Morti COVID o morti LOCK-DOWN? Alcune considerazioni sui dati ISTAT.

L’ISTAT ha da poco rilasciato il proprio studio sull’impatto dell’epidemia COVID-19 sulla popolazione Italiana nel primo trimestre 2020. Il report è interessante, e valuta in particolare il numero di decessi di persone infette (cioè tutte le persone che sono morte e positive al virus) e l’incremento di decessi rispetto alla media degli ultimi 5 anni (“eccesso di mortalità rispetto alla norma”).

Lasciando da parte alcune mie perplessità sul metodo statistico adottato, il report testimonia come il numero di decessi “in eccesso” rispetto alla media, nelle zone interessate, sia significativamente maggiore rispetto ai decessi ospedalieri

ISTAT COVID

Dalla figura sopra (tratta dal documento ISTAT “IMPATTO DELL’EPIDEMIA COVID-19 SULLA MORTALITÀ TOTALE DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE PRIMO TRIMESTRE 2020” del 4 Maggio) per le regioni ad alto impatto COVID, si deduce che:

  • la discrepanza tra eccesso di mortalità rispetto alla norma e decessi COVID è tanto maggiore quanto maggiore è l’età della popolazione interessata.
  • l’eccesso di mortalità nella fase iniziale è estremamente basso; eppure  proprio nella fase iniziale, dove la diagnosi COVID non era sistematica, ci si dovrebbe aspettare il maggior rapporto tra eccesso di mortalità rispetto alla norma dovuti al COVID e i decessi COVID certificati.
  • l’eccesso di mortalità rispetto alla norma cresce coerentemente con lo sviluppo del contagio ma anche coerentemente con le misure di quarantena (partite l’8 Marzo); impossibile stabilire sulla base del grafico il nesso causale con l’una o l’altra o entrambe, ma possiamo notare che la quota di eccesso di mortalità rispetto alla norma rimane pressoché costante. Sono malati COVID che abbiano vista rifiutata l’assistenza ospedaliera oppure pur palesando sintomi virali abbiano evaso l’esame COVID pressoché obbligatorio? Non è verosimile. Molto più ragionevole assumere che trattasi di malati (affetti da COVID e non) che non hanno ricevuto la dovuta sorveglianza (familiare e specialistica) e quindi la cura.
  • nella coda finale (del grafico) pur in presenza di un sistema rodato ed essendosi liberati posti letto e unità intensive (ma in uno stato di lock-down aggravato), l’eccesso di mortalità rispetto alla norma si mantiene comunque alto, in particolare per le persone ultra ottantenni

Ciò non deve essere sfuggito alla stessa ISTAT che afferma:

L’analisi di tutte le cause di morte del 2020 consentirà di valutare quanto l’eccesso di mortalità osservata sia attribuibile anche ai decessi di persone non sottoposte al test ma certificate dai medici sulla base di una diagnosi clinica …, e quanto agli effetti indiretti su specifiche cause di morte, soprattutto quelli che sono riconducibili alle difficoltà del sistema ospedaliero nel lavorare in condizioni di forte stress ma anche al minor ricorso alle prestazioni del servizio sanitario da parte dei cittadini per timore del contagio.

Aggiungo io:

e quante di queste morti siano riconducibili all’abbandono e alla scarsa cura, alla mancanza di affetti, alla debilitazione psico-fisica determinata dal panico e da misure insensatamente restrittive determinatesi in virtù della Quarantena/Stato di Polizia

In conclusione è impossibile trarre conclusioni certe, ma la dinamica del grafico rende altamente verosimile che molte morti, sia per cause legate al COVID che non, siano riconducibili all’isolamento in cui, in particolare le persone più a rischio, si sono trovate.

Isolamento in larga parte determinato dalle parossistiche misure di distanziamento sociale e limitazione degli spostamenti che non solo hanno limitato la sorveglianza delle persone a rischio ma potrebbero determinato un deficit psico-fisico di quest’ultime.

Spieghiamo cosa è l’ IMMUNITA’ DI GREGGE

Quanto scrivo non è strettamente legato al tema COVID19. E’ un articolo didattico che cerca di spiegare cosa si intende con Immunità di gregge. Osservo molto spesso scetticismo rispetto a questo semplice concetto; a volte per ignoranza, a volte per posizioni precostituite per supportare questa o quella posizione.

Per fare questo prima ne darò una descrizione concettuale e poi vi mostro qualche grafico che mostra da un punto di vista quantitativo il suo impatto epidemiologico.

Definizione

Iniziamo quindi dal primo punto. L’immunità di gregge non è altro che l’interpretazione macro (statistica) di come la risposta immunitaria (da infezione spontanea o da vaccino) acquisita dagli individui tende a contenere la propagazione epidemica.

In sostanza quando una persona viene infettata la sua risposta immunitaria determina l’abbattimento del livello virale; la risposta immunitaria ha due implicazioni:

  • la prima, ovvia, è che si abbatte la sintomatologia
  • la seconda è che la persona con risposta immunitaria attiva ha basse (ma non necessariamente nulle) probabilità di sviluppare la sintomatologia nelle successive esposizioni all’infezione; questo significa anche che, laddove la persona con risposta immunitaria attiva sia esposta a successive infezioni quando la risposta immunitaria è alta, essa ha probabilità molto basse (anche se non nulle) di trasmettere l’infezione ad altri

Ebbene l’immunità di gregge è semplicemente la descrizione a livello aggregato di cosa succede man mano che cresce il numero di persone con risposta immunitaria (e quindi non è una sorta di fenomeno che si aggiunge all’immunità naturale, e descritto da “astrusi” modelli matematici); in sostanza, man mano che aumentano le persone immuni, si inspessisce l’argine naturale alla ulteriore propagazione dell’infezione. Per questo motivo si usa la figura metaforica del gregge, intendendo che le persone immuni “scudano” quelle non infette un po’ come nei greggi gli animali più forti fanno cerchio e tutelano dalle intemperie quelle più deboli al centro del gregge.

Prima di passare alle valutazioni quantitative (per capire quanto pesa effettivamente questa immunità di gregge), faccio una precisazione sull’utilizzo in letteratura scientifica del termine “Immunità di Gregge”. Spesso, quando si parla di vera e propria immunità di gregge, ci si riferisce alla fenomenologia in cui “l’argine” immunitario è superiore al 75% cioè quando la percentuale media delle persone con risposta immunitaria efficace è superiore al 75%. In tali circostanze l’argine immunitario del gregge è così spesso che la probabilità di contrarre l’infezione per persone senza immunità è molto bassa, così bassa da essere comparabile a quella delle persone immuni; in sostanza il rischio statistico di infezione da parte delle persone non immuni “schermate” diviene comparabile (in termini di ordini di grandezza) con il rischio biologico delle persone immuni ma esposte all’infezione di divenire sintomatologiche.

Ciò premesso, ai fini didattici di questo articolo, con immunità di gregge intenderemo genericamente la percentuale di persone con immunità.

Valutazione quantitativa

Passiamo quindi ad alcune valutazioni quantitative. La valutazione quantitativa è importante perché altrimenti il concetto, sebbene possa essere stato compreso, potrebbe lasciare incertezze sull’effettiva rilevanza pratica dell’immunità di gregge.

Di seguito vengono descritti alcuni scenari epidemici; tutti questo scenari partono dall’ipotesi di un generico virus (le caratteristiche di questo virus le espongo alla fine dell’articolo per non appesantire la trattazione) e in assenza di intervento sanitario, per mettere in luce la pura “selezione naturale”. Il modello statistico sottostante è matematicamente rigoroso; ciò detto nessun modello può rappresentare in modo esaustivo le dinamiche reali di un’epidemia. In tutte le figure che troverete l’asse orizzontale rappresenta il numero di settimane dall’inizio della propagazione del virus in un arco temporale di 6 anni. La popolazione interessata è quella Italiana valutata in 60 milioni di persone.


SCENARIO 1: virus non stagionale senza mutazione favorevole e con immunità naturale

In questo caso il virus non è stagionale, cioè la sua infettività è costante durante tutto l’anno, e non muta in senso favorevole cioè la sua letalità è costante. Le persone infette acquisiscono nel 50% dei casi un immunità che dura 2 anni.

La figura sottostante mostra in giallo il numero di contagi attivi (cioè le persone in un dato momento che sono contagiose), in blu le persone che hanno acquisito l’immunità (che quindi non sviluppano sintomatologia quando esposte all’infezione) e in rosso il totale delle persone che sono state infettate almeno una volta.

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Come potete osservare dalla figura sopra man mano che la curva dei contagi attivi (gialla) cresce si sviluppa la curva degli immuni (blu), con un po’ di ritardo; quando la curva blu diviene significativa la curva dei contagi attivi decresce fino ai suoi minimi. Quando la curva d’immunità decresce, i contagi attivi tendono a ricrescere e quindi il processo si ripete; notare che, via via, i picchi della curva gialla tendono gradualmente ad abbassarsi.

Qualcuno (arguto) potrebbe domandarsi: “ma se siamo in un modello chiuso di popolazione, come è possibile che quando la curva dei contagi attivi raggiunge quasi lo zero, poi essa ricresca? Chi infetta chi?” Ebbene la fonte principale di contagio sono proprio gli immuni. Questa è un’annotazione molto importante, quindi fate attenzione. Le persone immuni sono tali perché hanno la risposta immunitaria attiva; tale risposta è attiva in presenza di virus e tende a decrescere quando il virus scompare. Questo significa che al decrescere delle sorgenti esterne d’infezione permane sempre una componente endogena d’infezione rappresentata proprio dagli immuni che sono in larga parte portatori sani; sebbene il tasso di infettività individuale dell’immune sia molto basso, quello collettivo è sufficiente ad alimentare nuove infezioni. Per questo motivo l’influenza è un virus endemico/sistemico; alcuni di noi se lo prendono, non se ne accorgono (perché immuni), e se lo portano dietro fino alla successiva stagione.

Qua sotto lo scenario dei decessi in questo scenario. I numeri sono enormi ma ricordatevi che siamo in uno scenario di pura selezione naturale (niente cure e niente isolamento).

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Qui sotto un dettaglio dell’immunità di gregge. In giallo la percentuale di immuni e in blu la curva tendenziale (media mobile) che mostra l’assestamento del livello d’immunità di gregge intorno al 50% (cioè mediamente durante l’anno il 50% delle persone è immune).

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SCENARIO 2: virus non stagionale senza mutazione favorevole e senza immunità naturale

Come nel caso precedente il virus non è stagionale, cioè la sua infettività è costante durante tutto l’anno, e non muta in senso favorevole cioè la sua letalità è costante. Le persone infette non acquisiscono immunità.

Questo è il caso in cui non c’è immunità di gregge. Assenza d’immunità di gregge significa assenza d’immunità individuale. Come da figura sottostante, il virus infetterebbe rapidamente il 100% della popolazione, non essendoci argine alla progressiva propagazione. La popolazione si estinguerebbe nel giro di pochi anni.


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SCENARIO 3: virus stagionale con mutazione favorevole e con immunità naturale

In questo caso il virus è stagionale, cioè la sua potenzialità ha periodi di bassa infettività e periodi di alta infettività (dovuti a motivi ambientali), e muta leggermente e lentamente in senso favorevole cioè la sua letalità diminuisce del 10% ogni anno. Come nello scenario 1, le persone infette acquisiscono nel 50% dei casi un immunità che dura 2 anni.

Dalla figura sotto potete notare come l’infezione (e di conseguenza anche il numero di immuni) cresce più lentamente. E’ possibile notare come la curva d’infezione (e anche quella d’immunità) siano ben più ampie nella seconda ondata rispetto alla prima. Poi, gradualmente le curve tendono ad abbassarsi nelle successive ondate. Perché accade questo? L’aspetto positivo determinato dalla stagionalità del virus implica anche un aspetto negativo, e cioè che la percentuale di immuni è scarsa; di conseguenza alla successiva stagione di picco stagionale una larga percentuale della popolazione è scoperta da un punto di vista immunitario. Qualcosa del genere probabilmente accadde con l’influenza del 1918-1921, con una seconda ondata ben più pesante della prima.


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Di seguito la curva dei decessi, ben più bassa dello scenario 1. Ciò è dovuto solo in forma minore per l'”imbonimento” del virus; il motivo principale della minore gravità del fenomeno è dovuto alla stagionalità che rende il virus meno “virale” in termini assoluti.

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Infine due parole sulla curva dell’immunità di gregge (qua sotto); l’effetto della stagionalità del virus implica una curva dell’immunità di gregge che si attesta (mediamente) alla fine dei 6 anni attorno al 25% contro circa il 50% del caso 1.

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SCENARIO 4: virus stagionale con mutazione favorevole, con immunità naturale e con azioni di isolamento

Questo è l’ultimo esempio, e l’unico in cui la società fa qualcosa per arginare la selezione naturale. Come nel caso 3, il virus è stagionale, muta leggermente e lentamente in senso favorevole, e le persone infette acquisiscono immunità. Inoltre la società provvede a forme di quarantena generalizzata tale da dimezzare il tasso di propagazione del virus nel primo anno fino all’arrivo del periodo di bassa sopravvivenza/infettività del virus. 

L’evoluzione è simile al caso precedente con la sola principale differenza che che curve epidemiche sono spostate (ritardate) nel tempo. Anche in questo caso la seconda ondata è ben più ampia della prima. E’ bene notare che in questo ipotetico virus l’azione di contenimento sociale potrebbe essere utile a ritardare i picchi epidemici in attesa di cure o vaccini ma non avrebbero impatto significativo sulla persistenza del virus.


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Qui sotto la curva dei decessi che è leggermente migliorativa rispetto al caso precedente (scenario 3) con circa il 10% in meno delle vittime al sesto anno.

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Infine (vedi sotto) la curva dell’immunità di gregge che cresce ancora meno rapidamente dello scenario 3, per motivi che adesso dovrebbero apparire ovvi. Le azioni di contenimento (quarantena, distanziamento eccetera) permettono di guadagnare tempo ma ritardano la costruzione di un’immunità generale.

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Un caro saluto.

 


MODELLO MATEMATICO

Per chi fosse interessato qui riporto alcuni dettagli sul modello matematico che simula il fenomeno epidemico di cui gli scenari descritti sopra.

POPOLAZIONE

  • POPOLAZIONE INIZIALE: 60 milioni
  • POPOLAZIONE A RISCHIO INIZIALE: 5%

VIRUS

  • letalità (reale): 0,5% (morte sopraggiunge 1 settimana dalla sintomatologia)
  • incubazione: 2 settimane
  • periodo di infettività: 4 settimane
  • percentuale delle persone che risultano sintomatiche: 20%
  • tasso d’infettività media da immuni: 1000 volte inferiore al tasso di  persone infette e non immuni
  • tasso di propagazione: nei periodi di massima contagiosità un infetto infetta 2 persone
  • percentuale delle persone sintomatiche che non guariscono e divengono a rischio: 5%
  • contagi iniziali: 10,000
  • durata immunità: 2 anni
  • percentuale di infetti che divengono immuni: 50%

 

Secondo il premio Nobel Luc Montagnier il COVID19 è nato in laboratorio. E adesso “La Repubblica” che dice?

Luc Montagner (colui che ha co-scoperto l’HIV e premio Nobel) ha appena affermato che che il COVID19 è evidentemente un manufatto di laboratorio perché contiene una parte di codice genetico dell’HIV, codice che non ha senso sia lì.

Secondo lui tale artefatto umano è stato prodotto nell’ambito della ricerca di vaccini anti HIV, e sarebbe verosimilmente fuoriuscito accidentalmente dai laboratori di Whuan (Cina).

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Intanto ci urge notare che la ricerca di un vaccino contro l’HIV avrebbe prodotto un virus che a mietuto in 4 settimane più vittime dell’HIV in nell’ultimo anno nel mondo intero. Dovrebbe suggerire qualcosa…

Ma non è il punto di questo breve articolo che invece scrutina l’etica giornalistica.

Qualche settimana fa “La Repubblica”, più degli altri, si distingueva nella lotta senza frontiera all’anticomplottismo, asserendo che era stata “provata l’origine naturale” del virus COVID19. Basava questa posizione su una ricerca che asseriva che “ci fossero forti evidenze (strong evidences)” che supportavano l’origine naturale del virus; in pratica questa rivista scientifica citava uno studio secondo il quale la compatibilità tra il ricettore umano e la struttura molecolare del virus erano così “perfette” da rendere poco verosimile la produzione in laboratorio. Si trattava di una valutazione qualitativa, ovviamente, e non conclusiva e probabilmente il “giornalista” di La Repubblica non conosce le sfumature anglosassoni secondo le quali il concetto di “evidence” in ambito scientifico significa letteralmente “elemento fattuale”  e non elemento conclusivo, come invece si è tentati di fare comunemente.

Ciò nonostante sebbene il giornalista non fosse in grado di comprendere la terminologia scientifica, sembra non aver ritenuto opportuno applicare il criterio di cautela e tanto meno citare correttamente il significato di tale articolo.

L’articolo “scientifico” suddetto, per la cronaca, è stato ampiamente criticato da altri ricercatori e riviste scientifiche ben prima della recente affermazione di Montagnier. Infatti, entrando nel merito, la considerazione che l’uomo non possa produrre virus “con perfetta compatibilità con i recettori umani” è assolutamente priva di fondamento in quanto è pratica comune “sviluppare” virus in laboratorio, anche potenziati (con una pratica chiamata GOF = Gain of Function), “perfezionandoli” tramite l’utilizzo di cavie (in particolare furetti, maiali eccetera) e quindi ottenendo, per selezioni naturali successive, versioni di virus perfettamente “compatibili” con l’essere umano. E’ così, per la cronaca, che qualche tempo fa è stato sviluppata una variante “aviaria” dell’influenza; variante che si ritiene si sia diffusa accidentalmente, qualche decennio fa, da alcuni laboratori Sovietici. 

Una pratica talmente diffusa e talmente pericolosa che qualche tempo fa portò alla messa al bando negli USA del GOF (gain of function) cioè lo sviluppo della capacità virale e letale di un virus per la realizzazione di vaccini o armi biologiche. Tale bando è stato recentemente cancellato, quindi sarete lieti di sapere che tale pratica (GOF) è in libero esercizio negli USA e ragionevolmente altrove.

Giova inoltre ricordare che recentemente gli USA hanno chiuso uno dei propri laboratori (con massimo livello di sicurezza) per “gravi violazioni” degli standards di sicurezza.

Lo so io, lo sanno tutti quelli che si occupano di virologia e, se non lo sapevate, adesso lo sapete anche voi.

Il giornalista di La Repubblica non lo sapeva? Come ha fatto ad “estendere” il significato della ricerca citata ed arrivare ad una tesi di “virus naturale”, senza considerare il contesto? Come poteva tale “giornale” produrre tale “fake news“?

Io non so se il virus è naturale oppure no. Tendo verso la seconda ipotesi, ma questo è irrilevante. Quello che è importante qui è l’etica giornalistica.

Escludere l’ipotesi di artefatto umano a priori, significa abbandonare la ricerca della verità, offuscare la consapevolezza dell’opinione pubblica. Se il COVID19 fosse “incidente naturale” significherebbe essere di fronte ad una eventualità rara; in fondo l’ultima pandemia paragonabile è occorsa un secolo fa, con l’influenza. E questo potrebbe tranquillizzarci.

Ma se il virus è stato prodotto in laboratorio, altre pandemie, anche più gravi (GOF), potrebbero verificarsi ancora. Un opinione pubblica consapevole potrebbe portare a una moratoria internazionale su tali pratiche di sperimentazione “virale” che nella migliore delle ipotesi hanno scopo commerciale (produzione di vaccini) e nella peggiore delle ipotesi scopo militare. Sempre che esista differenza  tra le due ipotesi …

A chi giova nascondere la verità?

Cui prodest?

Un caro saluto.

Il “COVID 19” sta mutando in “COVID 1984”

Lo spettacolo politico e mediatico sta prendendo una piega che mi allarma molto più del Coronavirus.

Sappiamo che è un virus molto contagioso, e sappiamo che è molto più letale dell’influenza.

Sappiamo anche che possiamo contenerlo nel breve termine ma che dovremo conviverci per molto tempo.

Siamo coscienti che le cure della sintomatologia virale arriveranno nel giro di qualche mese e ragionevolmente i vaccini per le persone a rischio tra un anno.

I contorni del pericolo biologico rappresentato dal COVID19 sono ormai definiti.

Ciò nonostante, il contorno sociale e mediatico della pandemia ha sorpassato i confini Kafkiani e Orwelliani allo stesso tempo.

Gente disposta vivere in prigione e a denunciare il vicino perché non indossa la mascherina. Politici che invocano l’esercito per usare la forza contro chi osa uscire di casa. Giornalisti che gioiscono all’utilizzo di droni e apps per controllare il movimento delle persone. Medici che si improvvisano “leader massimi” che pretendono di dettare norme di comportamento in violazione dei più elementari principi di libertà individuale. Speculatori del farmaco che fanno trapelare la voglia di vaccinare tutti con trattamento sanitario obbligatorio. Folli che palesano l’idea di proibire il contante perché alimenta il contagio. Dittatori in erba che vogliono istituire la patente sanitaria. Manca solo che si avveri la profezia del microchip sottopelle.

Questa è follia signori. Se soltanto una delle cose suddette a voi sembra accettabile, allora siete pazzi, pazzi criminali.

La libertà individuale non è negoziabile.

Già che siete a casa, perché siete a casa, leggetevi “1984” e “La metamorfosi“.

Un caro saluto.

COVID19: come siamo messi?

Breve aggiornamento basato sui dati di ieri 12 Aprile.

Per fare valutazioni mi baso sul numero di ricoveri invece che sul numero di positivi; la politica di test “proattivo” per ricerca medica ed epidemiologica non ci permette più di fare valutazioni sui “casi positivi” perché questi non rappresentano più una base statistica valida. In effetti la figura sottostante (che riporto solo per completezza del ragionamento) farebbe pensare ad un aumento dei casi, e quindi una recrudescenza della pandemia; in effetti le cose non stanno così. Prima i casi positivi erano indicativi dei sintomatici, mentre i nuovi test misurano sintomatici e non.

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Più indicativo è invece il trend dei ricoveri e dell’impiego delle cure intensive. Qui sotto il grafico che rappresenta l’incremento su base settimanale dei posti letto (incluse le cure intensive). E’ facile notare il cambiamento di rotta, repentino, avviatosi a partire dal 1 Aprile; il trend d’impiego dei posti letto è in rapida discesa; ad esempio il 12/4 abbiamo misurato circa 3400 ricoveri in più rispetto ad una settimana prima (5/4) quando il 1/4 si misuravano 5000 ricoveri in più rispetto alla settimana precedente.

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La “stessa” informazione in forma diversa nel grafico che esprime l’incremento percentuale dei posti letto su base settimanale. Tutte le regioni considerate, come pure l’Italia, hanno raggiunto la zona piatta; molte a quota zero (impiego dei posti letto stabile) e alcune di esse in zona negativa (impiego dei posti letto in decrescita).

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Analogo discorso per l’impiego specifico delle cure intensive. In decrescita quasi ovunque oppure stabili. Qui sotto il grafico che rappresenta (su base giornaliera) il numero di letti in cura intensiva impiegati.

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In definitiva, buone notizie su tutto il fronte sanitario.

Un caro saluto.

La padella del quantitive easing o la brace del MES? A farci arrosto è sempre la BCE. E’ tempo di Italexit.

Non entro nel merito della notizia “fresca fresca” della Caporetto italiana al tavolo europeo, una capitolazione politica in cui l’Italia sembra abbia dato apertura al MES. Non entro nel merito perché ancora non è chiaro quanto sia rilevante la linea di strozzinaggio, pardon, credito MES.

Quello che invece voglio puntualizzare è la codardia mista ad incapacità della nostra “classe” politica, invi incluso l’inquilino del Quirinale.

Codardi perché incapaci di portare alla negoziazione una posizione efficace, cioè l’uscita dalla Zona Euro.

Incapaci perché inconsapevoli del fatto che le condizioni portate al tavolo, gli eurobonds ridenominati per l’occasione coronabonds, erano inapplicabili e irricevibili.

I “coronabonds” ovviamente sono irricevibili, perché rappresentano un titolo di debito di cui i Paesi meno colpiti dalla pandemia, invece di avvantaggiarsi competitivamente della situazione, si farebbero garanti, quota parte, del credito fruito dai Paesi più colpiti. Pura illusione perché l’Unione Europea ha nel suo statuto il regime di competitività non quello di solidarietà che è espressamente escluso.

Un’ipotesi di partecipazione sarebbe stata ipotizzabile in un quadro istituzionale di solidarietà che non esiste e in una cultura di solidarietà a cui il Nord Europeo è completamente estraneo. Mettetevelo in testa.

Perché quindi porre sul tavolo gli eurobonds? Per incapacità nel migliore dei casi per ignoranza dei fatti, o per malafede nel peggiore dei casi, per manipolare l’opinione pubblica.

D’altronde, la signora Merkel, bisogna dargliene atto, è sempre stata chiara ed onesta:

di coronabonds (eurobonds) non se ne parla

La posizione negoziale dell’Italia, già in partenza, era insostenibile nell’ambito del quadro normativo ed istituzionale Europeo. L’unico modo di negoziare una posizione del genere sarebbe stata quella di porre sul tavolo un’alternativa distruttiva, cioè l’uscita dalla Zona Euro o Italexit. Quando ti siedi ad un tavolo di negoziazione non ci vai con i fiori ma con il coltello nel calzino perché sai che le controparti faranno lo stesso. E’ una regola base di ogni negoziazione.

Ma voi ve l’immaginate l’avvocato senza legittimità elettorale in prestito a Palazzo Chigi accompagnato da un ministro dell’economia nato e pasciuto in Europa intenti a sostenere una posizione negoziale di Italexit? Figuriamoci.

E io Gualtieri l’ho conosciuto di persona 11 anni fa, quando ancora militavo nel Partito Democratico (di lì a poco mi sarei dimesso dalla segreteria locale per disgusto); un burocrate senza personalità cresciuto nella bambagia del confortevole Parlamento Europeo. E dove è l’inquilino del Quirinale? Dov’è il suo discorso alla nazione dove si paventano misure estreme ivi inclusa la soluzione autarchica? Niente, silenzio. Un silenzio che viene ben ascoltato dalle cancellerie d’oltralpe.

L’opzione Italexit non è mai stata adagiata sul tavolo quindi, nel migliore dei casi, la nostra proposta economica è frutto di incompetenza; oppure semplicemente tale posizione, sbandierata via streaming Facebook, non esiste.

E così rimaniamo ostaggio delle linee di credito (che sono anche di debito); in particolare del quantitative easing di Francoforte nel migliore dei casi, o del MES nel peggiore dei casi.

Se ci dice bene il MES (la padella) non sarà adottato immediatamente oppure adottato in forma così minoritaria da avere impatto trascurabile. Ma rimane la brace della politica del quantitative easing Europeo, che non ha nulla a che vedere, sia ben chiaro, con il quantitative easing della FED Statunitense; la FED, benché indipendente dal governo, è soggetta alla sovranità nazionale.

E’ quindi il caso di spendere qualche parola in tal riguardo, perché in qualcuno c’è l’illusione che la BCE stampi moneta a perdere con il QE (quantitative easing) “made in Frankfurt”.

Molti evocano l’intervento della BCE (quantitative easing) per comprare titoli di debito sovrani al fine di contenere lo spread. Io questo lo capisco, perché è meglio indebitarci all’1,5% piuttosto che con un tasso d’interesse al 3,5% o peggio.

Ma rimane il fatto che anche il QE è solo un rimedio, ad effetto placebo, ad un problema a monte che è quello della sovranità monetaria italiana.

E’ bene ricordare che la BCE è un ente sovranazionale in cui la quota italiana è di circa il 13,8%; il restante 86% è in mani di banche centrali Europee, in particolare della Germania che ne detiene il 21%. Quindi, quando la BCE “acquista” indirettamente titoli di debito Italiano ci esponiamo per l’86% verso gli altri Paesi Europei, in particolare la Germania (le percentuali effettive di impiego del capitale possono differire ma la sostanza e gli ordini di grandezza non cambiano). E i creditori si faranno sentire prima o poi. Più prima che poi. E’ per questo che esiste il MES.

Il MES, quello vero, nella sua forma completa diverrà per l’Italia inevitabile quanto più le banche sovrane europee, grazie alla linea di credito BCE, si faranno creditrici dell’Italia. Se non sarà MES adesso, lo sarà in un prossimo futuro, mettetevelo in testa.

Non esiste soluzione alternativa all’Italexit.

Lo ripeto. Non esiste soluzione alternativa all’uscita dalla Zona Euro.

Potete solo scegliere tra un’uscita a monte del MES oppure un’uscita a valle di esso. Vedete voi.

Un caro saluto.

Cari COVID positivi, abbracciate il fratello del Nord

Cari compatrioti positivi al Covid19, quest’estate non siate provinciali, e lasciatevi alle spalle questi tristi momenti e gli inutili rancori.

Varcate le frontiere e visitate i Paesi del Nord, modello di virtù e compassione.

Anche per pochi giorni, da spendere gioiosamente, abbracciando il fratello del nord.

Dimostrate loro la nostra riconoscenza.

Un caro saluto.

Non ci sarà mai nessuna cura per il COVID19, ma questo non è assolutamente un problema..

Quando il panico prende la scena, ahimè, il buon senso, il raziocinio e la memoria finiscono col fare da spettatori dello spettacolo dell’assurdo.

Fino a 2 mesi fa vivevamo nella tranquillità più assoluta immersi in un habitat con ben più virus che essere umani; la nostra normalità era la convivenza con virus, anche pericolosi, senza nessun timore. Ora molti, troppi, hanno persino timore di tornare alla normalità.

Giustificato l’allarme, giustificate le misure emergenziali, ma il ritorno alla normalità non solo è necessario, è inevitabile anche per motivi sanitari.

Argomenterò meglio questo punto in prossimo articolo. Nel mentre mi limito a rammentare alcune cose che, pur essendo nozioni scolastiche, sembrano essersi perse. Se quello che segue per voi è scontato, meglio così. Vi assicuro che per molti non lo è.

coronavirus-SARS-cOv-2

I virus non sono curabili. Ebbene sì, tutti i virus, nessuno escluso, sono incurabili allo stato delle nostre nozioni scientifiche.

Lo ripeto. Nessun cura è mai stata trovata per nessun virus. Eppure siamo vivi.

Vi stupisce ciò? Magari avrete sentito parlare impropriamente di cure antivirali, o più propriamente di cure della sintomatologia virale. Ma in realtà l’unica cura esistente per un virus è il nostro sistema immunitario.

Ebbene sì, il nostro sistema immunitario è l’unica cura di un virus. Punto.

Su un piano terapeutico, cioè medico, l’unica cosa che si può fare è combattere la sintomatologia (insufficienza cardiaca, respiratoria, infezioni eccetera) per dare tempo al nostro sistema immunitario di sbarazzarsi del virus, e in alcuni casi di rallentare lo sviluppo del virus con farmaci che creino “condizioni sfavorevoli” a tale sviluppo. In ogni caso, la terapia medica, propriamente detta, consiste nel sostenere l’organismo e prendere tempo. Purtroppo nelle persone a rischio (per deficit immunitario e/o debilitazione) il sistema immunitario non riesce ad agire abbastanza velocemente in confronto al decadimento delle funzioni vitali aggredite da alcuni virus; in questo caso sopraggiunge la morte.

Per questo motivo, il contrasto ad un virus passa prima e principalmente per politiche (sanitarie) di prevenzione e controllo del contagio (epidemiologiche).

Il principale strumento sanitario di prevenzione è la vaccinazione delle persone a rischio; il vaccino (che non è una cura ovviamente) ha lo scopo di sollecitare le difese immunitarie prima che il virus infetti l’organismo. Ha senso per le persone a rischio, mentre per le persone non a rischio può portare più danni che benefici; come tutti gli elaborati chimici un vaccino può portare delle complicazioni, quindi va sempre valutato il rapporto rischio/beneficio da vaccinazione; a ciò si aggiunga che la dimensione di una campagna di vaccinazione va valutata su un piano statistico in quanto con politiche di vaccinazioni estese, oltre al rischio individuale da vaccinazione, si rende il rischio di fuga epidemica tutt’altro che trascurabile.

Il controllo del contagio (politica epidemiologica) è lo strumento principe, nel senso che determina sia sul breve che sul lungo termine il successo della lotta ad un virus. Parlo di controllo e non di contenimento del contagio non a caso. In questo momento noi stiamo vivendo la fase di contenimento del contagio perché in fase emergenziale. Siamo di fronte ad un virus ad alta letalità e contagioso, senza vaccini, senza terapie efficaci della sintomatologia, e con un sistema immunitario della popolazione completamente impreparato; di conseguenza la politica epidemiologica si allinea a quella terapeutica nel prendere tempo. Ma dopo la fase emergenziale, a meno che il virus non sia debellato (eventualità inverosimile a valle di una pandemia mondiale), si deve passare alla fase di controllo della diffusione del contagio; infatti, se un virus rischioso non è debellato, è necessario che si accrescano le difese immunitarie della popolazione in modo che si renda sistemico il contenimento naturale delle infezioni tramite quel fenomeno statistico che si definisce immunità di gregge (termine da alcuni vituperato, sulle cui basi scientifiche ed epidemiologiche mi dilungherò in un prossimo articolo). I tempi e modalità di passaggio al controllo della diffusione del contagio dipendono ovviamente dai tempi in cui si ritiene siano disponibili vaccini e terapie della sintomatologia virale.

A tutto ciò si aggiunga, ovviamente, che un organismo più è sano e meglio è; e restare a casa, se necessario sul breve termine, non è certo salubre sul medio-lungo termine. Il fattore rischio implicato da una vita in cattività diviene statisticamente apprezzabile.

Adesso, per molti di voi, l’idea che si possa passare alla diffusione controllata del contagio potrà sembrare assurda (sarà forse più chiaro il perché e per come in un prossimo articolo su cui lavoro da alcuni giorni).

Però prima di lasciarvi voglio fare leva sulla vostra memoria e sul vostro buon senso. L’influenza, in particolare il ceppo di tipo A (il più comune), fece la sua comparsa tra il 1918 e il 1920 con un computo di vittime su scala mondiale tra i 50 e i 100 milioni di morti, pari a circa il 2,5%-5% della popolazione mondiale. Allora le politiche di contenimento fallirono e le strutture sanitarie, neanche paragonabili a quelle di oggi, poterono fare poco.

Eppure nel giro di pochi anni (equivalenti ai mesi di oggi) l’influenza da stato epidemico diventò virus sistemico/endemico con cui conviviamo oggi, perché? E’ vero che abbiamo standard di vita e sanitari migliori, ma i due principali motivi sono di carattere epidemiologico:

  • i virus diventano tutti, naturalmente, meno malevoli perché essendo soggetti a mutazione tendono a divenire meno nocivi verso l’organismo ospite (l’essere umano)
  • al crescere degli infetti, aumentano gli immuni che determinano una barriera epidemiologica naturale estremamente efficace (immunità di gregge)

Con questa nota positiva vi lascio.

State a casa ma restate sereni.

Un caro saluto.

COVID19 : “Il virus è nell’aria”…

… ma nulla vola come le cretinate.

Una persona a me cara mi ha fatto notare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto che “il virus può permanere nell’aria”; da parte sua l’Istituto Superiore della Sanità ha fatto una mezza smentita, e quindi più recentemente l’OMS ha di nuovo smentito la trasmissione per via aerea.

Troppo tardi perché qualcuno è già caduto nel panico. Inutile dire che i media si sono guardati bene da fare il giusto tramite; la tentazione di far viaggiare la notizia e ingenerare panico e, casualmente, incrementare gli indici d’ascolto è sicuramente più forte dell’etica giornalistica.

Non voglio spendere troppo tempo sul tema, perché sono impegnato nella costruzione di modelli matematici per un prossimo articolo che credo troverete molto educativo (e credo rincuorante) sul prossimo futuro.

Quindi mi limito a dire che OVVIAMENTE il virus può anche essere disperso nell’aria e sopravvivervi per un tempo limitato. Ovviamente. Se prendessimo un metro cubo d’aria e lo scrutassimo al microscopio elettronico vi troveremmo tracce di triliardi di virus, dall’influenza al Covid19, dal morbillo alla meningite.

Questo non significa che ci sia un rischio apprezzabile di trasmissione per via aerea.

I virus sono ospiti del nostro organismo e siccome respiriamo, in parte li disperdiamo nell’aria. Senza contare che ci sono altri veicoli di contagio, incluse le altre forme di vita animale che convivono con noi.

Siete forse nel panico per la potenziale infezione da meningite? No? Eppure dovreste perché la meningite è nell’aria! E il vaiolo, non vi fa paura? Eppure anche esso può essere nell’aria.

Cerchiamo di stare con i piedi per terra.

C’è un motivo per cui il principale metodo di contagio è il contatto con liquidi espulsi da persone infette in nostra prossimità; il virus deve avere un mezzo che gli permetta di sopravvivere sufficientemente a lungo e deve essere in una concentrazione sufficiente a rappresentare un rischio rilevabile di contagio.

Volete mettervi la mascherina, va bene fatelo, ma nell’ottica di proteggere gli altri da voi stessi. Sappiate che la mascherina serve soprattutto alle persone infette a non infettare quelle sane, e non a prevenire l’infezione. La barriera protettiva rappresentata da una mascherina è minima, quasi irrilevante.

Ma se pensate di adottare la mascherina possa tutelarvi dall’infezione “dall’aria” siete fuori di testa (senza offesa). D’altronde se il virus è nell’aria la mascherina non dovrete più toglierla, neanche dentro casa, neanche sotto la doccia. Sarete molto più sereni, ne sono sicuro. Mica vorrete correre nel rischio di infezione aerea di 1 su trecento miliardi di possibilità, rischio in cui incorre l’incauto che ancora respira senza mascherina?

Bene fate voi ad indossare la maschera e non toglierla più.

E per inciso…evitate di toccare qualsiasi cosa….sapete l’aria non ha confini…e non conosce porte e finestre.

Un caro saluto.

COVID19: Quanto dista l’uscita del tunnel.

Faccio riferimento agli ultimi dati utili (di ieri 29 Marzo). Riporto come consuetudine i dati di tendenza del contagio da COVID19; a differenza però di quanto fatto in precedenza (qui e qui) aggiungo i dati di altre regioni, in modo da avere dati significativi per il Nord, il Centro e il Sud d’Italia. I grafici/analisi sono basati sui dati ufficiali, e riportano gli andamenti delle regioni Lombardia e Veneto (per il Nord), Toscana e Lazio (per il Centro), Campania e Sicilia (per il Sud) oltre ovviamente al dato aggregato Nazionale. Ogni regione ha un diverso colore (come da leggenda); il dato nazionale è sempre rappresentato con una curva tratteggiata in bianco [nota: se avete problemi a visualizzare, zoomate la pagina].

Qua sotto l’andamento dei nuovi casi (incremento assoluto) su base giornaliera.

Diapositiva2

Sebbene, come già detto in precedenza, questo grafico è il meno utile a capire l’andamento vero dell’epidemia, vi è possibile comunque ormai cogliere il cambio (favorevole) di tendenza.

Più chiaro (e statisticamente rigoroso) è il grafico seguente che mostra l’andamento dei nuovi casi (incremento assoluto) su base settimanale. Non mi dilungo sulla spiegazione (già data 10 giorni fa) del perché tale rappresentazione è quella più utile, ma sembrano averlo capito anche altri comunicatori ufficiali e non ufficiali.

Diapositiva3

E’ abbastanza facile osservare la zona piatta che prelude la prossima discesa; l’andamento è più visibile per il dato nazionale, per la Lombardia e per il Veneto perché hanno numeri più significativi (la successiva figura, raffigurante l’andamento percentuale, è ancora più chiaro per tutte le regioni).

La successiva figura (qui sotto) che forse è meno intuitiva è in realtà la più significativa e quella più informativa e rappresenta l’incremento percentuale su base settimanale.

Diapositiva1

In questa figura è infatti possibile osservare i trend (andamenti) convergenti delle differenti regioni verso la traiettoria (discendente) del dato Italiano. Nella leggenda è possibile leggere il dato giorno per giorno dell’incremento percentuale su base settimanale.  Sulla base di tali valori il 21 Marzo (sui dati del 20 Marzo) ci siamo spinti a fare una “previsione” del possibile dato Nazionale stimabile per  il 27 Marzo, pari al 60%; il dato reale si è dimostrato pari al 61%, in linea con le previsioni.

Con ragionamenti analoghi, recentemente, qualcuno si è spinto a ritenere plausibile la previsione di un tasso di crescita nullo tra una settimana. Ora, fermo restando che tale ipotesi ha un certo merito, e che è legittimo attendersi numeri molto bassi nell’arco di una settimana, tale previsione va presa con un significativo grado di cautela. Il motivo di tale cautela non è solo da ricercarsi nella necessità di trattare i fenomeni in oggetto con un certo grado di imprevidibilità e nel fatto che ci potrebbero essere piccoli focolai di “ritorno”; c’è di più. In particolare dobbiamo considerare due aspetti:

  • man mano che il numero di casi decresce il tasso di decremento percentuale “atteso” tende a diminuire, cioè la pendenza della curva dei casi giornalieri nella fase discendente tende ad addolcirsi; ad esempio la Lombardia, che è quella che esibiva il tasso di crescita percentuale più basso ieri (43%), aveva un tasso solo poco più alto due giorni prima (46%). In altri termini più il dato puntuale è basso e più la discesa “frena”
  • inoltre, il dato Nazionale è l’aggregato (inviluppo) del comportamento di differenti regioni che hanno focolai con sviluppo temporale leggermente differenti; ad esempio, si può stimare per la Toscana un ritardo di circa 3-4 giorni rispetto alla Lombardia, per il Lazio un ritardo di circa 3-4 giorni rispetto alla Toscana, ed analogamente per la Sicilia un ritardo di circa 3-4 giorni rispetto al Lazio. Il contributo quindi delle regioni in ritardo e con meno casi tenderà ad impattare più significativamente il dato nazionale al diminuire dei numeri delle regioni più infette e più precoci

Il combinato di questi due fattori fa presumere che la coda finale sarà più lunga di una settimana. Se dovessi sbilanciarmi, considerando un tasso di decrescita tendenziale giornaliero tra il 2% e il 3% (dedotto dai dati tendenziali su base settimanale degli ultimi giorni della regione statisticamente più significativa e precoce, cioè la Lombardia) e stimando in circa 10 giorni il ritardo evolutivo tra i focolai più precoci (Nord) e quelli più tardivi (Sud), definirei ottimistico assumere che l’epidemia si possa considerare chiusa prima di 30-40 giorni da oggi (inizio Maggio). Prendete ovviamente questa mia valutazione come pure esercizio accademico.

In ogni caso, è anche sperabile che l’allentamento delle misure contenitive, verosimilmente, inizi ad avvenire anche prima di Maggio, su base regionale e settoriale (perché le attività produttive non possono stare chiuse per un altro mese in tutta Italia).

Un caro saluto.