete comunque questo numero solo a titolo accademico.

Un’ultima nota sui decessi. Sebbene i decessi siano la nota più drammatica, essi non rappresentano assolutamente un dato significativo per capire se la quarantena funziona o no.  Qua sotto un grafico che mostra il tasso di crescita dei decessi su base settimanale.

Diapositiva4

Si potrebbe cadere nell’inganno di ritenere che il l’andamento decrescente del tasso di crescita delle morti sia un dato positivo e legato in qualche modo alla quarantena nazionale attuatasi completamente il 9/3/2020 (linea arancione); oppure ritenere che la coda finale delle curve possa mostrare una recrudescenza dovuta al fallimento delle politiche di contenimento. Sarebbe un errore in entrambi i casi. In questo momento quello che apprezziamo è, in misura largamente prevalente, la capacità del sistema sanitario. Sebbene qualche effetto positivo (minoritario) è lecito attenderselo anche in questi giorni in termini di decessi, l’impatto della quarantena sull’andamento dei decessi sarà veramente apprezzabile solo più tardi (linea blu) a distanza di circa due settimane dall’inizio della quarantena. Il motivo è semplice e va ricondotto al fatto che il decorso favorevole o nefasto della malattia si realizza in tempi che (da quello che ho capito da alcune testimonianze) vanno da 1 a 3 settimane della terapia (e quindi in media ho stimato in 2 settimane).

In conclusione, è verosimile che dobbiamo prepararci non solo moralmente, ma soprattutto da un punto di vista sanitario, a numeri significativamente superiori a quelli di oggi per via di un bacino latente (pregresso) di infetti che continuerà (sempre più stancamente) a produrre malti e purtroppo anche decessi; ma la quarantena sta inequivocabilmente dando risultati positivi che diverranno molto più tangibili nei prossimi giorni.

Un caro saluto.

COVID19. E la Germania nasconde i morti sotto il tappeto…

La Francia non ride più, hanno smesso di fare video satirici sull’Italia. In Spagna si sono accorti che il problema Italiano non era “made in Italy”.

Così oggi la Francia conta 4.470 casi accertati d’infezione e 91 morti riconducibili al Covid19. La Spagna ci corre dietro in grande progressione con 5.750 casi e 136 morti accertati.

Ben intesto, sono ben lontani da noi in guida al gruppo con oltre 21.100 casi accertati e 1.441 decessi da Covid19. Ci raggiungeranno? Vedremo. Per adesso copiano i nostri rimedi.

In tutto ciò si distingue la Germania con circa 3.800 casi accertati e solo 8 morti “ufficialmente” ricondotte al coronavisrus. Un numero di casi accertati simile a quello francese e spagnolo ma un numero di decessi rispettivamente di 10 o 20 volte inferiore. Che strano.

Sebbene sia possibile avere differenze in termini di letalità/mortalità del virus in differenti contesti sociali, differenze solo in misura estremamente minore riconducibili all’assistenza sanitaria (vedi articoli precedenti “COVID19: SPIEGHIAMO L’APPARENTE ALTA LETALITÀ DEL VIRUS IN ITALIA” e “RESTARE A CASA È L’UNICA SOLUZIONE AL COVID19; SPIEGHIAMO IL PERCHÉ“),  una differenza di 1 o 2 ordini di grandezza in termini di mortalità a parità di numero di casi accertati non è giustificabile a meno che un Paese non sia particolarmente efficiente nel diagnosticare i casi (cioè la corrispondenza tra casi accertati e quelli reali). Ma questo non è sicuramente il caso della Germania che ha avuto una politica dei “tamponi” molto meno aggressiva dell’Italia.

Quindi, come per gli Stati Uniti, è verosimile assumere che i casi accertati in Germania non siano più vicini dai casi reali di quanto non sia per l’Italia, per la Spagna e la Francia.

La Germania sta evidentemente nascondendo i propri morti da Covid19 sotto il tappeto. Come? Semplicemente non ha effettuato test sulle morti sospette. In effetti negli USA proprio recentemente sono stati costretti ad effettuare test post-portem ed hanno scoperto decessi da Covid19 in alcuni casi ben precedenti all’esplosione del focolaio Italiano. Anche li hanno usato la strategia del “tappeto”. Per motivi economici ma anche elettorali.

Perché la Germania farebbe questo? Perché “market docet“.

La Germania, quelli che gli autolesionisti Eurofili Italiani definiscono fratelli Europei virtuosi, hanno usato il “tappeto” per migliorare la loro posizione competitiva sul mercato Europeo e, verosimilmente, fare acquisti a sconto sulla borsa Italiana. Non vi stupite quindi se anche nella prossima settimana di fuoco, virale e finanziaria, la Germania esibirà numeri stranamente bassi per poi esibire numeri molto più significativi nei giorni a seguire.

Come dice il detto “dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io“.

Un caro saluto.