Pensione o tassa sul pene?

Qualche tempo fa ho realizzato un video per spiegare un po’ come funzionava, e tutto sommato ancora funziona, il sistema pensionistico Italiano.

Un video prodotto per due motivi; uno di carattere didattico, perché si sappia come funziona il flusso di cassa e rendere il giusto merito alla popolazione maschile per il sacrificio che quotidianamente fa per tenere in piedi la baracca; il secondo perché all’alba della riforma “Fornero”, alcuni (sindacalisti) e soprattutto alcune (ricordo bene la Bonino “i soldi tolti alle donne devono tornare nelle tasche delle donne” e la Camusso “il bilancio dell’INPS è già in pareggio”) alzarono gli scudi contro una riforma che gradualmente innalzava l’età pensionabile delle donne equiparandola a quella maschile. Come si potessero sostenere tali tesi senza provare vergogna è un mistero per me; non ci vuole certo un genio per capire che se una lavoratrice versa contributi per meno anni e gode della pensione per più anni rispetto ad un uomo, il sistema è discriminatorio.

Viceversa non ho visto/ascoltato nessuno menzionare il fatto che il sistema fosse discriminatorio verso gli uomini, e in buona sostanza permaneva tale anche dopo la riforma. E tanto meno nessuno che abbia alzato la manina e detto “ma perché innalzate l’età pensionabile maschile ancor prima di aver raggiunto la ‘parità’?”

Ebbene era evidente che non solo mancava il coraggio (gli uomini sono peggio degli struzzi) ma anche la conoscenza “fattuale”, numerica, per capire quanto il sistema fosse discriminatorio verso gli uomini sia sul piano etico che su quello economico. Per non parlare dell’assoluta mancanza di buon senso perché l’impostazione del sistema pensionistico era fallimentare, ed anche dopo la riforma “Fornero” rimane destinato al fallimento economico.

I contenuti sono ancora attuali. Consiglio quindi la visione/ascolto del video (circa 30 minuti, i primi 3 sono forse noiosi, ma poi il video diviene molto interessante ed informativo) qui sotto e poi proseguire con la lettura.

In buona sostanza il sistema pensionistico è congegnato, ed in passato lo era ancora di più, perché gli uomini (anche a parità di stipendio) contribuiscano maggiormente delle donne, e godano di minori anni di pensione, non solo in termini assoluti (perché non si può fare un torto al mondo rosa di vivere di più a lungo) ma anche in termini relativi come rapporto tra anni pensionati e aspettativa di vita.

Gap Assoluto Pensioni

Gap Assoluto Pensioni

 

Gap Pensioni Relativo

Gap Pensioni Relativo

Se poi assumiamo (e penso che si possa concordare) che l’equità su un piano etico si possa realizzare quando il rapporto tra anni pensionati e aspettativa di vita sia uguale per uomini e donne, si perviene al grafico qui sotto che spiega ancora meglio l'”equità” del sistema pensionistico.

Indice d'equità pensioni.

Indice d’equità pensioni.

Dal grafico si evince come il sistema sia stato sempre discriminatorio (zona sopra la riga blu) nei confronti degli uomini e abbia raggiunto il suo massimo dopo la riforma Dini degli anni ’90. Raggiungerà i suoi minimi tra qualche anno quando si perverrà all’equiparazione dell’età pensionabile a 67 anni. Interessante notare che a quel punto l’indice d’iniquità inizierà ancora a salire, invece di scendere, per via del fatto che l’aumento prospettato di età di pensionamento riduce gli anni di pensionamento per uomini e donne, ma la riduzione è più pesante in termini relativi per gli uomini. In tale grafico ho assunto aspettativa di vita fissa a 79 e 84 anni rispettivamente per maschi e femmine, per le ragioni esposte nel video, perché non c’è nessun motivo ragionevole di assumere un aumento significativo di tale età. Nel caso si assumessero aspettative di vita crescenti non cambierebbe la sostanza; la curva avrebbe solo una pendenza meno ripida (ma sempre crescente).

Sul piano economico il video spiegava come il sistema fosse (ed in buona sostanza è) basato sull’eccesso di cassa maschile per finanziare la mancanza di contributi femminili, nonché la reversibilità, la maternità eccetera. E ciò anche a parità di stipendio. Non ripeto i risultati esposti nell’analisi (del 2012) del video perché grazie alla crisi ci sono alcune novità portate dalla recessione economica, dai coefficienti di conversione adottati nel 2013, e dall’aliquota previdenziale al 33%, che se pur non spostano significativamente la questione, sono degne di nota.

Ripetiamo la simulazione con uno scenario realistico, assumendo un tasso di rivalutazione del montante pensionistico  (1% annuo) agganciato al PIL e meno ottimistico di quello utilizzato nel video, assumendo:

  • Stipendio uomo maggiore del 50% rispetto a quello di una donna
  • Forza lavoro composta di 59% uomini e 41% donne
  • Aspettativa di vita di 84 e 79 anni Donne/Uomini
  • Incremento medio annuale stipendio 2,5%
  • Contributi previdenziali al 33% del RAL
  • Tasso d’inflazione medio annuale al 1,5%
  • Rivalutazione media del montante di contributi (basto su PIL) al 1%
  • Incremento annuale della pensione al 1%

Ebbene in questo caso i contributi pensionistici divengono un affare in perdita (in attivo per l’INPS) sia per uomini che per le donne (nel video risultava in perdita solo per gli uomini). Ovviamente le perdite sono differenti perché per gli uomini i contributi (in valore attualizzato) ricevuti durante la pensione sono del 34% inferiori ai versamenti fatti; per le donne la remissione è dell’ordine del 10%.

E’ ovvio che i versamenti previdenziali debbano essere in perdita, in quanto i versamenti servono ad alimentare altre prestazioni previdenziali oltre la pensione, per non parlare della macchina INPS che da sola pesa per circa lo 0,7% delle entrate correnti dell’INPS. Annualmente circa l’86% delle entrate correnti dei contributi INPS vanno in pensioni, il resto in amministrazione e altro welfare.

In ogni caso rimane il fatto che la stragrande maggioranza dell’avanzo di cassa necessario all'”attivo” INPS è generato dagli uomini.

Inutile aggiungere le considerazioni esposte nel video, e cioè che stante il meccanismo pensionistico attuale, all’aumentare della popolazione lavoratrice femminile ed il reddito medio femminile, i conti INPS tendono inesorabilmente al rosso.

Senza dilungarmi oltre, la pensione è destinata al crack economico, almeno fin quando le donne non andranno in pensione dopo gli uomini o, viceversa, non  pagheranno un’aliquota INPS maggiore degli uomini, o avranno un coefficiente di conversione peggiore degli uomini (come avviene, giustamente, nelle assicurazioni private).

Figuriamoci, sarebbe un “attentato misogino e patriarcale mirato all’oppressione della donna in quanto donna”.

Per adesso rimane una tassa sul pene.

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