La mort de la #libertè

Ho fatto tarda notte, per assistere alla conta dei morti. Come molti morbosamente attratto dalla voglia di assistere al “terrorismo in azione”.

I giornalisti ridicolmente in competizione nella gara del numero più alto; perché i morti non sono mai abbastanza, perché l’audience schizza con la morte in diretta.833px-La_Liberté_ou_la_Mort_1795

Io dietro loro. C’è un fascino speciale nell’assistere al terrore dalla propria poltrona; la perversa sensazione di una confortevole sicurezza quando altri hanno perso la propria vita o stanno per perderla.

Un corpo che giace sul terreno, i lampeggianti delle ambulanze, un cecchino appostato, teste di cuoio armate fino ai denti, e la “conta” sul sottofondo sonoro di esplosioni e armi da fuoco.

Neanche finita lo conta, arriva il festival della stupidità.

saranno i Francesi disposti a rinunciare alla propria libertà per una maggiore sicurezza?

ci vuole un Patrioct Act anche in Francia (ed Europa)

Nel 2001 “The land of the free” precipitava in una spirale liberticida e guerrafondaia da cui non si è più sollevata. Ora tocca proprio a coloro che donarono oltre oceano l’emblema di uno dei propri valori fondanti, La Libertè. E gli Statunitensi ripagano il dono della Statua della Libertà a distanza di 150 anni, ergendo in Europa la Statua della Sicurezza.

frontiere aperte, non bisogna lasciare il campo a xenofobi e populisti

se tali criminali crescono in Europa è perché non trovano abbastanza integrazione

Smettere di bombardare democrazia, questo mai. Ma frontiere aperte a chi, non a torto, ci odia, questo sì!

Il politicamente corretto che frutta giacimenti petroliferi in cambio di migranti. Tra di loro le vittime delle guerre da noi istigate e finanziate, e chi invece la guerra vuole restituircela.

Il prezzo di tale politica in primis lo pagano i malcapitati di turno, col sangue; e tutti con tanta “sicurezza”.histoire-liberte-ou-la-mort

E’ la confortevole sicurezza salottiera di una prima visione, La mort de la libertè.

Annunci

Le guerre non dichiarate

Qualche mese fa la NATO con gli USA in testa (e l’Europa al guinzaglio) aprivano il fronte orientale. Alcuni anno impiegato molto tempo prima di capire che in Ucraina era avvenuto un colpo di Stato anti Russo; molti non l’hanno ancora capito, o fanno finta di non capire per convenienza. Dopo mesi di ricatti finanziari da parte dell’EU e movimenti di piazza pagati con dollari statunitensi, il presidente, pardon, il dittatore veniva deposto e il nuovo governo commissariato in modo spudorato. Veniva abbattuto un aereo civile, e si apriva una guerra civile. La colpa? Russa ovviamente. Chi altro se non la Russia aveva interesse a rompere un ciclo di crescita economica esponenziale e danneggiare gli scambi commerciali con il suo miglior partner, l’Europa?orso-russo-sconfigge-aquila-nazista

In virtù delle sue manifeste responsabilità, la Russia veniva condannata dalla Comunità Internazionale (cioè la NATO) a sanzioni economiche. Qui è dovuto un chiarimento sulla definizione di sanzioni; si intende infatti l’atto unilaterale di una delle parti coinvolte nell’individuare la colpa, il responsabile e definire l’ammenda. Tutto ciò facendosi beffa degli accordi di libero scambio del WTO e dell’ONU, organizzazione farsa di base a New York (e non è un dettaglio).

Le sanzioni, assedio economico, tipico corollario di una guerra, non nutrono effetto e la Casa Saudita fa quanto la Casa Bianca comanda. Sprofondare il prezzo del petrolio. Gli USA galleggiano benissimo sulla crisi mondiale e le spese le pagano i Paesi dell’area BRICS; prima di tutto la Russia, ma anche e soprattutto Venezuela e Brasile, sull’orlo del tracollo economico e di qualche … rivoluzione colorata.

Gli USA se la godono da oltreoceano, e l’Europa immemore di come nasce una guerra mondiale, si lecca le ferite e si consola con l’illusione di essere baluardo dei diritti umani.

La guerra c’è ma non si vede; basta non dichiararla, semplice no?

Ma il fronte orientale non si apre solo sugli Urali, ma anche sul Pacifico. A pensarci, ricorda un po’ il preludio della II Guerra Mondiale, o no? Stavolta non è il Giappone a recitare il ruolo del cattivo. C’è il Drago Cinese che incute paura, e si fa beffa dei diritti umani, ovviamente. Anche per loro una guerra non dichiarata, e poco visibile a noi Europei fino a qualche giorno fa, quando i TG ci hanno proposto lo scenario di un mercato finanziario mondiale messo in ginocchio dalla svalutazione dello Yuan.wolverine-comics-dragons-2678053-1920x1080

Già perché apparentemente la svalutazione dello Yuan del 3,6% determina il tracollo dei mercati; diabolici i Cinesi. Pochi giornalisti hanno avuto la buona creanza di verificare i fatti; se lo avessero fatto avrebbero scoperto che non c’era nulla di straordinario. Ma erano troppo presi a recitare il verbo preparato e propagandato da Wall Street. In realtà la banca centrale Cinese aveva fatto in modo meno scostumato, quello che già FED (da 7 anni) e BCE (da un anno) fanno; manovre valutarie aggressive. Manovre valutarie in luogo di manovre militari; ma il passo potrebbe essere breve.

Gli Italiani scoprono così che esiste una Banca Centrale Cinese che tutela gli interessi del popolo Cinese. Ma non sanno altro. Non sanno che è in corso una guerra finanziaria ordita dagli esportatori di democrazia contro il dragone. Guerra che ha iniziato a brillare nell’ultimo anno quando è iniziata l’integrazione tra le borse di Shanghai e quella di Hong Kong; vi ricordate il timido tentativo di “rivoluzione colorata” ad Hong Kong di qualche mese fa? Embrione di rivoluzione prontamente allestita a valle dei vincoli di controllo finanziario minacciati dalla Cina.

Quindi è seguita la bolla finanziaria provocata dai fondi d’investimento Occidentali (in particolare Statunitensi) che hanno gonfiato a dismisura i listini Cinesi, in particolare quello di Shanghai. Nel mentre la Cina acquistava oro a più non posso per rafforzare le riserve in vista di una potenziale guerra valutaria; da par suo gli USA manipolavano il mercato dell’oro buttandone già la valutazione con un meccanismo ben descritto da Paul Craig Robert (The Hows and Whys of Gold Price Manipulation), al fine di rendere più suscettibile il mercato Asiatico allo shock finanziario provocato dall’innalzamento dei tassi d’interesse della FED. Innalzamento più volte rimandato per un semplice motivo; gli USA vogliono uno shock delle borse e finanziario che frantumi i mercati emergenti in particolare quelli aderenti agli accordi di libero scambio di Shanghai e indebolisca lo yuan come moneta riserva del nascente Fondo Monetario BRICS.

No, la Cina non ha svalutato per sorreggere un’economia che arranca. L’economia Cinese viaggia con una crescita del 6,6%, inferiore al 7% annuo cui ci aveva abituato, ma sempre dignitosa. In realtà è in corso un tentativo made in USA di svuotare i capitali delle borse Cinesi attraverso la manipolazione dell’informazione (Wall Street Journal in testa a tutti) per creare una crisi di fiducia e la manipolazione diretta dei capitali, sgonfiando rapidamente la bolla che gli stessi fondi d’investimento Statunitensi hanno creato durante tutto il 2014 e metà del 2015.

La Cina sta solo rispondendo a questa guerra non dichiarata, rigonfiando la borsa con capitali freschi di conio e sganciando lo yuan dalla banda di oscillazione che lo lega al dollaro, in vista dello shock finanziario che arriverà con il rialzo dei tassi d’interessi in congiuntura con la perdurante crisi petrolifera.

Una storia di guerre non dichiarate, che non avrà un bel finale.

Banconote da 7 Euro per sole donne

La verità, che grande parola. Forse troppo grande per la natura umana. C’è chi inutilmente la persegue, chi la travisa e chi l’aborre. Nella corsa per l’affermazione della verità, filosofie e religioni, scienze ed ideologie, si sono avvicendate, separate, incontrate e scontrate.

Tutte ad eccezion fatta del “femminismo” che non può incontrare la scienza, perché estraneo alla natura, né trascendere nel metafisico, perché non ne ha bisogno; esso è “verità”, anzi è “La Verità”.  E il suo semplice scrutinio è il falso, l’eresia.

Parola di eretico.

Il femminismo non ha bisogno di opera di convincimento, semmai solo di indottrinamento. E’ verità in sé, che si manifesta all’uomo nuovo perché questi finalmente conosca il “Verbo”. Con apparizioni improvvise, sempre più frequenti. Apparizioni televisive dentro le vostre case, sì, ma non solo. Sempre più spesso in aule scolastiche, e in itinere, per strada, sugli autobus, in metropolitana. Perché l’uomo nuovo DEVE sapere.

E proprio in itinere, alcuni “fortunati” hanno potuto godere di una manifestazione “metropolitana” della Verità:7 euro

“Nel mondo del lavoro essere donna non paga ancora abbastanza”

perché

“Oggi le donne vengono pagate fino al 30% in meno rispetto agli uomini”.

La Verità esibisce un volto austero, severo, ed una banconota da 7 Euro. Un bel 7 stampato su una banconota da 10, una fine allusione al 70%, il segno della discriminazione patriarcale, il nemico che opprime la donna da tempo immemore, prima ancora dell’Euro-moneta; accumulando un debito infinito e inestinguibile.

Le donne vengono pagate “fino” al 30% in meno degli uomini; cosa vorrà dire mai La Verità? In sé il messaggio non ha senso. Donne pagate meno di uomini; quali donne, quali uomini? Un carpentiere pagato più di un’avvocatessa? Un tornitore pagato più di una conduttrice televisiva? Dove? Come mai? Domande eretiche che inducono a superflue riflessioni.

Ma La Verità non ha bisogno di dirci tutto e soprattutto non ha bisogno di citare ciò che può distrarre l’homo itinerante: fonti, fatti e circostanze. La Verità aborre la ragione, si affida al subliminale; se mi inseguono nella metropolitana parlandomi di un “problema” femminile significa che esso è preminente; e se lo dicono a me, significa che riguarda me; e se “il come” e “il dove” non sono citati, allora devo dare per scontato quello che è omesso; devo riempire gli spazi. E’ così che il Verbo si materializza nella sua completezza: “una donna viene pagata il 30% in meno di un uomo, in Italia e per lo stesso lavoro”. I fatti vengono rimpiazzati dall’assunto, gli spazi riempiti dall’immaginazione. E’ il potere della psicologia sociale, e La Verità lo sa.

Roba fine, roba da stratega della comunicazione. Roba che si paga, con banconote vere.

Un messaggio che parla tutte le lingue, e tutte le monete, in particolare “La Moneta”, il Dollaro Statunitense. Sì, perché proprio dagli USA arriva La Verità; “per ogni dollaro guadagnato da un uomo una donna guadagna 70 centesimi”. Perfino il Premio Oscar Obama, l’ha ripetuto qualche mese fa davanti ad una folla femminile osannante. Tutte oppresse nonostante le apparenze piuttosto borghesi. Qualche giorno dopo la Casa Bianca, stante le proteste di qualche patriarca reticente al Verbo, precisava che la citazione del Presidentissimo si riferiva alla media degli stipendi degli uomini e delle donne, sull’intero territorio Statunitense.

Sette, un numero che torna, il numero della Verità. E torna da più di venti anni perché l’uomo nuovo faccia suo il verbo; a nulla valgono gli sforzi degli eretici che oppongono la più criminale delle menzogne, i fatti.

I fatti mostrano che a parità di impiego, di ore lavorate i guadagni sono uguali? Ostracismo patriarcale.

I fatti mostrano che gli uomini svolgono di gran lunga i lavori più rischiosi con oltre l’80% degli infortuni e il 95% delle morti sul lavoro? Irrilevante!

I fatti ci dicono che le donne godono di trattamento privilegiato nelle assunzioni e negli avanzamenti di carriera? E’ uguaglianza.

I fatti mostrano che gli uomini si assentano e si ammalano di meno? Menzogne!

I fatti mostrano che gli uomini pagano più tasse e contributi previdenziali e ne godono di meno? Fandonie!

I fatti sono eresia, sono retaggio patriarcale. Quello che conta è La Verità.

Noi eretici permaniamo nell’ignoranza, ma con una sola ferma certezza; in quel manifesto la banconota non è l’unica cosa falsa.


Articolo pubblicato su Uomini Beta

Euriade: “Il cavallo di Troika”

Eppure il piano era ben congegnato, pensato e ripensato. Erigere un cavallo grande grande, bello come non se vedono da secoli, anzi, da millenni.

E dentro la sorpresa! I nostri uomini migliori, al seguito del valoroso ed indomabile Varoufakis; tutti pronti ad agire, quando ormai l’inganno sarà consumato. E lo dipingeremo di rosa questo cavallo, perché sia ancora più apprezzato; un grande confetto col crine di “sinistra”; dolce al tocco ed amaro dentro, amaro quanto una mandorla che attende da troppo tempo, e letale come l’arsenico.

E sì, gli daremo un nome a questo cavallo: Syriza. Un nome oscuro al nemico, ma che al solo sospirarlo, accende la fiamma degli arditi!

Syriza! Syriza! Syriza!

trojan-horse (1)

E vi apporremo un cartello. Che si veda da miglia di distanza questo cartello: “Ci vuole più Europa, insieme, nell’Europa”.

E condurremo Syriza alle porte di Troika, ornati di corone di fiori; al nostro fianco vestali danzanti sulle note dell’ “Inno alla Gioia”.

Lasceremo la nostra meraviglia alle porte, e ce ne andremo, perché l’ineluttabile destino si compia. Attenderemo la notte, entreremo, e conquisteremo Troika.

Ma nulla di tutto ciò accadde.

Vegliammo la notte. Al mattino un mesto ed acre odore pervase la valle. Il fumo si erse impietoso. Syriza in fiamme. I nostri valorosi vinti ed arsi, martiri di un nemico senza pietà, senza onore.

Morimmo dentro.


Brano tratto da “Euriade: sogni arditi e risvegli amari“, di Tsipras de la Mancha.

La Tragedia Greca, La Commedia dell’Arte, La Farsa

Qualche mese fa scrivevo del pericoloso bluff con cui Tsipras si era presentato al tavolo di gioco della Corte Marziale Europea.

Scrivevo a valle della vittoria elettorale del suddetto e dell’omonima lista. Con grande simpatia e rispetto per il novello Leonida e il suo compagno d’armi, il Marxiano Varoufakis. Rispetto leggermente attenuatosi per il primo, per la scelta di nascondersi dietro il popolo Greco con la scelta referendaria, perché Tsipras doveva sapere dall’inizio che le “negoziazioni” non potevano che significare ulteriore debito in cambio di ulteriori dismissioni di sovranità e interessi nazionali del popolo greco. Rispetto accentuatosi per il secondo, per la dichiarata intenzione (vedremo poi fatti) di dimettersi nel caso il referendum fosse bocciato e la Grecia si consegnasse ancora una volta al piano usuraio dell’Europa.

Un piano di “salvataggio” che non ha confini temporali e materiali, che consuma la Tragedia Greca.William-Adolphe_Bouguereau_(1825-1905)_-_The_Youth_of_Bacchus_(1884)

Un rispetto che non riservo però alla Sinistra greca, e tanto meno alla Sinistra europea nel suo complesso. Entrambe responsabili del falso ideologico che permea la dialettica politica contemporanea attorno al progetto europeo. Un progetto che altro non è che lo scudo morale dell’espansione degli interessi militari ed economici della Nato; un progetto che si autofinanzia tramite l’esplosione del debito pubblico, un debito la cui natura pochi hanno compreso, ma che molti, pochi alla volta, capiranno quando i reali creditori si faranno avanti per riscuotere “il dovuto”. Lo hanno compreso i poveri Ciprioti; ora tocca ai Greci, e sono già di più. Toccherà poi ad altri, in un domino senza fine, in cui la platea dei virtuosi si assottiglierà sempre più, mentre quella degli insolventi, degli irresponsabili, inesorabilmente si allargherà, parlando Spagnolo, Portoghese, Italiano, eccetera.

Siamo così alla vigilia di un inutile Referendum che non cambierà il finale della Tragedia, semmai aggiungerà qualche ulteriore Atto. Nel mentre sugli schermi nostrani si avvicendano i “responsabili”, immancabilmente targati PD. “Le regole vanno rispettate”, “I debiti si pagano”, “Noi abbiamo fatto la nostra parte, ora tocca ai greci”, “Abbiamo rimesso i nostri conti a posto, perché farsi carico di quelli greci”, “L’Europa non si discute”, “L’Euro è irreversibile”, “Siamo tutti Europei”. Eccetera, eccetera. Un patetico teatrino degno della peggiore Commedia dell’Arte.maschere

Una commedia con atti improvvisati, ai cui interpreti non è ancora stato comunicato il finale. Sarà un finale a sorpresa.

Oltreconfine la magnanima Francia tende la mano alla Grecia, intenta a definire l’alleggerimento della propria esposizione economica verso i resti dell’Ellade, magari con un aiutino dell’inviata speciale al FMI. La Germania s’irridigidisce e ricoda a Draghi chi comanda alla BCE; i tedeschi sono persone serie e il finale “Grexit” da quel dì che l’hanno preparato. Oltreoceano il premio Nobel alla Menzogna cerca d’intenerire i cuori della Troika, preoccupato dalle tentazioni Orientali cui la Grecia potrebbe rivolgere lo sguardo. C’è da capirlo; con tutto il lavoro fatto per portare la guerra alle porte degli Urali, e con i mal di pancia della Turchia, la Grecia deve tornare nell’ovile.

Poveri greci. Dalla padella degli incapaci politici autoctoni, alla brace degli efficientissimi interessi globali.

Vittime di un’illusione ben architettata. Una Farsa chiamata Europa.

Caro anticapitalista, Marx aveva torto

Ebbene sì, caro comunista, anticapitalista, tu hai tutta la mia simpatia, una simpatia sincera. Perché anche io sono stato “comunista”.

Ma anche tu, se vuoi fare del tuo anticapitalissmo una leva dialettica attuale ed efficace, devi rendere il Marx che è in te “attuale” e, soprattutto, farti una ragione di un fatto: anche Marx aveva torto. Nulla da obiettare sulla grandezza del pensiero Marxiano, sia sul piano economico, su quello filosofico, e direi anche sul piano antropologico. La capacità di Marx di teorizzare e sintetizzare la complessità del modello economico in via di definizione 150 anni fa, definirne le implicazioni sociali e proiettarle nel futuro, è di immenso valore, tutt’oggi.Karl-Marx

La critica di Marx non era solo una critica al “sistema del capitale” in via di definizione, ma soprattutto alla società industriale e, in sostanza, al diritto di proprietà. E in buona sostanza, l’impianto teorico Marxiano mantiene la sua validità, in quanto la nostra è una società industriale, direi post-industriale, ed è una società in cui il diritto di proprietà ha invaso anche l’impalpabile, persino le parole.

Validissima ed attualissima l’analisi dei rapporti di classe e della loro relazione col diritto di proprietà. Straordinaria e visionaria la sua interpretazione del processo di alienazione implicito nel processo produttivo uomo-macchina, tanto più attuale oggi nella società della macchina pensante e dell’uomo-automa. Analisi brillanti perché sono quadri d’autore sul piano antropologico della nostra società contemporanea.

Ma è proprio la sua lettura del “capitale” che non è più attuale. Ma non solo inattuale, ma anche fallata nel suo impianto teorico. E questi sono elementi che minano alla base molto della critica Marxiana all’attuale società del libero scambio di titoli finanziari. E l’adozione dell’analisi di Marx come dottrina e non come studio, rischia di rendere assolutamente inutile molto della pur legittima critica all’attuale capitalismo globale.

Per poter fare una critica Marxiana alla società attuale, bisogna prima avere il coraggio di criticare Marx. Altrimenti si scivola inesorabilmente nell’ideologia dogmatica.

Il capitale cui si riferiva Marx, non esiste più. Il capitale studiato da Marx era ricchezza “materiale” che si materializzava in potere “oggettivo” di compravendita, che in un economia di scambio determinava differenziali “oggettivi” di potere, quantificabili “oggettivamente” in disponibilità valutarie in quanto il “valore” della valuta era supportata dalla disponibilità limitata di beni riserva, tipicamente l’oro, il cui valore “oggettivo” (nella visione di Marx) era la capacità della società di determinare la disponibilità di tali beni. Nella visione di Marx si determinava il differenziale (plusvalore) tra il valore d’uso dei beni (un valore primitivo) ed il valore di scambio (quello negoziale) che determinava un differenziale di potere tra il padrone (detentore del diritto di proprietà e di produzione) e lavoratori in competizione per motivi di sopravvivenza ad erogare prestazioni al minor costo possibile. Un differenziale tanto più accentuato quanto più la globalizzazione determinava concorrenza al ribasso tra uomini e l’industrializzazione determinava concorrenza sleale tra uomo e macchina. Da questa lettura l’analisi del sistema economico diveniva critica politica e sociale.

Da questa prospettiva (ovviamente semplificata da me) nasce l’ideale comunitarista, substrato etico del comunismo, l’idea di un’umanità che condivida il valore oggettivo del lavoro, e di conseguenza il valore d’uso e di scambio coincidano, annullando il potere del plusvalore e di conseguenza la differenza di classe.

Il problema di fondo di tale impianto teorico è tutto sommato evidente. Il valore d’uso in economia non esiste, esiste solo il valore di scambio. Il valore di un bene in sé è la misura della necessità di un bene, e si stabilisce in una negoziazione, e quindi per definizione è valore di scambio. L’automazione e la disponibilità di energia non hanno fatto altro che evidenziare la fallacità in termini economici del ragionamento di Marx. Le macchine non attribuiscono ai beni un valore d’uso e viceversa sono in grado di portare il valore dei beni (superproduzione) verso il suo limite inferiore, determinato dalla disponibilità di energia.

Il valore d’uso, in sostanza, è un concetto puramente strumentale ipotizzato da Marx per scopi (degnissimi) di carattere “umanitario” ma che nel contesto di una società industriale (prima ancora che capitalista) non ha nessun significato (semmai si parla di costo del lavoro). In termini antropologici, il concetto elaborato da Marx ha valenza di monito rispetto ai pericoli del processo di globalizzazione e di industrializzazione, più che di deriva del potere capitalista inteso come super potere della finanza.

In sostanza l’analisi Marxiana, oggi, può solo avere valenza di sviluppo della coscienza sociale rispetto ai rischi del “progresso” tecnologico e della globalizzazione della produzione, ma non può portare a nessuna visione alternativa al potere dei “capitali” finanziari.bitcoin2Ma c’è dell’altro. Il “capitale”finanziario di oggi è immateriale quanto l’energia, perché esso è un derivato dell’energia. BitCoin è forse l’emblema di questo paradosso apparente; l’energia (capacità elaborativa di automi) capace di generare valuta (monete) virtuali ma con potere di scambio reale. E questo Marx non poteva immaginarlo. E’ un capitale che può materializzarsi in beni reali o smaterializzarsi in un attimo, con puro valore di scambio basato sulla fiducia accordata alla valuta dal mercato.

E’ un po’ questo quello che mi delude di buona parte della politica anticapitalista di stampo Marxiano. Il proposito di contrastare qualcosa che non si è ben compreso, la finanza, utilizzando strumenti teorici, che pur utili, hanno limiti enormi e necessitano un’attualizzazione critica.

Senza di essa, l’universalismo, il comunitarismo, rischiano di diventare la porta ideologica della globalizzazione del lavoro, l’inflazione asintotica del valore d’uso del prodotto del lavoro.

L’uomo merce.

LEZIONI DI DEBITO PUBBLICO, PARTE 5: “Il Debito Pubblico e chi lo governa”

Eccoci quindi al Debito Pubblico. Il suo significato è abbastanza semplice, anche se probabilmente non è patrimonio della maggioranza della popolazione Italiana; il Debito Pubblico non è altro che l’accumulo dei disavanzi di bilancio dello Stato e degli interessi passivi su di esso maturati, e vantati dai creditori di tale debito. Lo chiamiamo Debito Pubblico quando in realtà è più giusto chiamarlo Debito Governativo, o Debito dello Stato, o meglio della Tesoreria dello Stato, o anche Debito Sovrano; in gergo viene detto “Pubblico” perché si assume che esso si realizzi nell’esercizio dell’interesse pubblico (del Paese) e che viceversa lo Stato possa chiamare l’interezza della popolazione a saldarlo. E’ anche “Sovrano” perché lo Stato è l’unico amministratore di tale debito, e nell’ambito della sua sovranità può decidere di saldarlo oppure no.

Ma il mio intento non è ovviamente enciclopedico e descriverlo nei suoi tecnicismi, quanto quello di provare a rispondere ad alcune delle domande più frequenti di persone spaesate:

Chi possiede il debito pubblico, a chi dobbiamo questi soldi?

Si può saldare il debito?

Cosa significa dire che lo Stato “fallisce”?

Il Debito Pubblico è segno dello stato dell’economia?

… e via dicendo.

Da qui in poi utilizzerò il termine Debito Sovrano; consiglio, prima di proseguire, la lettura dei primi tre articoli:

Come accennato all’inizio, il Debito Sovrano è l’accumulo dei disavanzi di bilancio dello Stato determinato dal disavanzo primario e dagli interessi passivi su di esso maturati. Il disavanzo viene compensato dall’emissione di Titoli di Debito (BOT, BTP eccetera) che vengono acquistati da privati cittadini e istituzioni giuridiche, Italiani e stranieri, che divengono creditori dello Stato. Tanto maggiori gli interessi riconosciuti ai creditori, tanto maggiore il rischio assunto dai creditori che il Debitore Finale, lo Stato Sovrano, decida di non ripagare. Tale debito inizialmente è andato prevalentemente in mani Italiane, ma successivamente all’adesione al mercato del libero scambio la percentuale di debito in mani straniere è cresciuta fino al 2011, attestandosi a circa il 40%. La crisi di fiducia ha portato a ridurre la propensione al rischio da parte dei mercati esteri e di conseguenza l’aumento dello “spread” determinando l’aumento della quota di debito in mani Italiane, oggi oltre il 70%.Ecco-chi-possiede-il-debito-pubblico-italiano-620x372

Cosa ha portato questa crisi di fiducia verso il Debito Sovrano Italiano. Un’improvviso crollo dell’economia Italiana oppure la sfiducia accordata unilateralmente dalle agenzie di rating Statunitensi all’Italia?spread

Cosa è cambiato tra il 2009 e il 2011 da portare tale improvvisa sfiducia verso la nostra economia sotto la guida Berlusconi, amico di Putin e Gheddafi? E cosa è successo dopo? Il governo Monti, la primavera Nord-Africana e recentemente l’Ucraina… Ma non divaghiamo, non vorrei rovinare la festa a chi sta ancora celebrando l’arrivo di Monti, Letta, Renzi, eccetera eccetera.

In ogni caso, nei termini posti sopra, il Debito Sovrano è intrinsecamente un indicatore negativo perché tanto esso è maggiore, tanto maggiore è il rischio di solvibilità dello Stato. Nella figura in basso appare evidente che la maggior parte del disavanzo di bilancio (Entrate-Spese dello Stato) è stato accumulato tra gli anni ’70 e gli anni ’90, gli anni in cui si è “pompato” sul welfare (e quindi spesa pubblica) compensando, non completamente, con l’aumento progressivo delle entrate (soprattutto tassazione, ma anche entrate da servizi pubblici e svendite). Dagli anni 90 si è bloccata la spesa in welfare (in particolare con la prima vera riforma delle pensioni) proseguendo con l’incremento delle entrate, determinando un trend “virtuoso” di avanzo di bilancio che tutto sommato dura fino ad oggi, sebbene con risultati sempre meno evidenti, perché ormai la tassazione ha raggiunto livelli di saturazione e quindi ulteriori risultati “positivi” possono essere conseguiti solo con la bufala della lotta all’evasione o con la svendita reale dei beni pubblici.

evoluzione_conti_pubblici_italiani

Gli spazi di “risanamento”, di avanzo primario sono di fatto nulli, mentre gli interessi passivi sul Debito Sovrano non hanno limite; la combinazione delle due cose ha portato il Debito Sovrano ai massimi storici, in particolare ai suoi massimi storici in rapporto al PIL, grazie anche alla recessione innescata dalla scellerata politica di austerity. E’ interessante notare che il rapporto Debito/PIL nel 2011 era pari a quello di inizio anni ’90, ma le condizioni economiche e sociali di oggi sono nettamente peggiori di quelle di venti anni fa; a dimostrazione che né il Debito né il rapporto Debito/PIL sono indicatori dello stato economico e sociale di un Paese.debito_pubblico_italiano_copia

A questo punto dovrebbe essere chiaro che il Debito Sovrano è sicuramente qualcosa di non “commendevole” ma non necessariamente metro di valutazione dello stato dell’economia. Più significativo è sicuramente il rapporto Debito/PIL che esprime meglio il grado di solvibilità dello Stato. Ma anche questo indicatore non ci dice nulla sullo stato dell’economia e del benessere sociale. Perché? Perché il livello di Debito Sovrano esprime solo la misura in cui i privati si sono assunti un rischio di lungo termine in cambio di un ritorno di medio-breve termine e uno Stato Sovrano può sempre decidere di non pagare e quindi cancellare, in toto o in parte, con un tratto di penna, i propri debiti. Così come chi investe in borsa in un’azienda ad alto rischio/rendimento accetta la possibilità di perdere il proprio investimento. Ciò significa fare default (fallire). Analogamente “fallire”, per uno Stato Sovrano, significa non pagare i debiti ai creditori. Ovviamente ciò non può avvenire senza ripercussioni, soprattutto di breve-medio termine; ripercussioni tanto più gestibili quanto più sussista la sovranità Nazionale (in termini di politica sociale, produttiva e valutaria), e questo non è più il caso dell’Italia.

Ma c’è un motivo più profondo, più sostanziale per cui il Debito Sovrano, da solo, non dice nulla riguardo lo stato dell’economia di un Paese. Il Debito Sovrano nelle economie di libero scambio basate sul libero scambio di beni e titoli monetari è naturale, inevitabile, e cresce col tempo (se avete letto i precedenti articoli “Lezioni di debito” il perché dovrebbe essere chiaro). Il Debito Sovrano è piuttosto la misura, non dell’impoverimento di un Paese, ma del trasferimento della ricchezza dalla quasi totalità della popolazione ad una minoranza di creditori. E quanto più l’elite dei creditori è in grado di controllare la fiducia al debito Sovrano, tanto più è in grado di aumentare il rendimento del proprio credito (spread) o trasformarlo, all’uopo, da credito valutario (nominale, virtuale) in beni materiali (cartolarizzazioni). Per questo motivo è essenziale all’elite finanziaria (di base soprattutto a Wall Street) poter governare il mercato valutario; e per questo motivo la politica di sviluppo economico dei Paesi in via di sviluppo passa sempre per l’incentivo all’indebitamento dello Stato Sovrano (leggete “Confessioni di un sicario dell’economia” di J. Perkins per capire come funziona il meccanismo).
1394501957248

 

Tanto più l’economia è sviluppata (OECD), e tanto più l’economia è quella del libero mercato (WTO), e tanto più l’economia è targata NATO, tanto maggiore è il livello di indebitamento rispetto al PIL (GDP). E non è straordinario tutto ciò?

E a questo punto dovrebbe essere chiara anche la risposta alla domanda delle domande? Ma tutti questi Paesi a chi devono questi “soldi”?

global-debt-clock-snapshot-public-debt-per-capita-29-Oct-2012

La figura sopra, aggiornata al 2012, ci dice che il Debito Sovrano Globale del Mondo è di circa 50 mila miliardi di dollari. Il Debito Sovrano non è un debito tra Stati, altrimenti la sommatoria dei Debiti/Crediti, dovrebbe fare ZERO, perché per ogni debito c’è, ovviamente, un credito equivalente.

Quindi la risposta è ovvia. Tutti gli Stati sono debitori; debitori di privati cittadini ed istituzioni, in particolare di pochi individui ed istituzioni.

Inutile dire che l’elite di questi creditori, sono proprio gli stessi azionisti delle Istituzioni finanziarie globali che determinano la politica valutaria (tramite il controllo delle Banche Centrali e degli Istituti di rating) dei Paesi aderenti al mercato del libero scambio. Questa è in sostanza la logica del Nuovo Ordine Mondiale.

Il gioco del Debito Sovrano, è il meccanismo dell’usura: il Paese in via di sviluppo, con basso tasso di consumo e con basso rapporto Debito/PIL, diviene un Paese ad alto livello di consumo e alto rapporto Debito/PIL. A questo punto gli interessi passivi sul debito diventano così alti da superare gli avanzi di bilancio. I compratori del debito sono gli stessi che stabiliscono la fiducia, di conseguenza lo spread e quindi il tasso d’interesse sui titoli emessi dallo Stato, trasformando quest’ultimo da tasso d’interesse semplice in tasso d’interesse composto, l’usura appunto. La spirale di incremento del debito è tale per cui è tecnicamente impossibile uscirne per lo Stato, a meno di default.

Quando i creditori (o usurai) globali vedono massimizzato il loro ritorno in termini di interessi e/o posto a rischio il loro credito esigibile, allora cercano la conversione del credito in beni materiali. In Europa tale meccanismo di conversione per adesso si è chiamato austerity, per evitare che gli Stati Sovrani escano fuori dall’usura con quanto è in loro diritto; il fallimento.

Alla prossima.

LEZIONI DI DEBITO PUBBLICO, PARTE 4: “Banche e tassi d’interesse”

Vale la pena di spendere qualche parola sulle banche. Non conosco una persona che non le odi, a parte chi ci lavora. In realtà l’avversione indiscriminata alle banche è controproducente, perché ci sono banche e banche.

Cos’è una banca? Una banca è un istituto giuridico che fa due cose principali; custodisce i depositi e presta valuta. Ovviamente oltre a ciò eroga altri servizi accessori (servizi di pagamento, piattaforme di trading, eccetera), ma questi sono i due compiti principali.

Per quanto riguarda la funzione di custodia dei depositi, la banca può richiedere il pagamento del servizio, nulla, oppure riconoscere un tasso d’interesse al cliente. Maggiore è il tasso d’interesse riconosciuto al cliente, maggiore l’utilizzo della banca dei soldi custoditi per adempiere la seconda funzione, il prestito. Quando il tasso d’interesse riconosciuto al cliente scende, significa che la banca può reperire altrove e a più buon mercato (Banca Centrale)  il denaro da dare in prestito (ad aziende o individui).

La seconda funzione è quella che ci interessa di più in questo contesto, quella del prestito di valuta. E’ un mestiere antico, legato non necessariamente al capitalismo, ma nativamente all’economia di mercato. Le aziende hanno necessità di liquidità per fare fronte ad investimenti (soprattutto in fase di start-up) o per saldare debiti. E il ciclo economico di un’azienda tipicamente prevede dei costi che anticipano i proventi, quindi la situazione di debito è assolutamente naturale. Questo concetto vale anche per l’Azienda-Stato, e questo in generale ci dovrebbe dire che il debito da solo non è indicatore di dissesto economico. Le banche prestano la valuta di cui hanno disponibilità; la disponibilità può venire da parte dei depositi, da strumenti finanziari fatti sottoscrivere a privati, da attività accessorie che realizzano proventi (in particolare immobili) oppure la disponibilità può arrivare da valuta a sua volta emessa dal prestatore ultimo, la Banca Centrale.

La Banca Centrale emette valuta e decide il tasso d’interesse centrale, cioè profitto che intende avere sul denaro prestato alle banche. Le banche a loro volta riprestano il denaro sul mercato ad un interesse maggiore garantendo la loro solvibilità verso la Banca Centrale e il loro profitto. Tanto più è rischioso il prestito da parte della Banca locale verso l’impresa/privato, tanto maggiore sarà il tasso d’interesse applicato, e questo è ovvio. Ma è interessante notare che lo stesso ragionamento dovrebbe farlo la Banca Centrale; poiché la Banca Centrale non può applicare tassi d’interesse differenti alle banche, si fa ancora più importante la necessità della Banca Centrale di sorvegliare le Banche e di stabilire per queste ultime delle norme di stabilità che garantiscano la solvibilità, cioè che garantiscano che la valuta emessa dalla Banca Centrale sia restituita e possibilmente con gli interessi.forex-dollaro-usa-usd-gold-rublo-banca-centrale-russia-borse.it_

Attraverso il tasso d’interesse centrale, la Banca Centrale può regolare importanti aspetti dello sviluppo economico. Ad esempio negli ultimi anni la BCE ha portato vicino allo zero il tasso d’interesse, per quale motivo? Per stimolare la ripresa attraverso prestiti più “convenienti” e soprattutto meno rischiosi, perché? Il motivo è semplice, anche se spesso economisti-soloni fanno di tutto per non farlo capire. Se il tasso d’interesse scende, le banche locali possono prendere valuta a più buon mercato dalla banca centrale e prestarlo a interessi più convenienti all’impresa. In parallelo la disponibilità di valuta a basso interesse, porta le banche ad abbassare gli interessi riconosciuti sui depositi, perché le banche ne hanno meno necessità. Ma non solo questo. Il fatto che il tasso d’interesse sui depositi sia basso induce i piccoli risparmiatori a smobilitare la propria liquidità ed investirla in strumenti finanziari a maggiore rischio, di fatto prestando i propri risparmi al mercato. Si ottiene quindi una doppia leva di incentivo all’impresa.

Questo ovviamente funziona almeno in teoria. Perché in economia il condizionale è d’obbligo. Sebbene il meccanismo suddetto sia valido nella maggior parte dei casi, negli ultimi anni (dall’austerity 2011) in Europa non sta funzionando, e la liquidità generata non sta andando alle imprese Europee nella misura attesa. Questo aspetto era la perplessità di fondo sollevata dalla Bundesbank alla BCE relativamente all’idea di lanciare un Quantitative Easing in Europa sullo stile di quanto fatto dalla FED negli USA. La situazione dell’economia reale Europea (in particolare del Sud Europa) è di grande sfiducia per via della competizione globale e del fatto che un Euro sopravvalutato nuoce all’export, soprattutto di quei Paesi che hanno prodotti a minor valore aggiunto. Ad oggi quindi la liquidità non ha funzionato perché, al solito, fare una politica valutaria unica per Paesi differenti non può funzionare. Di conseguenza la liquidità generata, ad oggi, ha finanziato altri mercati. E questo è il dubbio che permane sulla politica di Quantitive Easing che sta per partire, del valore di oltre 1000 miliardi di EURO l’anno. Un effetto è stato ottenuto, quello di svalutare l’Euro, staremo a vedere se la liquidità generata andrà alle imprese Europee, e a quali Paesi.

Vale la pena, in chiusura, ricordare che le Banche Centrali (ivi inclusa quella Europea) sono controllate direttamente o indirettamente da banche (e relativi azionisti) privati. Se questo fatto era un problema relativo per la Banca d’Italia per il particolare statuto che vige in Italia, il problema si fa differente quando ci si sposta a livello sovranazionale e si passa a livello di BCE, dove entrano in campo gli interessi di altri giganti della finanza e di magnati dell’economia con capitali superiori al PIL di nazioni di primaria importanza.

Vale la pena ricordare che la FED è controllata dai Rothschild, dai Lehman Brothers, dai Goldman Sachs, dai J.P. Morgan, gli stessi che hanno portato alla crisi del 2008 e che da tale crisi sono usciti ancora più ricchi grazie alle politiche che hanno “suggerito” alla FED. Tali portatori di interesse sono gli stessi, gli stessi, che danno il rating (la fiducia) al debito sovrano degli stati Europei, determinandone il famoso “spread” in grado di far mancare la liquidità quando la politica economica del Paese in questione non è gradita. Così è stato con l’avvento di Monti e il lancio dell’austerity.

Alla prossima.

LEZIONI DI DEBITO PUBBLICO, PARTE 3: “LA POLITICA MONETARIA”

La sovranità valutaria è una delle prerogative più importanti di uno Stato, perché essa non serve solo a determinare il denaro circolante, ma serve soprattutto a velocizzare o rallentare lo sviluppo economico, il livello dei prezzi al consumo, e ad effettuare perequazioni del livello di ricchezza. E l’importanza delle politiche valutarie è tanto maggiore quanto maggiore è il livello di integrazione di un Paese nel mercato del libero scambio.

Politica monetaria nello statalismo assoluto ed autartico

Iniziamo con l’immaginare un Paese Utopico in cui sussista un Comunismo reale (assoluto), stile sovietico, completamente autarchico. Non certo la Cina che di comunismo ha ormai poco. In tale Paese l’unico datore di lavoro è lo Stato, che detiene la sovranità monetaria, che regola i costi di produzione, i prezzi, e i redditi dei cittadini. In tale Paese ovviamente non esiste l’impresa privata. Tale Paese è completamente autosufficiente e quindi non scambia né persone né beni con l’estero; il cambio della valuta non è necessario. In tale contesto la valuta serve solo per la compravendita; la ricchezza dei cittadini è regolata direttamente dallo Stato che alza o abbassa i redditi emettendo arbitrariamente valuta; laddove il costo della produzione si alzi e quindi il prezzo del prodotto tenda ad alzarsi, lo Stato può ovviamente decidere di sovvenzionare il produttore oppure fronteggiare la crescita inflattiva aumentando i redditi dei lavoratori, cioè emettendo moneta. I livello di sussistenza come pure il contrasto alle sperequazioni è garantito dallo Stato; il risparmio individuale è ovviamente minimo, come pure i debiti privati. Analogamente, non ha senso il debito pubblico: chi mai potrebbe comprare il debito, e perché mai dovrebbe lo Stato emettere debito se il bilancio è intrinsecamente sempre in pareggio?1917petrogradsoviet_assembly

Il Paese di cui sopra è ovviamente utopico, anche se assomiglia molto all’Unione Sovietica degli anni ’50 e ’60. Ciò dovrebbe anche spiegare anche perché dopo il crollo del Muro di Berlino, i Paesi del mondo comunista si sono trovati tutti poveri, ed arretrati, ma senza debito pubblico. In breve, in tale situazione di Statalismo assoluto, senza impresa privata, con un Paese completamente autarchico e isolato da un punto di vista commerciale, la politica monetaria (valutaria) ha il solo scopo di regolare gli scambi interni, mitigare le sperequazioni e ridistribuire la ricchezza con la politica dei redditi e sovvenzioni dirette.

Adesso immaginiamo che il Paese suddetto si apra leggermente ai mercati e permetta un certo limitato scambio di persone e beni con l’estero; scambi limitati e contingentati, senza aderire ad accordi di libero scambio. La situazione sostanzialmente non cambia nel Paese Utopico di cui sopra, tranne, ovviamente, la necessità di avere un cambio valuta. La necessità di convertire la propria valuta con quella estera porta lo Stato a dover garantire “il valore” della propria valuta, ad approvvigionarsi di adeguate riserve (tipicamente auree, ma anche riserve di valuta estera), anche perché per il Paese siffatto l’ipotesi di garantire il valore della moneta con la cessione di beni pubblici è impensabile, tanto più verso creditori esteri. L’apertura parziale ai mercati non crea grossi problemi di programmazione e controllo del bilancio fin tanto che gli scambi esteri sono piccoli e la bilancia commerciale è più o meno in equilibrio; con scambi contingentati, infatti, la necessità di riserve è relativamente contenuta.

In definitiva, la politica valutaria del nostro utopico Paese ora non serve più solo a regolare redditi e prezzi del mercato interno, ma anche a rendere possibili i pur limitati scambi di beni e persone.

Politica monetaria in economia di mercato moderatamente aperta

Immaginiamo che questo benedetto Paese rinunci all’autarchia e svolti verso un’economia che ammetta l’impresa privata, ma continui ad avere un controllo serio dell’export/import, con contingentamenti e dazi. Ci si trova così di fronte ad un Paese con un’economia fondamentalmente interna (con scambi commerciali esteri piccoli rispetto a quelli interni) e abbastanza bilanciata in termini di pubblico e privato. Ovviamente in questo caso i prezzi alla produzione e al consumo sono regolati sempre più dal rapporto domanda/offerta. Lo Stato può regolare direttamente i redditi dei dipendenti pubblici e anche il costo di alcuni beni, ma l’intervento sul costo di beni/servizi privati è limitato (sovvenzioni o aiuti di stato in specifici settori) e l’intervento sui redditi elargiti da imprese private può avvenire solo con strumenti indiretti quali detassazioni o concertazioni Sindacato-Confederazione di categoria-Stato, di solito a livello nazionale (scala mobile). In parallelo inizia a crescere il ruolo delle banche come prestatori di denaro; la liquidità prestata alle aziende origina soprattutto dalla mobilitazione dei depositi bancari e via via in modo crescente da valuta presa in prestito dalla Banca Centrale.

Ovviamente l’impresa privata porta disparità economiche e sperequazioni difficilmente evitabili. Questo scenario assomiglia all’Italia (e qualche altro paese europeo) del dopoguerra fino agli anni ’70. In questo “nuovo” Paese, moderatamente aperto, la politica monetaria come strumento di regolazione dei cambi rimane sostanzialmente invariata rispetto al Paese semi-autarchico (almeno fintanto che l’import/export non cresca significativamente); ma le cose cambiano in termini di gestione dei redditi e consumi interni; il mercato privato, infatti, favorisce la forbice economica e (a meno di recessioni) l’aumento dei prezzi; lo Stato può decidere, nei periodi di crescita economia, di aumentare il reddito dei dipendenti pubblici (gonfiando il bilancio) e dei lavoratori del privato (con altri strumenti quali l’indicizzazione dei redditi). Il sistema, che che nel Paese Utopico era basato su una quasi perfetta corrispondenza tra preventivo e consuntivo di bilancio, inizia però a scricchiolare, e la politica valutaria deve diventare più attiva. In presenza di mercato libero, la dinamica dei consumi marcia molto più velocemente dell’azione pubblica e la compensazione delle disparità economiche diviene una spirale; ad ogni ciclo, le differenze reddituali determinano una negoziazione per aumentare i redditi più bassi al successivo ciclo. Inevitabilmente ciò comporta una tassazione crescente dell’azione privata per compensare le politiche di immissione di moneta tendenzialmente svalutative ed inflazonistiche. I redditi più bassi in salgono e crescono i depositi privati soprattutto delle classi medio-alte.supermercato-internazionale-460x200

Politica monetaria senza frontiere

Al decrescere del tasso di sviluppo può succedere (e tipicamente succede per convenienza elettorale) che lo Stato decida di continuare a sostenere i consumi interni ed aumentare l’export con misure svalutative della moneta; ciò implica, quasi sempre, l’aumento del circolante (e dell’inflazione) ad un ritmo superiore alla crescita economica; la tassazione diviene insufficiente per sanare il bilancio e il disavanzo viene coperto con l’emissione di titoli di debito sottoscritti, soprattutto inizialmente, dai risparmiatori del Paese stesso. Si innesca il meccanismo per cui la politica monetaria di sostegno al reddito (e ai consumi) determina l’emissione di debito pubblico, debito quasi integralmente interno. Questo è più o meno lo scenario dell’Italia dagli anni ’80.

A questo punto immaginiamo che il Paese, per qualche strano motivo, decida di aderire completamente, anche in assenza di reali prospettive di crescita economica di lungo termine, all’ideologia del libero mercato e del libero flusso dei capitali, ivi inclusi, ovviamente, i titoli di debito. La conseguenza, per certi versi ovvia, è che, in assenza di compressione del bilancio e in assenza di un po’ di sana autarchia, le politiche valutarie di sostegno al reddito o alle esportazioni finiscono con l’aumentare il disavanzo di bilancio e rendere il debito pubblico sempre più grande e sempre più estero. Questo è più o meno lo scenario dell’Italia ’90.globalizzazione-1

Politica monetaria senza sovranità

Mettiamo ora che il Paese, in piena globalizzazione, decida di bloccare il cambio della propria valuta e quindi di centralizzare a livello sovranazionale la Banca Centrale, privandosi della possibilità di svalutare la propria moneta, si sia in presenza di un debito pubblico che si autoalimenta per interessi passivi e si sia in concomitanza con il ristagno dell’economia; bene, ovviamente le politiche di sostegno al reddito divengono ancora più onerose con una moneta forte (perché in termini assoluti implicano maggiori riserve e aggravi di bilancio), le politiche di sostegno all’export sono impossibili, la forbice economica si accentua (rendite di posizione) ed il debito pubblico diviene sempre più estero perché diminuiscono i potenziali risparmiatori interni (nazionali). Tendendo a diminuire la capacità di risparmio individuale, le banche devono far sempre più leva sul prestito di denaro da parte della Banca Centrale che vede così sempre più incrementare il suo ruolo di prestatore ultimo di valuta (di qui il ruolo sempre più rilevante del tasso d’interesse centrale).

In poche parole la politica monetaria nazionale, senza possibilità di determinare il tasso di cambio e tasso d’interesse, diviene pura Zecca, cioè stampa delle banconote. E il Paese una nave in mare aperto senza timone; se nelle stive è esploso l’incendio del debito o le paratie imbarcano ondate di recessione non rimarrà che rimanere in balia delle onde agitate del mercato fino al naufragio. Questa è la situazione attuale dei Paesi in zona Euro sotto l’egida della BCE.

In sintesi…

…la politica valutaria è uno strumento fondamentale in termini di sovranità di una nazione, di importanza primaria soprattutto in economie apertesi alla Globalizzazione. Con la politica giusta si possono fare cose pregevoli, con la politica errata si possono fare disastri; si può ostacolare o favorire l’inflazione, rivalutare o svalutare il denaro, favorire le esportazioni o svalutare il debito come, pure attenuare le differenze economiche. In ogni caso ogni politica valutaria ha senso in uno specifico contesto di sviluppo sociale-economico, e deve essere agganciata a politiche di bilancio, sociali e produttive coerenti. E per tale motivo non può esistere una politica monetaria unica per differenti Paesi, in particolare se in competizione economica.

Qualsiasi politica valutaria da sola non serve, ma senza di essa un Paese nulla può.

Alla prossima.