Congedo mestruale

Giovedì scorso ero in auto, diretto ad una delle scuole in cui “insegno”, ed ascoltavo una trasmissione radiofonica. I capolavori della corrente musica pop venivano  interrotti da una news  emblematica dei tempi che viviamo. Un sondaggio (non so quanto attendibile) rivelava che il 70% delle persone intervistate manifestava il proprio assenso al “congedo mestruale“. Sette (7) giorni di congedo per le donne nel periodo mestruale.

E perché no? Sarebbe una grande conquista per i colleghi delle congedate. Qualche femminista dei tempi andati forse si rivolterebbe nella tomba, ma sicuramente i colleghi maschi che lamentano l’irrazionalità saltuaria (ma periodica) dell’altra metà del cielo, godrebbero di 7 giorni di pace, ogni mese.

donna-con-dolori-mestrualiPerché no, quindi?

Ovviamente congedo non retribuito, s’intende. E senza contributi, ovviamente.

A casa sì. Piacevolmente assorte a coccolare il vostro ventre. Ma senza paga e senza contributi. Perché altrimenti la domanda ovvia si pone.

Chi paga per il vostro prezioso congedo mestruale? Ed in tempi di spending review della reversibilità, patriarcale retaggio della eteronormativa famiglia tradizionale, la domanda si pone, eccome.

“We can do it”.

we-can-do-it

Certo, care, certo.

Buon congedo.

Annunci

Zika, la sorella gemella di Ebola

L’anno scorso è stata emergenza Ebola in Liberia e Sierra Leone. Emergenza inventata dai media americani (in primis il Wahinghton Post), attraverso i dati WHO taroccati dal CDC (l’istituto superiore della salute US). Emergenza che ha poi fruttato, casualmente, contratti miliardari alla General Electric statunitense nonché il ruolo di salvatore dell’umanità degli USA, patria dei vaccini “in grado di combattere il virus”; virus debellato però con tradizionalissimi mezzi, noti dal lontano 1976. Ma tant’è gli USA hanno ristabilito un ruolo geostrategico in terra d’Africa, continente sempre più Cinese.

mosquito

Adesso arriva Zika nel Sud America sempre più BRICS, già messo in ginocchio dalla crisi petrolifera made in US/Arabia Saudita e dall’opportuno rialzo dei tassi d’interesse sul Dollaro. Il Venezuela è già caduto e il governo brasiliano traballa.

A presto il vaccino Zika made in US e la foto del politico verdeoro a braccetto con Obama.

Femminismo a Colonia

Qualche settimana fa scrivevo un articolo “WHY #FEMINISM LOVES RADICAL #ISLAM” (perché il femminismo ama l’Islam radicale ).

In sostanza il messaggio era il seguente:

il femminismo non può accettare la dimensione contingente, culturale e situazionale del sessismo e delle discriminazioni, perché altrimenti dovrebbe accettare il fatto che non è una questione di genere; e se accettasse questo assunto dovrebbe poi contemplare l’ipotesi che nella nostra contingenza/cultura occidentale le donne non sono affatto oppresse e magari le discriminazioni e il sessismo esistono a parti invertite. Il femminismo non può accettare questa ipotesi, in premessa. Se accettasse tale ipotesi, si dissolverebbe.

muslim-womanUna femminista irrideva, ovviamente, su twitter il contenuto dell’articolo.

Ovviamente i fatti, pochi giorni dopo, mi hanno dato ragione.

Il femminismo non può accettare la dimensione culturale del sessismo, della misogninia e della misandria (parola, quest’ultima che neanche contempla).

Per il femminismo la violenza e il sessismo sono di genere. Di un genere.

Così anche davanti ai fatti (ipergonfiati per speculazioni politico-ideologiche in opposte direzioni) il femminismo non accetta che se ne faccia una questione culturale legata all’Islam, perché altrimenti saprebbe di razzista. Meglio, molto meglio farne una questione di genere, perché …. perché farne una questione di “genere” non è affatto un concetto razzista…

Ascoltavo allibito, ma non stupito, i dibattiti di questi giorni.

Chi ne faceva, prevalentemente dal fronte maschile, una questione di civiltà: “l’Islam è misogino”, in chiave xenofobo-razzista.

Chi ne faceva, dal fronte femminile, una questione di genere: “i maschi sono violenti e misogini”, in chiave misandrico-razzista.

Una giornalista cinquantenne, con lauto stipendio, fresca di parrucchiere, in tallieur e tacchi a spillo ricordava quale violenza subiva 37 anni fa, quando  doveva sfilare tra gli sguardi degli uomini. Gli sguardi. … a Sabaudia.

A Sabaudia? Nel 1979? Non so se piangere o ridere. Trentasette anni fa io c’ero a Sabaudia, con le mie sorelle che dismettevano la minigonna per esibire il bikini, mentre io e mio padre andavamo a telline. Oggettificazione maschile, ovviamente.

Eh, che tempi. Siamo al femminismo del piagni e fotti.

E’ il caso di chiamare costoro col loro nome: “sciacalle di genere“.

Io non sono #He4She

Ho appena degustato lo spot RAI in cui testimonial (tutti maschili) dello sport e dello spettacolo dichiarano la loro vocazione morale:

Io sono He For She

Che in Italiano significa

Io sono Lui per Lei

Per combattere le discriminazioni di genere, forma linguistica “neutra” per dire che gli uomini (e solo gli uomini) discriminano (negativamente) le donne. E d’altronde il video è chiaro nel messaggio, e lo slogan dice tutto: “He for She”.

La forma linguistica è falsamente piacevolmente neutra ma in realtà è ipocritamente inclusiva, per attirare gli uomini, quelli buoni ovviamente, nella trappola della cooptazione per buona fede. Un’invito a cena per tutti gli uomini, senza comunicare loro che non sono dei graditi ospiti; semmai la portata principale del pasto.

He for She, slogan inglese perché coniato da UN Women (United Nation Donne) perché ovviamente per l’ONU tutti sono uguali, alcune più uguali.

He4She un hashtag lanciato a Settembre del 2014 con un testimonial d’eccezione, Emma Watson (nota come Ermione nella serie Harry Potter), notoriamente un’altra oppressa.hermione

Dedicai alla sua performance Internazionale all’ONU un articolo in inglese “Dear Hermione“, per chi mastica un po’ d’inglese.

Il messaggio è chiaro, per chi vuole ascoltare; gli uomini sono responsabili (collettivamente) di tutti i problemi, inclusi i propri, ed individualmente devono impegnarsi per cambiare. Come? Lui per Lei.

 Citerò solo un passaggio

I want men to take up this mantle. So their daughters, sisters and mothers can be free from prejudice but also so that their sons have permission to be vulnerable and human too – reclaim those parts of themselves they abandoned and in doing so be a more true and complete version of themselves.

che traduco per voi

Io voglio che gli uomini vestano questo mantello. Così che le loro figlie, sorelle e madri possano essere libere dal pregiudizio, e anche i loro figli possano essere vulnerabili e umani, reclamando quelle parti di se stessi che hanno abbandonato e così facendo, materializzare una versione più completa di se stessi.

Chiaro il messaggio no? Cari uomini, così come siete non siete solo un problema per la società.

Siete incompleti e non umani.

Per il 2016 fate la vostra New Year Proposition. Io faccio la mia.

Io sono “He for He, “lui per lui”.

Gabriele e l’inviolata vagina

Il giubileo della vagina.

“tutto è misericordia,

tutto è donna”

Jorge Mario Bergoglio, in arte Papa Francesco

immacolata-IIdomenica_Avvento_A

“Misericordiosa fosti quel dì,

le stelle complici

e l’ignaro Peppino.

Spalancasti la porta,

alle mie virtù

all’incerto destino.

Un fugace momento,

godemmo e ansimammo

poi nulla di più.

Fuggi dallo spavento,

solo tuo il travaglio

per uno sfortunato Gesù”

Gabriele, in arte l’Arcangelo

Una guerra di menzogne

Li chiamavamo terroristi, poi esercito di terroristi. Prima erano pochi tagliatori di teste, l’emersione della bestialità covata nella culla dell’islamismo radicale; poi sono divenuti sempre di più, decine se non centinaia di migliaia.

Un po’ troppo numerosi per rientrare nel rango della categoria del semplice terrore. Sono divenuti così “esercito del terrore”, un linguaggio che ricorda “gli stati canaglia” di J.W.Bush; tutto, pur di non riconoscere ai facinorosi il rango di semplice esercito. Perché un’esercito ha un disegno politico e il progetto di uno stato futuro.

Non è solo questione di “termini”, ma di “sostanza”. Al terrorista non viene concessa la legittimità politica, all’esercito sì. Il militare ha valore, il terrorista è senza onore. Il militare lotta per il proprio popolo, il terrorista non ha un popolo.

Sono arrivate così le stragi, previste da molti, desiderate da alcuni. Stragi criminali e vigliacche, sia chiaro, terrorismo, perché finalizzate proprio a portare il terrore tra la popolazione civile. Stragi con rivendicazioni riconducibili all’intervento della Francia in Iraq e Siria. Interventi armati mirati, quelli Francesi, per combattere il terrorismo, ovviamente. “Azioni militari chirurgiche”, tutt’altra cosa dal “terrorismo”.

Azioni, le nostre, quelle democratiche, che ovviamente sono legittime e che non causano stragi di civili, e di bambini. Infatti gli unici a parlare di strage di bambini nel medio oriente sono i terroristi dell’IS; ma le loro parole non contano, sono terroristi.

Con i terroristi non si parla, tanto meno si negozia.

Loro schiavizzano le donne, e guai a negarlo; da noi le donne si trattano bene. Altro che schiave del sesso, noi le facciamo rientrare dalla Siria con voli di Stato. Altro che cammelli, noi paghiamo in Euro, milioni di Euro. Sai quanti Kalasnicov ci compri con 14 milioni di Euro? Migliaia.

E così la Francia è in guerra contro un esercito, un esercito di terroristi ovviamente. E la nazione celebra lo stato di emergenza. E noi Italiani con loro, per solidarietà Europea. Emergenza solidale per adesso, forse guerra solidale.

“Abbiamo avuto il nostro 11 Settembre”, strillano i cani da compagnia della classe politica. I servi dei media strillano prima ancora dei loro padroni. Tanta voglia di guerra, perché la guerra tira come nient’altro.

Vogliamo anche noi i nostri video di bombardamenti all’infrarosso. Inquadratura dall’alto in bianco e nero, con l’ogiva che scende e … “booom”, tutto si illumina di colpo, con la luce della democrazia. Niente sangue, niente audio, lo spazio è lasciato all’immaginazione. Sotto le macerie solo terroristi mozzateste. Niente uomini, niente donne e niente bambini, ovviamente. Sono bombe intelligenti.

Sconfiggere il terrorismo dove esso si trova, in Siria. E rimuovere Al-Assad, s’intende, l’unico che la guerra ce l’ha dentro casa sua da 2 anni. Un esercito, pardon, dei terroristi, che muovono dall’Iraq ma che improvvisamente divengono siriani. Natalità incerta? Eppure il test del DNA parla americano, ce l’ha detto pure McCain. Tanto di foto abbiamo. Ma no, mai e poi mai nominare gli USA, guidati da un Premio Nobel per la Pace, niente di meno; loro hanno liberato l’Iraq da Saddam e dalle sue armi di distruzione di massa, portando democrazia e stabilità. Un “format” occidentale così popolare che pure Libia ed Egitto hanno voluto importarlo. E tutto grazie al “loro” 11 Settembre.

Tutti uniti. Dobbiamo difendere la nostra libertà da chi ce la vuole togliere. Difenderla mettendola in carcere, si capisce. Guai a legittimare il terrorismo, guai a parlare di motivazioni dei facinorosi, e del come siamo arrivati qui.

La libertà d’opinione si ferma davanti alle stragi. Anzi, neanche parte.

No, noi non stiamo conquistando il medio-oriente.

No, noi non siamo in guerra contro un esercito.

Anzi, noi non siamo in guerra.

E no, noi non raccontiamo menzogne.

La mort de la #libertè

Ho fatto tarda notte, per assistere alla conta dei morti. Come molti morbosamente attratto dalla voglia di assistere al “terrorismo in azione”.

I giornalisti ridicolmente in competizione nella gara del numero più alto; perché i morti non sono mai abbastanza, perché l’audience schizza con la morte in diretta.833px-La_Liberté_ou_la_Mort_1795

Io dietro loro. C’è un fascino speciale nell’assistere al terrore dalla propria poltrona; la perversa sensazione di una confortevole sicurezza quando altri hanno perso la propria vita o stanno per perderla.

Un corpo che giace sul terreno, i lampeggianti delle ambulanze, un cecchino appostato, teste di cuoio armate fino ai denti, e la “conta” sul sottofondo sonoro di esplosioni e armi da fuoco.

Neanche finita lo conta, arriva il festival della stupidità.

saranno i Francesi disposti a rinunciare alla propria libertà per una maggiore sicurezza?

ci vuole un Patrioct Act anche in Francia (ed Europa)

Nel 2001 “The land of the free” precipitava in una spirale liberticida e guerrafondaia da cui non si è più sollevata. Ora tocca proprio a coloro che donarono oltre oceano l’emblema di uno dei propri valori fondanti, La Libertè. E gli Statunitensi ripagano il dono della Statua della Libertà a distanza di 150 anni, ergendo in Europa la Statua della Sicurezza.

frontiere aperte, non bisogna lasciare il campo a xenofobi e populisti

se tali criminali crescono in Europa è perché non trovano abbastanza integrazione

Smettere di bombardare democrazia, questo mai. Ma frontiere aperte a chi, non a torto, ci odia, questo sì!

Il politicamente corretto che frutta giacimenti petroliferi in cambio di migranti. Tra di loro le vittime delle guerre da noi istigate e finanziate, e chi invece la guerra vuole restituircela.

Il prezzo di tale politica in primis lo pagano i malcapitati di turno, col sangue; e tutti con tanta “sicurezza”.histoire-liberte-ou-la-mort

E’ la confortevole sicurezza salottiera di una prima visione, La mort de la libertè.

Assassini per sventura.

So’ da capi’ ‘sti sventurati,

è lo psicologo che sta a parlà.

Tutti quindi zitti e muti,

che oggi c’è da imparà.

So’ regazzetti cresciuti storti,

vittime della società.

Arringa pronta l’avvocata

“Bravo, giusto! So’ innocenti!”

era un capriccio, ‘na bravata

Genitori ostili e inadempienti,

era una passione ostacolata.

L’amore in fondo è n’avventura

la morte è giunta ma pe’ sventura.

#Soros, l’uomo buono

Devo ammetterlo, ho un senso di sincera repulsione per quest’ “uomo”. Non bastasse il fatto di essersi arricchito scommettendo contro la Banca d’Inghilterra miliardi di Sterline che non possedeva e non bastasse il sostegno dato al peggiore femminismo odierno (FEMEN in testa), trovo veramente paradossale la sua presunzione di poter recitare un ruolo nel disegno di un Nuovo Ordine (Economico  e Politico) Mondiale.

Un pericoloso megalomane, dai discutibili principi etici, a cui il sistema mediatico da un lato riserva poca ispezione critica e dall’altro garantisce, stranamente, molto spazio propagandistico.

Qualche tempo fa assistevo alla sua visione sul “Futuro dell’Europa” (The Future of Europe, Institute for Economic Thinking).

MW-CQ889_soros__20140818111745_ZH

Un evento in cui Soros, in un inglese stentato, esponeva le proprie megalomani banalità su come doveva essere l’assetto Europeo anti Russo. Con la supponenza di chi non conosce i propri mezzi intellettuali, e l’arroganza di chi conosce bene i propri mezzi economici, con cui, verosimilmente, ha finanziato il proprio “evento”.

Qualche giorno fa Soros ha fatto di nuovo capolino alla mia finestra con un articoloGeorge Soros: Here’s my plan to solve the asylum chaos“, pubblicato sul suo sito (Project Syndicae) e ripubblicato poi sulla parentesi finanziaria online del Wall Stree Journal.

George Soros ci illumina su come cui noi Europei, che brancoliamo nel buio dell’ottusità e dell’egoismo xenofobo, dovremmo gestire l’emergenza (programmata) dei migranti. In estrema sintesi, il magnate/mecentate/filantropo ci espone il suo piano per facilitare la gestione dei migranti nel percorso dai Paesi da cui fuggono verso quelli di destinazione, perché a suo modo di vedere le esigenze di sicurezza nazionale (quali quelle esposte dal governo Ungherese e parzialmente da quello Britannico) rischiano di mettere in secondo piano i “diritti umani” dei migranti e dividere l’Europa.

Soros, come tutti i globalizzatori, dal proprio confortevole attico proprio non riesce a capire perché la gente di scanni nei bassifondi. Egoisti e xenofobi. E nazionalisti, ovviamente. Sarà la distanza, oppure la prospettiva, a deformare la visione Sorosiana delle cose? Forse scendendo qualche piano, la visuale sarebbe più limpida.

Vede George, gli Europei non sarebbero così egoisti se le proprie Nazioni (che non devono esistere quando si parla di frontiere, ma esistono benissimo quando si parla di debito da pagare a creditori internazionali) non fossero in crisi, in particolare quelle sotto la corroborante cura a base di austerity made in Bruxelles/New-York. E non ci sarebbero questi milioni di “migranti” se i bombardatori di democrazia, a cui lei deve le sue fortune, non avessero calato la propria manna su Nord Africa, Medio Oriente ed Ucraina. E poi, forse, la plebe xenofoba non ha tutti i torti nel ritenere che solo una piccolissima minoranza dei “migranti” siano effettivamente meritevoli di asilo; e bisogna dare loro atto (ai plebei xenofobi, of course) che suona strano che i “migranti” cerchino riparo sempre verso Nord, invece di trovare approdo nei Paesi più vicini e “culturalmente” più affini. E poi perché mai questa attenzione ai migranti made in USA e non ad altre tragedie? Perché mai l’invito alla generosità Europea, quando la generosità Russa verso i “rifugiati” Ucraini viene pericolosamente sanzionata?

C’è sicuramente egoismo nella plebe, e forse un po’ di xenofobia. Ma c’è anche molto buon senso.

E proprio dal basso del buon senso, caro George, le propongo il mio “contropiano“.

Dall’alto della Sua generosità, destini 25 dei Suoi 26 miliardi di dollari alla gestione dei migranti. Con un miliardo di dollaroni si può campare benissimo, si fidi. Con 25 miliardi di dollari Sua Generosità garantirà un confortevole asilo a un milione di famiglie migranti, per un intero anno.

Le piace il mio piano?

Xenofabente Suo,

Il Reietto.