La vera capitale di Israele

Trump riconosce Gerusalemme come capitale d’Israele. Oltraggio, delirio, incitazione alla violenza etnica, destabilizzazione delle relazioni Irsaelo-Palestinesi, eccetera, eccetera.

Atto inaudito, secondo molti. Eppure io ho un de ja vu.

Lungi da me difendere Trump, anche se devo riconoscere di essere in credito con lui, se non altro perché sto ancora festeggiando le lacrime da debacle della globalista femminista “made in Bielderberg”.

La notizia, però, non fa notizia a casa mia. Così si sono espressi i tre presidenti Statunitensi che hanno preceduto D. Trump, testuali parole:

Gerusalemme è ancora la capitale d’Israele e deve rimanere una città indivisa

Bill Clinton, nel 1992

Appena assumerò l’incarico di Presidente, inizierò la procedura per trasferire l’ambasciatore Statunitense nella città d’Israele in quanto capitale

Jeorge W. Bush, nel 2000

Gerusalemme sarà la capitale d’Israele, l’ho detto prima e lo ripeterò in futuro

B. Obama, nel 2008

Gerusalemme rimarrà la capitale d’Israele

B. Obama, (qualche tempo dopo) nel 2008

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La vera capitale d’Israele non si è mai spostata, e mai si sposterà.

Un caro saluto.

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Cyntoia Brown, la vittima assassina e il “giornalismo” di genere

In breve Cyntoia Brown è una giovane donna (33 anni) che all’età di 16 anni ha ucciso premeditatamente (fatto assodato) un “cliente” dopo averci fatto sesso (fatto assodato) per poi portare via la sua arma e il portafogli (fatto assodato).

L’assassina è stata quindi condannata all’ergastolo. Fin qui i fatti verificati.

Le paladine della pop-culture statunitensi la vedono differentemente ed hanno creato un hashtag (#FreeCyntoiaBrown) per liberare la povera vittima. Così deve pensarla anche V. Santarpia che così scrive sul Corriere della Sera:

Partorita a sedici anni da una donna, figlia di uno stupro, che abusava di alcol, spacciava cocaina e ha passato più tempo in carcere che a casa, Cyntoia Brown non ha avuto una vita facile. 

La vittima (Cyntoia, s’intende) è figlia di uno stupro; forse la “giornalista” voleva dire che Cyntoia è nata a valle di uno stupro, ma tralasciamo l’uso ardito della lingua italiana. In ogni caso la parola “stupro” è la chiave d’interpretazione di tutto l’articolo. La madre è invece un modello ispirazionale, se tralasciamo la sua dedizione al crimine e all’alcool, ed ovviamente vittima di stupro. Insomma vittima figlia di vittima.

E quella paura e la rabbia che l’hanno spinta a premere il grilletto quella notte non sono altro che il frutto di anni di soprusi e violenze.

La paura e la rabbia hanno spinto la “vittima” ad uccidere l’uomo. Bene, tutto chiaro. Come? A voi non è chiaro? Un attimo di pazienza.

Precisa quindi la “giornalista” :

Quella sera, racconta la Bbc, Cyntoia era in giro con il suo fidanzato, uno spacciatore violento soprannominato Kutthroat, che le chiese di procurargli un po’ di soldi. Cyntoia, per accontentarlo, accettò di fare sesso con Johnny Allen, un agente immobiliare di Nashville che la portò a casa sua, le mostrò la sua collezione di armi, dicendole che era un ex tiratore scelto dell’esercito.

La Cyntoia non era una prostituta che si accompagnava a un pappone, no!  Ella era una povera ragazza che per “accontentare” il ragazzo, delle cui attitudini violenti e criminali lei era ovviamente inconsapevole (per la cronaca Kuttthroat significa Tagliagola), racimolando un po’ di denaro (per lui ovviamente, mica per se stessa) decise di fare “compagnia” ad un altro uomo (spoiler: quello che finirà con una pallottola nel cranio).

Cenarono, guardarono la tv, poi si misero a letto e lui la violentò. Poi Allen si voltò e allungò la mano verso il lato del letto: Cyntoia ha raccontato di essere stata presa dal panico, pensando che lui stesse cercando una pistola. Convinta di essere sul punto di morire, gli sparò alla testa con una pistola calibro 40 che lo stesso Kutthroat le aveva dato per difendersi.

La dinamica che segue all’incontro è quella tipica della legittima difesa per un’aggressione a fini di stupro. Infatti la Cyntoia va a casa di un perfetto sconosciuto con il proposito di fare soldi (facendo un prelibato manicaretto, s’intende), guarda la TV con il tizio, s’infila a letto (ovviamente inconsapevole degli esiti biblici della cosa) e dopo la copulazione quando lui si gira dall’altra parte del letto lei gli piazza una bella pallottola calibro 40 nella nuca (perché spaventata).

Poi la vittima se ne va col bottino. Un classico.

Ringrazio la “giornalista” per avermi illuminato sulla vera dinamica dei fatti. Una povera ragazza concepita in uno stupro subito dalla madre vittima, che subisce la paura e la rabbia per la vita che è costretta a subire, che pur di accontentare il ragazzo oppressore si reca con una pistola calibro 40 a casa di un uomo per racimolare denaro in modi non specificati, per poi subire uno stupro e quindi difendersi preventivamente dalla potenziale violenza successiva (non si sa mai cosa può fare un uomo che giace sul letto dandoti le spalle).

La ringrazio vivamente, perché un misogino come me potrebbe facilmente cadere nell’errore di vedere nella Cyntoia una carogna che ha imparato dalla madre l’arte del crimine e della menzogna, che si reca a casa di uno dei tanti “clienti” con l’intento premeditato di fargli saltare la testa e rubargli il denaro e le armi, per poi raccontare la storia imparata dalla madre per farla franca.

Un caro saluto.

Noemi divorzia, e adesso?

Ebbene sì, Noemi e Vittorio divorziano.

Chi è Noemi? Nientepopodimeno che una delle “papi girl”, oggi 26 enne.

Chi è Vittorio? Un pollo di 36 anni.

I due hanno avuto 2 bambini ante matrimonio, per poi convolare a nozze. Purtroppo l’idillio nuziale è durato solo 3 mesi.

A Noemi, cui andrà la modica cifra di 6 mila euro mensili, per i bambini ovviamente, i miei auguri per il suo futuro di imprenditrice. Fino ad oggi ha saputo gestire benissimo i sui affari.

https://www.msn.com/it-it/intrattenimento/entertainmentnews/noemi-e-vittorio-dopo-90-giorni-finisce-il-loro-matrimonio-all%e2%80%99ex-sposa-6mila-euro-al-mese/ar-AAtL4BT?ocid=spartanntp

Il Reietto.

Donne al volante…

Sorpresa, sorpresa! Le donne sono più “sinistrose” degli uomini. Non credo che la notizia abbia fatto prima pagina, eppure dovrebbe.

Ebbene sì, le donne hanno sorpassato gli uomini nella frequenza di incidenti stradali causati alla guida di automobili.

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Vi ricordate quando le compagnie assicurative alzarono i premi maschili per la supposta maggiore “sinistrosità” del vil maschio? Nessuna sfilata delle sacerdotesse della “gender equality” allora, anzi. Semmai la sinistrosità maschile era motivo (ulteriore) di un malcelato senso di superiorità rosa; una retorica che tuttora perdura, per alimentare qua e là qualche ulteriore rivendicazione, di solito dal risvolto pecuniario.

Ed adesso, che facciamo? Alziamo i premi assicurativi alle donne? Per carità, non scherziamo.

Ma c’è ancora di più. La notizia vera è che le donne non sono più sinistrose degli uomini da oggi, ma bensì dal 2012.

Le solite note ora si consumeranno nello spiegare al mondo come il sistema automobilistico, espressione di una società androcentrica, maschilista e misogina, penalizzi lo stile di guida femminile, troppo oberato dal multitasking necessario ad assolvere le infinite mansioni per poter frenare in tempo.

Intanto notiamo che diviene molto più chiaro il perché del mancato ostracismo delle compagnie assicurative alla recente decisione della Comunità Europea di bandire la “discriminazione sessuale” vigente sul premio assicurativo ai danni degli uomini.  E’ chiaro, o devo spiegarlo? Vabbè lo spiego. Se le compagnie assicurative avessero potuto continuare tale pratica, oggi dovrebbero fare sconti agli uomini (non alle donne) i quali rappresentano il 57% del totale del mercato.

Comunque sia, è un vero peccato che tal politica non sia più vigente. La gender equality automobilistica avrebbe riscosso il suo salatissimo prezzo ma le donne avrebbero comunque celebrato questa pietra miliare dell’uguaglianza, o no?

Io devo invece accontentarmi di poco, di una mera sogghignante soddisfazione morale.

Donna al volante, pericolo costante.

Mirco Sacher, un omicidio di genere

Qualcuno ricorderà il suo nome. Forse no. Ma forse il suo volto, sì.

Il suo caso ricade in quella rara categoria in cui a fare prima pagina è l’immagine della vittima piuttosto che degli assassini. Ma c’è un perché.

A vostro beneficio, faccio un breve riepilogo della ricostruzione dei fatti. Quindi l’epilogo della vicenda.

Circa 4 anni fa due ragazze, all’epoca di fatti sedicenni, uccisero un pensionato di 67 anni. Tanto basterebbe, ma aggiungiamo qualche ulteriore dettaglio.

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Due ragazze intrattengono da tempo una relazione intergenerazionale con Sacher; le ragazze di tanto in tanto si recano a casa dell’uomo (per più di un anno) si spogliano e si fanno dare qualche toccatina; in cambio della prestazione il pensionato elargisce parte della propria pensione.

Con il provento le ragazzine acquistano marjuana (tanto è vero che ricostruendo i fatti la procura ha poi scoperto a banda di spacciatori da cui le “adolescenti” si rifornivano).

Un giorno, come gli altri, le due ragazze si incontrano con l’uomo, passano in gelateria e quindi vanno a casa di quest’ultimo. Nessun sequestro, ovviamente, tant’è vero che durante la permanenza nella casa di Sacher  una delle ragazze si sente telefonicamente con il suo “ragazzo”.

Dopo circa un’oretta le ragazze si fanno dare un passaggio e durante il tragitto fanno una deviazione in un campo, in una zona non appartata; le ragazze in un primo momento dichiararono che l’uomo aveva deviato contro la loro volontà, salvo essere smentite da testimoni oculari che, da una vicina fermata dell’autobus, le avevano amabilmente viste chiacchierare fuori della macchina con il Sacher.

Le due ragazze uccidono quindi il pensionato (soffocamento); dichiareranno quindi di aver reagito ad un tentativo di stupro, ipotesi smontata quasi immediatamente dagli investigatori. Dopo l’omicidio le ragazze rubano l’auto e il bancomat della vittima. Dettaglio non trascurabile; una delle due ragazze ha nel suo passato una relazione con un ragazzo marocchino in carcere per estorsione perché costringeva una terza persona a fare prelievi con il bancomat sotto il ricatto di rivelarne l’omosessualità. Una testimone riferirà poi di aver visto i tre (le ragazze e il futuro morto) discutere per una questione di soldi.

Le ragazze quindi girovagano per diverse ore (senza ovviamente fare capolino da Carabinieri o Polizia); alla fine si incontrano con degli amici a cui descrivono l’accaduto come un estratto di un videogioco (GTA); i ragazzi riferiranno agli inquirenti che le ragazze sembravano calme e tranquille e non tradivano alcuna emozione. Saranno proprio i ragazzi a convincere le ragazze a costituirsi.

In sintesi, due bugiarde che estorcono denaro per fumare marijuana e che infine assassinano (premeditamene ?) un pensionato accampando il pretesto del tentativo di stupro. Quale il loro destino?

Vengono affidate ai servizi sociali e sei mesi dopo (2014) messe in libertà con una sentenza che dichiarerà il reato estinto (come il Sacher) se si comporteranno bene per 3 anni.

Titoleranno, varie testate, che le ragazze sono state “riabilitate”.  Qualcuno si spinge fino al punto di definirle vittime.

Direte voi, “saranno emerse ulteriori evidenze che portano ad altre conclusioni”. No, i fatti sono quelli sopra, schiaccianti (potete verificarli). Quello che cambia è l’interpretazione “di genere” dei fatti, il dogma della donna vittima che subisce anche le proprie azioni.

Così il recarsi per più di anno a casa di lui e spogliarsi si parafrasa,  secondo le parole di una delle assassine, in “Ci portava in camera e ci spogliava solo nei pantaloni, tutte e due insieme…”.  Non solo; secondo il rapporto del perito il fatto che la vittima (pardon, carnefice) desse denaro alle assassine (o vittime) costituiva non una subita estorsione ma una “costrizione” attuata verso le povere creature.

Un insulto non solo al diritto, ma all’intelligenza umana.

Ora provate solo a pensare se due adolescenti maschi di circa 16 anni circuissero una pensionata e per un anno in cambio di denaro elargissero favori pseudo-sessuali, per poi uccidere la pensionata e fuggire con il suo bancomat ed auto. Potreste solo immaginare un simili epilogo?

Questo è uno schifo.

E a proposito, buona Festa della Donna.

A proposito di Trump; lettera aperta agli intellettualoidi di Sinistra.

Sono francamente stanco di sentire e soprattutto leggere, anche su supposte testate informate di sinistra, emerite fandonie riguardo il Presidente Donald Trump. Anche per questo è un po’ che non scrivo. La sensazione (fondata) di scrivere al vento. Troppo da scrivere e l’impossibilità di stare dietro tutto quello che, inutilmente, si muove.

Su Trump si potrebbero dire molte cose, vere, a partire dal suo supporto per la tortura dei “terroristi” o la “crociata” (per ora dialettica) contro la Cina. Per non parlare per la sua scarsissima conoscenza della situazione internazionale e di altre cose.

Ma invece lo sport preferito dai supposti anticapitalisti di sinistra, è quello della “character assassination”. La peggiore “character assassination”, quella basata sull’ignoranza di chi legge in buona fede e di chi scrive, a volte in malafede, per compiacere il proprio ego di “compagno” disilluso dalla Sinistra Sorosiana, o semplicemente per acquistare punti nel ranking dell’anticapitalista.

E così il “muro” di Trump con il Messico (semmai questo muro si farà mai, per inciso) dimostra il suo razzismo; il muro che volevano i Clinton (entrambi) alcuni anni prima, ora diviene la pietra dello scandalo. Pochi (eufemismo) dicono che negli USA ci sono 11 milioni (non bruscolini) di immigrati illegali provenienti dal Messico, e, ahimè, il tasso di criminalità in tale componente demografica è assai elevato. Sono dettagli trascurabili, evidentemente. Trump probabilmente la spara grossa sul “muro” ma pone un problema reale e grave quando parla dell’immigrazione clandestina da bordo meridionale.

Trump sospende l’ingresso da sette Paesi “musulmani” e quindi è razzista. Allora, cerchiamo di essere chiari. Ci sono decine di altri Paesi “musulmani” per cui tale divieto non sussiste. E il divieto di ingresso per persone di nazionalità non gradita  vale per i musulmani, per i cristiani, per gli atei, eccetera eccetera. I Paesi a cui è stato imposto il divieto sono quelli in cui i suoi predecessori hanno portato la guerra (questa veramente razzista ed imperialista) ed in cui è ragionevole assumere ci sia la maggiore probabilità di sussistenza di organizzazioni terroristiche anti USA. La scelta di Trump, condivisibile o no, efficace o no, è di sicurezza nazionale. Lo so, la parola Nazione non piace. Ma ringraziate Bush, Obama e i Clinton per il disastro attuale.

Trump è sionista. Cari sinistroidi, chiariamoci ancora una volta. Una volta per tutte. Israele è sionista, da decenni. La natura di Israele non è quella di Stato-Nazione ma di avamposto statunitense nel Medio Oriente e per questo gli USA saranno sempre, finché il dio petrolio produrrà la sua manna, filo-israeliani. Se Israele è sionista, gli USA saranno sionisti. E’ il prezzo che Wall Street ed il Pentagono sono ben lieti di pagare per il prezioso ruolo svolto  nella terra dell’oro nero da uno Stato inventato 70 anni fa per ragioni evidenti a tutti.

Chissà cosa succederà quando l’Hitler americano dovesse mettere le mani sulla NATO. La Sinistra Illuminata avrà modo di distinguersi anche in questo caso.

Chiudo con una dritta.

Volete sapere perché negli ultimi giorni, dopo la valanga di Executive Orders firmati da Trump, Wall Street si sta spaventando? Non perché le Blue Chips e la Silicon Valley siano spaventate dalla chiusura delle frontiere ai 7 Paesi musulmani. No. Sono spaventate dal fatto che Trump fa sul serio e sta facendo quello che aveva promesso, e lo sta facendo in tempi record; sono terrorizzate dalla possibilità che Trump dia seguito ad altre sue promesse, una su tutte; quella di ridurre il ruolo della FED, la banca che ha pompato triliardi di dollari per gonfiare l’apparente crescita economica statunitense fatta di enormi surplus aziendali e di lavori inutili e sussidiati atti a calmierare la disoccupazione strutturale e a nascondere ad un popolo che campa di Food Stamps il debito insolvibile di un Paese che ha esternalizzato tutto, inclusa la democrazia.

Un caro saluto.

L’hobby preferito dalle donne: smerdare gli uomini.

No, non mi dite che non si usano queste parole. Non ci provate neanche.

Sono parole scelte con metro, misurate, appropriate alla situazione.

Qualche minuto fa seguivo 5 minuti di una trasmissione televisiva in onda su RAI1 (quella pagata con il canone estorsivo)  in cui si metteva a processo un ragazzo (si fa per dire, vista l’età di 42 anni), reo di vivere con la mamma, avere una limitata frequentazione del “gentil sesso” e di dedicarsi al videogioco. Reato dei reati, poi, quello di usufruire delle prestazioni domestiche della mamma.

Il “ragazzone” veniva allegramente deriso da quasi tutti, quasi tutte donne, un uomo e Vladimir Lussuria (decidete voi dove collocare quest’ultimo/a). Il giudizio unanime (ed inappellabile) delle donne era quello della sindrome di Peter Pan (tema cui riserverò un articolo a parte) emblematico di uomini deboli e mammoni; l’unico maschio (si fa per dire) rimproverava al “ragazzone” il reato di aver avuto solo due ragazze, nel tentativo di rilevare il ruolo di maschio Alfa in un’arena senza avversari, compiacendo la platea (ed audience) femminile. Lussuria, seraficamente, liquidava l’imputato definendolo un”caso umano”; “lui”, dico “lui” era il caso umano, caro/a Vladimir?

Gogna mediatica, lo spettacolo preferito dalle donne.

Diranno alcune, quelle che non hanno già chiuso la pagina per reato di misoginia e violata vagina, che la trasmissione è apparecchiata, che le storie sono finte. Probabile, quasi certo. Ma la logica dialettica era invece sincera, spontanea, quella quotidiana, quella che pervade ogni pagina della realtà in cui il femminile prende il microfono a favore di telecamera.

La trasmissione TV è emblematica, aneddotica, dell’opinione che le donne hanno degli uomini ed esprimono in ogni contesto in cui si sentano libere ed empowered.

Ricordo un episodio (aneddotico, anche questo) di vita reale occorso lo scorso anno; una collega insegnante che durante un consiglio dei docenti non trovò di meglio di lanciarsi in un soliloquio in cui denunciava la lentezza degli uomini, e di come lei al supermercato evitava le casse presidiate da maschi. Tutto in un tentativo, mal riuscito, di irritare i colleghi maschi e nel tentativo, parzialmente riuscito, di sollecitare la sorellanza. Dopo qualche minuto la catarsi prese la sua rivincita; la gentile collega sprofondava nel ridicolo manifestando la propria lentezza nel svolgere una pratica che tutti gli altri avevano assolto celermente. Nessuno disse nulla; lo sguardo imbarazzato di lei appagava abbastanza l’ego di tutti.

Aneddoti a parte, signore care, è bene che realizziate che questo disprezzo verso gli uomini, è palese, manifesto, anche se molti, la gran parte, non ve lo fanno notare. E’ in gran parte per questo che il “muro” diviene sempre più alto, più spesso, e più vicino.

Il gioco ha stancato. Recitare il ruolo delle vittime per reclamare privilegi, assistenza e speciali provigioni; per poi palesare un’aurea di superiorità una volta salite sul podio. Quando sarebbe tempo e  caso di ringraziare, non trovate di meglio che “smerdare”.

E no, prima che questo pensiero vi attraversi, non sono solo le “femministe”. Siete voi, non tutte, forse, ma tante. Ed è forse per questo che non vi sopportate neanche fra di voi. Io vi capisco.

E se qualcuna ancora sorride, sappia che riderà per poco, e non rideranno affatto le vostre figlie.

Minimizzavano e sorridevano, prima, le giovani giapponesi, guardando al fenomeno degli “erbivori“; poi non più.  Altrettanto le giovani statunitensi, quando lo stile di vita MGTOW di molti coetanei era in embrione; ora non più.

Il muro si avvicina, già sento il fragore dell’impatto.

Un caro saluto.

35 anni, istruita ed indipendente. E tutto un muro davanti.

To hit the wall“, dicono gli anglofoni. Una sorta di frase idiomatica divenuta gergo comune per indicare, e spesso per irridere, le donne arrivate in prossimità dell’ultimo tocco del proprio orologio biologico, costrette a realizzare che la possibilità di trovare un partner si è drammaticamente ridotta, proprio quando il tempo scorre più veloce.

Alcune riescono ad attraversarlo il muro, sempre di meno. Molte rimbalzano e ritentano con esiti solitamente infausti, con una rincorsa sempre più breve ed un muro sempre più alto. Altre, invece, il muro non lo vedono proprio, o fanno finta di non vederlo; uno schianto in piena corsa.

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Eppure il muro è ben visibile, ed in tanti si sono premoniti di mettere in guardia le povere “vittime”. Poveri uomini. Certo che appellarli con gentili epiteti (“misogini!”, “maschilisti!”, “oppressori”) alla lunga non ha giovato. Ora gli oppressori misogini maschilisti osservano divertiti, con una malcelata smorfia di sarcasmo, lo spettacolo dello schianto.

Eppure il muro non l’hanno mica costruito loro. Il muro l’avete costruito voi, con le vostre belle manine, “care” donne. E’ un muro vecchio di secoli, è colpa del principio di Pareto: l’80% di voi considera appetibile il 20% del sesso non gentile. Ma il muro oggi non è stato mai così alto, e quelli che allora vi attendevano alla soglia per lanciarvi oltre l’ostacolo, ora si gustano lo spettacolo, appollaiati sulla sommità.

Mentre voi trascinate quell’insensato complesso da principessa, interrogandovi sul perché mai il principe azzurro si neghi. Già, chissà perché?!

You wanna it all. You got the wall.

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