Divario salariale e divario Papale

Un mio punto di vista sulla campagna di Pubblicità Progresso “Punto su di te”.

E fatevi crescere la barba!

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Medicina di “Genere” per esseri “speciali”

Medicina di genere perché uomini e donne sono differenti e meritano differenti attenzioni: Sarebbe meglio però parlare di medicina di “sesso” perchè il sesso è un concetto biologico, il “genere” no; lo sanno bene i transessuali, o come si usa dire transgender. Ma a prescindere da questo, belle parole, ma parole banali. La medicina tratta da sempre ogni male in modo differente e alcune malattie (e relative cure) sono applicabili solo ad uno specifico sesso. Ed anche le  malattie “comuni” vengono curate con terapie differenziate a seconda non solo del sesso, ma anche dell’età e del quadro fisiologico generale. In altri termini già da tempo si tratta ciascun paziente come individuo particolare.

Ma allora cosa mai vorranno dire quindi con questa medicina di genere? Sembra infatti che tale definizione neutra ed inclusiva (anche se superflua) poi si traduca in un interesse speciale per le sole donne. Ma ovviamente sto malignando. Ovvio.

Il 22 Aprile 2016 appena trascorso è stato (suono di trombe) la “Giornata nazionale dedicata alla salute della donna”. Eh sì perché evidentemente le donne sono in pericolo di vita.

Così recita il Manifesto dell’evento patrocinato dal Ministero della Salute (di genere?):

Una società moderna, evoluta ed equa è consapevole del ruolo protagonista della donna nel contesto sociale, nel lavoro, nella cultura e nella sua capacità di accoglienza del bisogno

Cosa c’entra con la salute? Sembra più retorica femminista. Mi sbaglio sicuramente; infatti il documento recita diverse direttrici che vanno dalla tutela e la promozione della salute sessuale e riproduttiva all’alimentazione, all’accesso a efficienti strumenti per la prevenzione dei tumori femminili, fino alla salute mentale della donna, alla prevenzione, l’individuazione e il contrasto della violenza sulle donne, e alle strategie per favorire l’invecchiamento sano ed attivo dell’universo femminile.

Lodevoli intenti intesi a tutelare la salute di un genere; non so se esistano iniziative analoghe per l’altro genere. Interessante poi il concetto di universo femminile. Siamo all’astrofisica. Indicativo poi il richiamo alla violenza sulle donne, giustamente non inquadrato come tema di criminalità ma come tema di salute; sappiamo tutti che la violenza degli uomini è la prima causa di morte delle donne.

Commenta la Ministra della Salute Beatrice Lorenzin:

L’idea che noi lanciamo è “sei un essere speciale, prenditi cura di te!”

Non è ben chiaro cosa significhi “essere speciale”, forse di altra specie? Comunque le donne si prendono cura fin troppo di sè. Due terzi del personale impiegato nel sistema sanitario sono donne, e gran parte della spesa pubblica del SSN è riservata alla donne. In Gran Bretagna (e non vedo perché in Italia dovrebbe essere differente) oltre il 65% della spesa pubblica per la salute è fruita dalle donne. Le donne ci tengono e come alla propria salute e lo sanno bene anche le multinazionali della salute che sponsorizzano gli eventi di “medicina di genere”.

Ed aggiunge la Lorenzin:

le donne vivono più a lungo,  ma vivono male gli ultimi anni della propria vita, a causa di un carico di cura che si sono assunte durante tutto l’arco della propria esistenza

Eh già. Le donne vivono più a lungo è per questo che loro e non gli uomini meritano particolare attenzione. Poverette, vivono male gli ultimi anni della propria vita; e devono campare con quei quattro soldi delle reversibilità proveniente dai contributi pensionistici maschili (aggiungo io). Beati loro, gli uomini, predestinati al riposo eterno. Per loro niente Paradiso però; semmai il Girone degli Oziosi o al meglio il Purgatorio. Il loro ozio è l’origine del carico di cure che grava sulle spalle curve delle vecchiette.

Chiosa quindi con la seguente rivelazione:

i dati statistici, le nuove scoperte scientifiche ci dicono che siamo diverse biologicamente

Già, ce lo deve dire la scienza che siamo diversi. Questa diversità che appare e scompare a seconda dei casi…

Attendo il giorno in cui un ministro della salute si pronunci così:

gli uomini vivono di meno a causa di un carico di lavoro che si sono assunti durante tutto l’arco della propria esistenza

Attendo fiducioso.

Criminalizzazione del sesso

Pochi giorni fa l’Huffington Post celebrava a’adozione da parte della Francia della dottrina Svedese in merito di prostituzione. La Francia in realtà arriva terza in questa illuminata corsa verso una sana sessualità; prima di essa si piazzava buon secondo il Canada che plagiava la ricetta scandinava già un annetto fa. L’Italia si allineerà.

Tutto opera, ben inteso, del femminismo. Ed è bene che su questo non ci siano dubbi. Non vorrei che qualcuno avesse l’ardire (oggi o domani) di rimandare la paternità di tale dottrina all’imperante cultura patriarcale.

Cosa dice questa dottrina? Esprime un concetto molto semplice; la prostituzione è sostanzialmente stupro, e di conseguenza il cliente è uno stupratore. E’ un concetto che a non tutti può apparire immediato e che provo a spiegarvi. Chi vende sesso (e si assume che sia sempre una donna) lo fa perché costretta materialmente (sfruttamento e traffico) o culturalmente a vendere il proprio corpo, e il cliente (e si assume che sia un uomo) comperando tali prestazioni, anche in una transazione apparentemente consensuale tra persone adulte, partecipa ad un crimine. Chi vende le proprie prestazioni sessuali è ovviamente non partecipe del crimine, semmai oggetto del crimine.

Di conseguenza il cliente (l’uomo) va punito e la vittima (la donna) tutelata e potenzialmente redenta.file-02601-media

Ovviamente in tale contesto l’uomo è assunto consapevole di compiere violenza e di conseguenza la sanzione (ivi incluso il carcere) è giustificata; viceversa la donna (anche se apparentemente non sfruttata) è inconsapevole del proprio stato di vittimizzazione e quindi incapace di uscire da tale circolo; in virtù di ciò le istituzioni devono intervenire per toglierla da tale ambito, con un costo sociale che ricade sul resto della comunità.

Apparentemente una donna è perfettamente autodeterminata quando abortisce, ma non quando fornica. Viceversa un uomo è criminale quando paga per fare sesso, ed autodeterminato quando si infila in un cunicolo a 1 km di profondità o precipita da un’impalcatura.

In sintesi le donne sono vittime e gli uomini i loro carnefici. Femminismo. Nulla di nuovo.

Che poi la vittima guadagni 4, 5 o 10 volte quello che guadagna il suo carnefice è irrilevante. Altrettanto irrilevante il fatto che si sanzioni, potenzialmente anche con il carcere, un uomo.

La geniale trovata socialdemocratica svedese viene ricopiata dalla Francia socialista come pure da un Canada di certo non a destra. Ed è bene chiarire anche questo, onde evitare che (oggi o domani) qualcuno riconduca tale brillante innovazione dei rapporti sociali al buio della Destra bigotta ed oscurantista.

In particolare, l’illuminato HP evidenziava il presunto obiettivo di combattere il traffico sessuale. Curioso però che l’iniziativa non preveda di andare a cercare le prostitute e stanare le vere vittime per redimerle; troppo ovvio. E forse non lo si fa perché si assume l’ovvio esito: il fallimento. Un fallimento scontato perché le vittime di traffico sessuale sono una piccola minoranza e l’azione redentrice non sortirebbe nessun effetto rispetto all’ovvio scopo; bandire la prostituzione, limitando e sanzionando vita sessuale maschile.

Il fatto poi che tale politica proibizionistica porti all’incremento della clandestinità del mercato del sesso, è altrettanto ovvio. Tanto ovvio che non può sfuggire neanche alle inquisitrici dietro questa preziosa crociata moralizzatrice. Ma come non mi stancherò mai di dire, al femminismo non importa nulla delle donne, e mai è importato. La misandria è l’unico combustibile che alimenta questa macchina dell’orrore.

Sembra proprio che la libera sessualità maschile sia inconcepibile per il femminismo, in un’apparente contraddizione con i propri dettami ideologici. Se è vero, come è vero, che gli uomini sono la prima causa di morte per le donne, quale migliore opzione di liberare le donne dal carcere della pericolosa vita di coppia, se non una diffusa disponibilità di sessualità. D’altronde è noto che gli uomini hanno costruito il matrimonio per potere avere una vita sessuale gratuita e costringere le donne a compiti domestici in cambio di una mera sussistenza. E proprio grazie al femminismo gli uomini hanno capito. Milioni di padri hanno capito il messaggio troppo tardi. E milioni di uomini “nuovi” lo stanno capendo in anticipo e consapevoli della propria natura decidono sempre più spesso di non opprimere e di pagare per quello che invece ottenevano gratis per mezzo dell’imperante minaccia della violenza domestica.

Eppure il femminismo va in direzione opposta ai propri dettami; bandire la pornografia (perché masturbarsi è atto impuro), la prostituzione (perché essa è male), trasformare rapporti di coabitazione in matrimoni di fatto.

Insomma, o il femminismo vuole riportare gli uomini ad opprimere le proprie vittime, oppure semplicemente non accetta che appaghino la propria sessualità senza una convivenza con una donna. Delle due, una.

Lo so lo so. Lo sanno tutti; il femminismo vuole tutelare le donne vittime di traffico del sesso.

Eppure sembra altro, che strano.

Del maschio, della femmina

Sembra apparentemente chiusa la parentesi politica aperta dalla Legge Cirinnà (unioni civili). Ai deliri progressisti della supposta Sinistra Liberal che monopolizza il mondo accademico si è contrapposto quel po’ di buon senso che ancora rimane nella società. Un buon senso che sembra essere patrimonio della sola Destra Conservatrice. Duole ammetterlo.

E quale ex militante della Sinistra Liberal Progressive (e Radicale) so bene che non c’è possibile redenzione. L’Utopia disegnata dal femminismo radicale è un culto che non perdona, che trasforma qualsiasi formazione politica in una setta che contempla solo due ruoli; l’adepto e il reietto.

E così, inevitabilmente, il tormentone eugenetico, femminista e post-costruttivista sull’identità sessuale continua. E continuerà.

La voglia di rimanere fuori dalla diatriba è tanta, cosciente dell’acidità di stomaco che inevitabilmente il tema ingenera. Ahimè oggi ho dovuto ascoltare il solito teatrino (radiofonico) in onda sulla RAI ed il solito messaggio psico-propagandista. E le uniche parole di buon senso le ho ascoltate da un pediatra e da Giuliano Ferrara. E per il sottoscritto, essere d’accordo (in toto) con Ferrara significa ingoiare un boccone amaro.

Faccio quindi un po’ di chiarezza. A modo mio, cioè disconoscendo in premessa il valore del “politicamente corretto” e riconoscendo solo il valore della ragione.

Ciò che oggi è pura eresia.

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Eresia (premessa) del sesso.

In natura esistono due sessi, quello maschile e quello femminile. In tutte le specie animali mammifere, e non solo. Null’altro.

La sessualità nei mammiferi è legata alla necessità riproduttiva. Se ci riproducessimo per talea non avremmo bisogno del dimorfismo sessuale. Tale sessualità è biologicamente (non culturalmente) etero, perché la natura richiede l’utero di una femmina fertile e il seme di un maschio non sterile. Ogni altro atto è tecnicamente non sessualità. Il che non significa che non sia atto lecito, piacevole e tanto meno sia atto deplorevole. Il fatto che che il linguaggio comune abbia definito come atto sessuale quello che è altro dalla sessualità biologica non cambia la natura delle cose. Un rapporto orale o anale non sono sessualità in termini biologici, perché in premessa non possono portare alla riproduttività. Lo divengono solo nel dizionario volgare nel momento in cui il rapporto sessuale si dissocia dalla riproduttività e per estensione diviene ogni altro atto “ludico” che coinvolga organi atti alla riproduzione.

La nostra società contempla il rapporto orale e il rapporto anale come pure altre pratiche (incluse ad esempio quelle sadomasochiste) fra due (o più) persone che pur non necessariamente coinvolgano organi sessuali, appagano gli istinti neuro-ormonali che tipicamente portano all’atto sessuale e le sensazioni che ne derivano. Atti ludici, atti leciti, s’intende. Atti che la natura non esclude ma che ovviamente non prescrive, perché non funzionali alla sopravvivenza della specie. La natura si limita a dotarci di un sistema riproduttivo maschile (che include un pene) ed uno femminile (che include una vagina); e ci dota di un istinto sessuale per la riproduttività. Per scelta e per possibilità (fertilità) un maschio ed una femmina possono riprodursi per mezzo della sessualità; per scelta o per impossibilità (sterilità) possono decidere di divertirsi senza scopi riproduttivi. Due persone omo-sessuate vincolate da un rapporto di coppia stabile limitano se stesse alla seconda opzione.

Eresia (postulato) della riproduttività dell’omosessuale

Dicasi persona omosessuale una persona che compie atti sessuali (intesi nel senso comune della cosa) con una persona dotata dello stesso apparato riproduttivo. Per quanto assurdo possa sembrare, una persona omosessuale fertile può riprodursi attraverso un atto sessuale con una persona fertile dotata di apparato sessuale complementare. Corollario a ciò: le abitudini omosessuali non sono esclusive della riproduttività, cioè una persona fertile con preferenze omosessuali non ha alcun impedimento alla riproduttività se non il proprio libero arbitrio.

Eresia (postulato) della natura dimorfica dei genitori

Un bambino ha diritto ad un sano sviluppo psicologico. Tale sviluppo si basa su un centro di gravità definito dalla propria identità di persona. Sapere da quali persone è stato generato e con chi identificarsi, con chi specchiarsi. Data la natura dimorfica della nostra specie ed eterosessuale della riproduttività tali persone sono un uomo ed una donna. Tali persone vengono definite madre e padre. Un bambino ha diritto ad avere un padre ed una madre.

Eresia (postulato) della non disponibilità della persona

Un bambino non è un oggetto. Non può essere predeterminato, ordinato, acquistato, o restituito. Un tempo ciò sembrava ovvio, direi naturale.

Eresia (postulato) della nullità del diritto alla genitorlialità

Né un uomo né una donna hanno diritto ad avere un bambino. La procreazione, semmai, è un diritto fondamentale perché è biologicamente determinato. La genitorialità invece non è un diritto, ma un dovere che discende dalla possibilità procreativa cui segue una responsabilità educativa e di sussistenza dei pargoli, nel rispetto del primato del bambino ad un sano sviluppo psicologico. Non tutte le persone decidono di divenire genitori, ivi incluse quelle unite in rapporti di coppia eterosessuali; nessun diritto negato, solo libero arbitrio. Chi richiama il diritto alla genitorialità perché le proprie preferenze sessuali e/o di convivenza non permettono la procreazione asserisce il primato del proprio arbitrio e della propria disponibilità materiale sul diritto del bambino.

Questo è quanto.

Congedo mestruale

Giovedì scorso ero in auto, diretto ad una delle scuole in cui “insegno”, ed ascoltavo una trasmissione radiofonica. I capolavori della corrente musica pop venivano  interrotti da una news  emblematica dei tempi che viviamo. Un sondaggio (non so quanto attendibile) rivelava che il 70% delle persone intervistate manifestava il proprio assenso al “congedo mestruale“. Sette (7) giorni di congedo per le donne nel periodo mestruale.

E perché no? Sarebbe una grande conquista per i colleghi delle congedate. Qualche femminista dei tempi andati forse si rivolterebbe nella tomba, ma sicuramente i colleghi maschi che lamentano l’irrazionalità saltuaria (ma periodica) dell’altra metà del cielo, godrebbero di 7 giorni di pace, ogni mese.

donna-con-dolori-mestrualiPerché no, quindi?

Ovviamente congedo non retribuito, s’intende. E senza contributi, ovviamente.

A casa sì. Piacevolmente assorte a coccolare il vostro ventre. Ma senza paga e senza contributi. Perché altrimenti la domanda ovvia si pone.

Chi paga per il vostro prezioso congedo mestruale? Ed in tempi di spending review della reversibilità, patriarcale retaggio della eteronormativa famiglia tradizionale, la domanda si pone, eccome.

“We can do it”.

we-can-do-it

Certo, care, certo.

Buon congedo.

La grande donna della TV

Dal lunedì al venerdì, la TV ci offre un pomeriggio tutto rosa il cui tema fondamentale è “perché gli uomini sono così brutti e cattivi in mondo abbellito dalle donne”?

In uno di questi pomeriggi, qualche settimana fa, sulla RAI (il cui canone, per comodità di tutti, da oggi verrà prelevato dalla bolletta elettrica) si celebrava una grande donna che dopo aver ucciso il marito e aver inscenato una falsa rapina, rivendicava il proprio ruolo di vittima. Il marito era troppo impegnato nella propria autopsia per dare la propria versione.

Pochi minuti fa una grande donna conduttrice del pomeriggio rosa di RAI 1 intervistava un’altra grande donna dello spettacolo, comodamente adagiata su un “sofà”. La grande donna conduttrice poneva la solita domanda di rito alla grande donna ospite:

è questo ancora un mondo ancora maschilista?

Si badi bene. Non al maschile, non a guida maschile, ma maschilista.

Ciò è, per la grande donna conduttrice, un fatto assodato.

Entrambe le grandi donne sono mie coetanee, quindi parlano del mondo che mi ha ospitato e che ho conosciuto.

Quello che mi ha consegnato mio padre dopo una vita lavorativa di fabbrica iniziata a 12 anni, per poter garantire a mia madre una vita dignitosa ed una adeguata reversibilità; quello di mio zio partito emigrante (con una scarpa ed una ciavatta) per l’Australia dopo la II guerra mondiale per garantire qualche soldo alla sua famiglia d’origine.

Ed in piccolo quello mio, di un privilegiato moderno, che deve assistere allo scempio femminista dell’etica giornalistica, della storia, e per che no? … anche della TV.

Femminismo a Colonia

Qualche settimana fa scrivevo un articolo “WHY #FEMINISM LOVES RADICAL #ISLAM” (perché il femminismo ama l’Islam radicale ).

In sostanza il messaggio era il seguente:

il femminismo non può accettare la dimensione contingente, culturale e situazionale del sessismo e delle discriminazioni, perché altrimenti dovrebbe accettare il fatto che non è una questione di genere; e se accettasse questo assunto dovrebbe poi contemplare l’ipotesi che nella nostra contingenza/cultura occidentale le donne non sono affatto oppresse e magari le discriminazioni e il sessismo esistono a parti invertite. Il femminismo non può accettare questa ipotesi, in premessa. Se accettasse tale ipotesi, si dissolverebbe.

muslim-womanUna femminista irrideva, ovviamente, su twitter il contenuto dell’articolo.

Ovviamente i fatti, pochi giorni dopo, mi hanno dato ragione.

Il femminismo non può accettare la dimensione culturale del sessismo, della misogninia e della misandria (parola, quest’ultima che neanche contempla).

Per il femminismo la violenza e il sessismo sono di genere. Di un genere.

Così anche davanti ai fatti (ipergonfiati per speculazioni politico-ideologiche in opposte direzioni) il femminismo non accetta che se ne faccia una questione culturale legata all’Islam, perché altrimenti saprebbe di razzista. Meglio, molto meglio farne una questione di genere, perché …. perché farne una questione di “genere” non è affatto un concetto razzista…

Ascoltavo allibito, ma non stupito, i dibattiti di questi giorni.

Chi ne faceva, prevalentemente dal fronte maschile, una questione di civiltà: “l’Islam è misogino”, in chiave xenofobo-razzista.

Chi ne faceva, dal fronte femminile, una questione di genere: “i maschi sono violenti e misogini”, in chiave misandrico-razzista.

Una giornalista cinquantenne, con lauto stipendio, fresca di parrucchiere, in tallieur e tacchi a spillo ricordava quale violenza subiva 37 anni fa, quando  doveva sfilare tra gli sguardi degli uomini. Gli sguardi. … a Sabaudia.

A Sabaudia? Nel 1979? Non so se piangere o ridere. Trentasette anni fa io c’ero a Sabaudia, con le mie sorelle che dismettevano la minigonna per esibire il bikini, mentre io e mio padre andavamo a telline. Oggettificazione maschile, ovviamente.

Eh, che tempi. Siamo al femminismo del piagni e fotti.

E’ il caso di chiamare costoro col loro nome: “sciacalle di genere“.

Io non sono #He4She

Ho appena degustato lo spot RAI in cui testimonial (tutti maschili) dello sport e dello spettacolo dichiarano la loro vocazione morale:

Io sono He For She

Che in Italiano significa

Io sono Lui per Lei

Per combattere le discriminazioni di genere, forma linguistica “neutra” per dire che gli uomini (e solo gli uomini) discriminano (negativamente) le donne. E d’altronde il video è chiaro nel messaggio, e lo slogan dice tutto: “He for She”.

La forma linguistica è falsamente piacevolmente neutra ma in realtà è ipocritamente inclusiva, per attirare gli uomini, quelli buoni ovviamente, nella trappola della cooptazione per buona fede. Un’invito a cena per tutti gli uomini, senza comunicare loro che non sono dei graditi ospiti; semmai la portata principale del pasto.

He for She, slogan inglese perché coniato da UN Women (United Nation Donne) perché ovviamente per l’ONU tutti sono uguali, alcune più uguali.

He4She un hashtag lanciato a Settembre del 2014 con un testimonial d’eccezione, Emma Watson (nota come Ermione nella serie Harry Potter), notoriamente un’altra oppressa.hermione

Dedicai alla sua performance Internazionale all’ONU un articolo in inglese “Dear Hermione“, per chi mastica un po’ d’inglese.

Il messaggio è chiaro, per chi vuole ascoltare; gli uomini sono responsabili (collettivamente) di tutti i problemi, inclusi i propri, ed individualmente devono impegnarsi per cambiare. Come? Lui per Lei.

 Citerò solo un passaggio

I want men to take up this mantle. So their daughters, sisters and mothers can be free from prejudice but also so that their sons have permission to be vulnerable and human too – reclaim those parts of themselves they abandoned and in doing so be a more true and complete version of themselves.

che traduco per voi

Io voglio che gli uomini vestano questo mantello. Così che le loro figlie, sorelle e madri possano essere libere dal pregiudizio, e anche i loro figli possano essere vulnerabili e umani, reclamando quelle parti di se stessi che hanno abbandonato e così facendo, materializzare una versione più completa di se stessi.

Chiaro il messaggio no? Cari uomini, così come siete non siete solo un problema per la società.

Siete incompleti e non umani.

Per il 2016 fate la vostra New Year Proposition. Io faccio la mia.

Io sono “He for He, “lui per lui”.

Una “soluzione finale” per il maschio

Ho sempre avuto una sincera antipatia per il termine Nazifemminismo, perché tale termine rende suscettibile il merito della discussione alla tattica della derisione per delegittimare l’interlocutore. Il termine, però, è tutt’altro che inappropriato. I paralleli sono tanti, ma non mi dilungherò in tale dissertazione e mi limiterò ad enuclearne uno, la matrice identitaria.

Come il nazismo ha sviluppato la propria matrice identitaria attorno al profilo etnico di razza “ariana” al fine di poter legittimare il nemico da eliminare, così il femminismo ha sviluppato la propria vocazione identitaria attorno al profilo genetico di una razza femminile onde poter definire i contorni del suo naturale nemico, la razza maschile.

La storia ce lo insegna; l’identità di gruppo si sviluppa senza particolari artifici per via di meccanismi sociali naturali; l’embrione è sempre lo stesso: nuclei minoritari che fanno leva sul proprio status di vittima per evadere il giudizio morale, lo scrutinio intellettuale e talvolta anche la legge. Nell’apatia di una maggioranza disaggregata, disinteressata e non contrapposta, questi nuclei crescono per cooptazione; è una crescita disorganica, in cui le istanze rivendicative cambiano pur di assecondare i nuovi gruppi demografici cooptati, fino a quando la minoranza muta in una difforme e incoerente maggioranza. Un gruppo il cui unico collante è la presenza di un nemico da abbattere.A-womens-liberation-demon-009

E’ un meccanismo sociale noto, e si basa sulla fomentazione continua della paura.

E’ così che il femminismo cambiava le sue pelli, muovendosi da istanze iniziali di autodeterminazione femminile, per poi teorizzare sovrastruture, fino a fagocitare al suo interno le istanze delle minoranze più disparate (omosessuali, trans, minoranze etniche), incurante delle contraddizioni che assorbiva ed alimentava. Tutto pur di poter profilare e rendere minoranza il suo nemico di sempre; il maschio, bianco ed eterosessuale. L’emblema, nella paranoica visione femminista della società, del potere.

Potere, potere, null’altro che potere. Al femminismo della donna non importa nulla; non è mai importato nulla.

Diana Russell coniava (o quantomeno sviluppava) il concetto di femminicidio, alcuni decenni fa; un concetto razzista, secondo cui le donne sono uccise dagli uomini in quanto donne. Un concetto osceno che ovviamente abbiamo preso ed adottato, grazie al meccanismo della “cooptazione in apatia”. La stessa Russell aveva le idee chiare da quel dì; il femminicidio non serviva a combattere la violenza sulle donne (lei stessa aveva osservato che i delitti sulle donne erano aumentati in concomitanza con lo sviluppo del femminismo). Per lei affermare il concetto di femminicdio era, ed è, uno strumento puramente politico per affermare il teorema dell’odio di genere: l’uomo esercita violenza sulla donna, in quanto donna; in sostanza l’uomo è il nemico naturale della donna.

Accettare l’anima misandrica, e sostanzialmente eugenetica, del femminismo è difficile ancora a molti, per il meccanismo suddetto della cooptazione graduale nell’apatia generale. Ma il quadro risulterà via via più chiaro a mano a mano che si faranno spazio negli ambiti educativi i concetti di violenza di genere (che risuona col concetto di violenza razziale, non vi pare?), di privilegio maschile, eccetera. Concetti per adesso mimetizzati in nebulose “iniziative di genere”.

Col tempo hanno dovuto prenderne atto illustrissime femministe d’oltreoceano, quali C. Hoffsommers, C. Paglia, J. Fiamengo. Un discernimento avvenuto tardi, non prima di aver adempiuto il loro servile compito. Servile senza accezioni dispregiative. Semplicemente i servi non hanno cognizione di causa. Ma gli ideologhi, sì.

Sono infatti le parole delle ideologhe del femminismo radicale che si fanno strada, attraverso media e accademia, fino a costruire la narrazione di iniziative istituzionali e di trattati internazionali quali la Convenzione di Istanbul.cdn.mg_.co_

Valerie Solanas è un nome che dirà poco a molti; a qualcuno ricorderà solo il tentativo di omicidio di Andy Warhol. Pochi la ricondurranno al manifesto SCUM (Society for Cutting Up Men), “società per fare fuori gli uomini”, manifesto che tutt’oggi fa proseliti.AndreaDworkin1986

E le affermazioni di Andrea Dworkin faranno alzare le sopracciglia con sufficienza e ironica accondiscendenza a molti; ma l’idea che “odiare il femminismo significa odiare le donne”, “che la differenza tra uomini e donne è che i primi commettono violenza e le seconde la subiscono”, “che la società non sarà libera finché non morirà la mascolinità”, eccetera, non sono esternazioni estemporanee; esse sono gli assi ideologici su cui si trasporta di generazione in generazione il femminismo.

Ideologhe che grazie agli “spazi sicuri” (“safe spaces”) quali gli Studi di Genere (Gender Studies), garantiti dallo status di vittima, continuano a fare nuovi proseliti della misandria.Julie-BIndel-01a

Così Julie Bindel, femminista radicale e lesbica, colonnista del giornale inglese The Guardian (testata ricca di spazi riservati al femminismo radicale), ed opinionista della BBC (testata giornalistica largamente presidiata dal femminismo britannico) si esprimeva il 29 Agosto 2015 (link1, link2), in preparazione del Collettivo Femminista Radicale del 2015, in risposta alla domanda se “l’eterosessualità sopravviverà alla liberazione delle donne?“:

No, a meno che gli uomini non agiscano coerentemente, gli si tolga il potere e quindi inizino a comportarsi bene. Intendo dire che li vorrei mettere tutti in una specie di campo dove possono girare in moto, bicicletta o furgoni bianchi. Darei loro una scelta di veicoli da poter guidare, niente porno, senza possibilità di fare a botte (ci sarebbero guardie, ovviamente). E le donne che volessero fare visita ai loro figli maschi o i loro amanti, avrebbero la possibilità di farlo, prenderli in consegna come dei libri in una libreria, e poi portarli indietro.

Io spero che l’eterosessualità non sopravviva, in effetti. Vorrei vedere una tregua all’eterosessualità. Un’amnistia fino a quando noi non ci saremo liberate. Perché sotto il patriarcato è una merda.

E mi sono rotta di sentire donne che dicono che i loro uomini sono a posto. Quegli uomini sono stati tirati su con i privilegi del patriarcato e sono compiacenti, non stanno impedendo agli altri uomini di essere merda.

Vorrei vedere una liberazione che porti le donne ad abbandonare gli uomini dicendo loro: quando tornerete come esseri umani, allora ci potremo rivedere.

Questo il 29 Agosto 2015. Cosa dicevamo sul razzismo?

Questo è il femminismo nel 2015. Tale è sempre stato. E tale sarà sempre.