Congedo mestruale

Giovedì scorso ero in auto, diretto ad una delle scuole in cui “insegno”, ed ascoltavo una trasmissione radiofonica. I capolavori della corrente musica pop venivano  interrotti da una news  emblematica dei tempi che viviamo. Un sondaggio (non so quanto attendibile) rivelava che il 70% delle persone intervistate manifestava il proprio assenso al “congedo mestruale“. Sette (7) giorni di congedo per le donne nel periodo mestruale.

E perché no? Sarebbe una grande conquista per i colleghi delle congedate. Qualche femminista dei tempi andati forse si rivolterebbe nella tomba, ma sicuramente i colleghi maschi che lamentano l’irrazionalità saltuaria (ma periodica) dell’altra metà del cielo, godrebbero di 7 giorni di pace, ogni mese.

donna-con-dolori-mestrualiPerché no, quindi?

Ovviamente congedo non retribuito, s’intende. E senza contributi, ovviamente.

A casa sì. Piacevolmente assorte a coccolare il vostro ventre. Ma senza paga e senza contributi. Perché altrimenti la domanda ovvia si pone.

Chi paga per il vostro prezioso congedo mestruale? Ed in tempi di spending review della reversibilità, patriarcale retaggio della eteronormativa famiglia tradizionale, la domanda si pone, eccome.

“We can do it”.

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Certo, care, certo.

Buon congedo.

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La grande donna della TV

Dal lunedì al venerdì, la TV ci offre un pomeriggio tutto rosa il cui tema fondamentale è “perché gli uomini sono così brutti e cattivi in mondo abbellito dalle donne”?

In uno di questi pomeriggi, qualche settimana fa, sulla RAI (il cui canone, per comodità di tutti, da oggi verrà prelevato dalla bolletta elettrica) si celebrava una grande donna che dopo aver ucciso il marito e aver inscenato una falsa rapina, rivendicava il proprio ruolo di vittima. Il marito era troppo impegnato nella propria autopsia per dare la propria versione.

Pochi minuti fa una grande donna conduttrice del pomeriggio rosa di RAI 1 intervistava un’altra grande donna dello spettacolo, comodamente adagiata su un “sofà”. La grande donna conduttrice poneva la solita domanda di rito alla grande donna ospite:

è questo ancora un mondo ancora maschilista?

Si badi bene. Non al maschile, non a guida maschile, ma maschilista.

Ciò è, per la grande donna conduttrice, un fatto assodato.

Entrambe le grandi donne sono mie coetanee, quindi parlano del mondo che mi ha ospitato e che ho conosciuto.

Quello che mi ha consegnato mio padre dopo una vita lavorativa di fabbrica iniziata a 12 anni, per poter garantire a mia madre una vita dignitosa ed una adeguata reversibilità; quello di mio zio partito emigrante (con una scarpa ed una ciavatta) per l’Australia dopo la II guerra mondiale per garantire qualche soldo alla sua famiglia d’origine.

Ed in piccolo quello mio, di un privilegiato moderno, che deve assistere allo scempio femminista dell’etica giornalistica, della storia, e per che no? … anche della TV.

Io non sono #He4She

Ho appena degustato lo spot RAI in cui testimonial (tutti maschili) dello sport e dello spettacolo dichiarano la loro vocazione morale:

Io sono He For She

Che in Italiano significa

Io sono Lui per Lei

Per combattere le discriminazioni di genere, forma linguistica “neutra” per dire che gli uomini (e solo gli uomini) discriminano (negativamente) le donne. E d’altronde il video è chiaro nel messaggio, e lo slogan dice tutto: “He for She”.

La forma linguistica è falsamente piacevolmente neutra ma in realtà è ipocritamente inclusiva, per attirare gli uomini, quelli buoni ovviamente, nella trappola della cooptazione per buona fede. Un’invito a cena per tutti gli uomini, senza comunicare loro che non sono dei graditi ospiti; semmai la portata principale del pasto.

He for She, slogan inglese perché coniato da UN Women (United Nation Donne) perché ovviamente per l’ONU tutti sono uguali, alcune più uguali.

He4She un hashtag lanciato a Settembre del 2014 con un testimonial d’eccezione, Emma Watson (nota come Ermione nella serie Harry Potter), notoriamente un’altra oppressa.hermione

Dedicai alla sua performance Internazionale all’ONU un articolo in inglese “Dear Hermione“, per chi mastica un po’ d’inglese.

Il messaggio è chiaro, per chi vuole ascoltare; gli uomini sono responsabili (collettivamente) di tutti i problemi, inclusi i propri, ed individualmente devono impegnarsi per cambiare. Come? Lui per Lei.

 Citerò solo un passaggio

I want men to take up this mantle. So their daughters, sisters and mothers can be free from prejudice but also so that their sons have permission to be vulnerable and human too – reclaim those parts of themselves they abandoned and in doing so be a more true and complete version of themselves.

che traduco per voi

Io voglio che gli uomini vestano questo mantello. Così che le loro figlie, sorelle e madri possano essere libere dal pregiudizio, e anche i loro figli possano essere vulnerabili e umani, reclamando quelle parti di se stessi che hanno abbandonato e così facendo, materializzare una versione più completa di se stessi.

Chiaro il messaggio no? Cari uomini, così come siete non siete solo un problema per la società.

Siete incompleti e non umani.

Per il 2016 fate la vostra New Year Proposition. Io faccio la mia.

Io sono “He for He, “lui per lui”.

Una “soluzione finale” per il maschio

Ho sempre avuto una sincera antipatia per il termine Nazifemminismo, perché tale termine rende suscettibile il merito della discussione alla tattica della derisione per delegittimare l’interlocutore. Il termine, però, è tutt’altro che inappropriato. I paralleli sono tanti, ma non mi dilungherò in tale dissertazione e mi limiterò ad enuclearne uno, la matrice identitaria.

Come il nazismo ha sviluppato la propria matrice identitaria attorno al profilo etnico di razza “ariana” al fine di poter legittimare il nemico da eliminare, così il femminismo ha sviluppato la propria vocazione identitaria attorno al profilo genetico di una razza femminile onde poter definire i contorni del suo naturale nemico, la razza maschile.

La storia ce lo insegna; l’identità di gruppo si sviluppa senza particolari artifici per via di meccanismi sociali naturali; l’embrione è sempre lo stesso: nuclei minoritari che fanno leva sul proprio status di vittima per evadere il giudizio morale, lo scrutinio intellettuale e talvolta anche la legge. Nell’apatia di una maggioranza disaggregata, disinteressata e non contrapposta, questi nuclei crescono per cooptazione; è una crescita disorganica, in cui le istanze rivendicative cambiano pur di assecondare i nuovi gruppi demografici cooptati, fino a quando la minoranza muta in una difforme e incoerente maggioranza. Un gruppo il cui unico collante è la presenza di un nemico da abbattere.A-womens-liberation-demon-009

E’ un meccanismo sociale noto, e si basa sulla fomentazione continua della paura.

E’ così che il femminismo cambiava le sue pelli, muovendosi da istanze iniziali di autodeterminazione femminile, per poi teorizzare sovrastruture, fino a fagocitare al suo interno le istanze delle minoranze più disparate (omosessuali, trans, minoranze etniche), incurante delle contraddizioni che assorbiva ed alimentava. Tutto pur di poter profilare e rendere minoranza il suo nemico di sempre; il maschio, bianco ed eterosessuale. L’emblema, nella paranoica visione femminista della società, del potere.

Potere, potere, null’altro che potere. Al femminismo della donna non importa nulla; non è mai importato nulla.

Diana Russell coniava (o quantomeno sviluppava) il concetto di femminicidio, alcuni decenni fa; un concetto razzista, secondo cui le donne sono uccise dagli uomini in quanto donne. Un concetto osceno che ovviamente abbiamo preso ed adottato, grazie al meccanismo della “cooptazione in apatia”. La stessa Russell aveva le idee chiare da quel dì; il femminicidio non serviva a combattere la violenza sulle donne (lei stessa aveva osservato che i delitti sulle donne erano aumentati in concomitanza con lo sviluppo del femminismo). Per lei affermare il concetto di femminicdio era, ed è, uno strumento puramente politico per affermare il teorema dell’odio di genere: l’uomo esercita violenza sulla donna, in quanto donna; in sostanza l’uomo è il nemico naturale della donna.

Accettare l’anima misandrica, e sostanzialmente eugenetica, del femminismo è difficile ancora a molti, per il meccanismo suddetto della cooptazione graduale nell’apatia generale. Ma il quadro risulterà via via più chiaro a mano a mano che si faranno spazio negli ambiti educativi i concetti di violenza di genere (che risuona col concetto di violenza razziale, non vi pare?), di privilegio maschile, eccetera. Concetti per adesso mimetizzati in nebulose “iniziative di genere”.

Col tempo hanno dovuto prenderne atto illustrissime femministe d’oltreoceano, quali C. Hoffsommers, C. Paglia, J. Fiamengo. Un discernimento avvenuto tardi, non prima di aver adempiuto il loro servile compito. Servile senza accezioni dispregiative. Semplicemente i servi non hanno cognizione di causa. Ma gli ideologhi, sì.

Sono infatti le parole delle ideologhe del femminismo radicale che si fanno strada, attraverso media e accademia, fino a costruire la narrazione di iniziative istituzionali e di trattati internazionali quali la Convenzione di Istanbul.cdn.mg_.co_

Valerie Solanas è un nome che dirà poco a molti; a qualcuno ricorderà solo il tentativo di omicidio di Andy Warhol. Pochi la ricondurranno al manifesto SCUM (Society for Cutting Up Men), “società per fare fuori gli uomini”, manifesto che tutt’oggi fa proseliti.AndreaDworkin1986

E le affermazioni di Andrea Dworkin faranno alzare le sopracciglia con sufficienza e ironica accondiscendenza a molti; ma l’idea che “odiare il femminismo significa odiare le donne”, “che la differenza tra uomini e donne è che i primi commettono violenza e le seconde la subiscono”, “che la società non sarà libera finché non morirà la mascolinità”, eccetera, non sono esternazioni estemporanee; esse sono gli assi ideologici su cui si trasporta di generazione in generazione il femminismo.

Ideologhe che grazie agli “spazi sicuri” (“safe spaces”) quali gli Studi di Genere (Gender Studies), garantiti dallo status di vittima, continuano a fare nuovi proseliti della misandria.Julie-BIndel-01a

Così Julie Bindel, femminista radicale e lesbica, colonnista del giornale inglese The Guardian (testata ricca di spazi riservati al femminismo radicale), ed opinionista della BBC (testata giornalistica largamente presidiata dal femminismo britannico) si esprimeva il 29 Agosto 2015 (link1, link2), in preparazione del Collettivo Femminista Radicale del 2015, in risposta alla domanda se “l’eterosessualità sopravviverà alla liberazione delle donne?“:

No, a meno che gli uomini non agiscano coerentemente, gli si tolga il potere e quindi inizino a comportarsi bene. Intendo dire che li vorrei mettere tutti in una specie di campo dove possono girare in moto, bicicletta o furgoni bianchi. Darei loro una scelta di veicoli da poter guidare, niente porno, senza possibilità di fare a botte (ci sarebbero guardie, ovviamente). E le donne che volessero fare visita ai loro figli maschi o i loro amanti, avrebbero la possibilità di farlo, prenderli in consegna come dei libri in una libreria, e poi portarli indietro.

Io spero che l’eterosessualità non sopravviva, in effetti. Vorrei vedere una tregua all’eterosessualità. Un’amnistia fino a quando noi non ci saremo liberate. Perché sotto il patriarcato è una merda.

E mi sono rotta di sentire donne che dicono che i loro uomini sono a posto. Quegli uomini sono stati tirati su con i privilegi del patriarcato e sono compiacenti, non stanno impedendo agli altri uomini di essere merda.

Vorrei vedere una liberazione che porti le donne ad abbandonare gli uomini dicendo loro: quando tornerete come esseri umani, allora ci potremo rivedere.

Questo il 29 Agosto 2015. Cosa dicevamo sul razzismo?

Questo è il femminismo nel 2015. Tale è sempre stato. E tale sarà sempre.

Vincenzina Ingrassia libera!

La vogliono carcerare, la vogliono carcerare!

Vincenzina, per gli amici Zina, dopo anni di soprusi ha finalmente raggiunto la libertà dalla schiavitù patriarcale inflittagli dall’oppressore Alfio Longo.

Purtroppo. proprio ora che il sogno di emancipazione stava per compiersi, il sistema giuridico patriarcale, andorcentrico e misogino vuole trattarla come un’omicida.

Osservate la foto del mostroalfio-longo

Guardate quegli occhi. Testosterone e violenza. Violenza testosteronica. Violenza di genere in potenza. Zina ha solo evitato un femminicidio.

Cos’altro poteva fare? Chiamare la polizia, denunciarlo per le continue violenze subite avendo poi l’onere di dimostrare il tutto? Cos’altro le rimaneva se non uccidere l’orco nel sonno e poi simulare una rapina? Cos’altro avrebbe potuto fare per potere rimanere finalmente sola nella casa trasformata dall’orco in una prigione?

Zina, un’altra vittima della violenza di genere.images

Zina, noi siamo con te.

Zina Libera!

HashTag #Zinalibera

Autodeterminazione della donna e gogna pubblica

Autodeterminazione.

Una parola che ha avuto i suoi momenti di gloria in tempi di “aborto”. Autoderminazione femminile, ovviamente. Quella maschile è data per scontata, più che scontata direi … “in svendita”.

Ma non parleremo di aborto, né di riproduttività. Ma di sesso sì, perché, apparentemente, l’autoderminazione femminile sessuale sembra proprio non poter prescindere dalla sottodeterminazione maschile.

Qualche giorno fa è assurto alla ribalta dell’attenzione mediatica il caso di 6 ragazzi (innocenti fino a prova del contrario) detenuti preventivamente e poi licenziati con giudizio d’innocenza (perché il caso non sussiste) in appello, per un’accusa di stupro. Non giudico la ragazza, né i ragazzi; e non giudico la loro percezione dell’accaduto. Non giudico, punto. Io non faccio il “giornalista di genere”. Mi limito a constatare un fatto; conosciamo i nomi dei ragazzacci su cui penderà per sempre un giudizio di colpevolezza di una parte dell’opinione pubblica.

Ma c’è un settimo ragazzaccio, ebbene sì: Zach Anderson.

Sette, il numero preferito dal femminismo.

La storia di Zach è interessante ed emblematica, non solo perché è la storia di molti ragazzi, e non solo perché è rappresentativa dell’interpretazione femminista dell'”autodeterminazione” femminile in tema di sessualità, ma perché vi offre un quadro d”autore del vero l’obiettivo delle campagne gognesche “di genere”.

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E’ una storia breve. Zach ha 19 anni e come quasi tutti i ragazzi di quell’età ha un pensiero fisso; il triangolino della felicità. Si iscrive, come tanti, ad un sito di “dating” che gli frutta un paio di incontri amorosi con ragazze autodeterminate. Il primo incontro è con una ragazza di 18 anni, e scivola via senza ripercussioni. Il secondo incontro, invece, risulta leggermente più problematico. Zach fa la conoscenza “virtuale” con  una ragazza che afferma di avere 17 anni. I due si piacciono, si incontrano e si conoscono “in senso biblico”.

Tutto consensuale, in apparenza. Purtroppo per Zach, la ragazza aveva mentito sulla propria età e, sebbene avesse 14 anni, si era iscritta nella sezione “adulti” del sito; pulsioni adolescenziali e autodeterminazione, ovviamente. La mamma della fanciulla, ignara della dinamica delle cose, coinvolge le forze dell’ordine, innescando la sovradeterminazione manettara.

Il ragazzo viene quindi arrestato e gode della generosa ospitalità carceraria preventiva Statunitense per un mese.

Ha quindi luogo il processo. La ragazza e la madre testimoniano in favore del ragazzo, ma nulla da fare; Zach è condannato come “sex offender” (una definizione che include tutta una gamma di reati sessuali, dallo stupro all’esibizionismo) a 3 mesi di carcere e all’iscrizione per 25 anni nel registro pubblico dei “sex offenders”, un termine edulcorato per indicare la versione moderna della “gogna pubblica”.

Un’iscrizione nella gogna “dei sex offenders” che gli renderà pressoché impossibile trovare un impiego per i prossimi 5 lustri, e gli renderebbe anche difficile (se non impossibile) l’accesso nelle università statunitensi, semmai fosse interessato. Senza contare le ripercussioni sul piano sociale e delle relazioni “umane”.

E non finisce qui, perché per i prossimi 5 anni, Zach non potrà utilizzare Internet né possedere uno Smartphone, e non potrà rivolgere la parola a ragazzi con meno di 17 anni.

Tre mesi di carcere, 25 anni di gogna, 5 anni di restrizioni dei propri diritti umani, per avere avuto un rapporto sessuale consensuale con una ragazza che ha mentito sulla propria età e che non ha subito né “percepito” nessuna violenza.

Tutto ciò perché l’autodeterminazione femminile finisce dove inizia la sovradeterminazione del femminismo.

Banconote da 7 Euro per sole donne

La verità, che grande parola. Forse troppo grande per la natura umana. C’è chi inutilmente la persegue, chi la travisa e chi l’aborre. Nella corsa per l’affermazione della verità, filosofie e religioni, scienze ed ideologie, si sono avvicendate, separate, incontrate e scontrate.

Tutte ad eccezion fatta del “femminismo” che non può incontrare la scienza, perché estraneo alla natura, né trascendere nel metafisico, perché non ne ha bisogno; esso è “verità”, anzi è “La Verità”.  E il suo semplice scrutinio è il falso, l’eresia.

Parola di eretico.

Il femminismo non ha bisogno di opera di convincimento, semmai solo di indottrinamento. E’ verità in sé, che si manifesta all’uomo nuovo perché questi finalmente conosca il “Verbo”. Con apparizioni improvvise, sempre più frequenti. Apparizioni televisive dentro le vostre case, sì, ma non solo. Sempre più spesso in aule scolastiche, e in itinere, per strada, sugli autobus, in metropolitana. Perché l’uomo nuovo DEVE sapere.

E proprio in itinere, alcuni “fortunati” hanno potuto godere di una manifestazione “metropolitana” della Verità:7 euro

“Nel mondo del lavoro essere donna non paga ancora abbastanza”

perché

“Oggi le donne vengono pagate fino al 30% in meno rispetto agli uomini”.

La Verità esibisce un volto austero, severo, ed una banconota da 7 Euro. Un bel 7 stampato su una banconota da 10, una fine allusione al 70%, il segno della discriminazione patriarcale, il nemico che opprime la donna da tempo immemore, prima ancora dell’Euro-moneta; accumulando un debito infinito e inestinguibile.

Le donne vengono pagate “fino” al 30% in meno degli uomini; cosa vorrà dire mai La Verità? In sé il messaggio non ha senso. Donne pagate meno di uomini; quali donne, quali uomini? Un carpentiere pagato più di un’avvocatessa? Un tornitore pagato più di una conduttrice televisiva? Dove? Come mai? Domande eretiche che inducono a superflue riflessioni.

Ma La Verità non ha bisogno di dirci tutto e soprattutto non ha bisogno di citare ciò che può distrarre l’homo itinerante: fonti, fatti e circostanze. La Verità aborre la ragione, si affida al subliminale; se mi inseguono nella metropolitana parlandomi di un “problema” femminile significa che esso è preminente; e se lo dicono a me, significa che riguarda me; e se “il come” e “il dove” non sono citati, allora devo dare per scontato quello che è omesso; devo riempire gli spazi. E’ così che il Verbo si materializza nella sua completezza: “una donna viene pagata il 30% in meno di un uomo, in Italia e per lo stesso lavoro”. I fatti vengono rimpiazzati dall’assunto, gli spazi riempiti dall’immaginazione. E’ il potere della psicologia sociale, e La Verità lo sa.

Roba fine, roba da stratega della comunicazione. Roba che si paga, con banconote vere.

Un messaggio che parla tutte le lingue, e tutte le monete, in particolare “La Moneta”, il Dollaro Statunitense. Sì, perché proprio dagli USA arriva La Verità; “per ogni dollaro guadagnato da un uomo una donna guadagna 70 centesimi”. Perfino il Premio Oscar Obama, l’ha ripetuto qualche mese fa davanti ad una folla femminile osannante. Tutte oppresse nonostante le apparenze piuttosto borghesi. Qualche giorno dopo la Casa Bianca, stante le proteste di qualche patriarca reticente al Verbo, precisava che la citazione del Presidentissimo si riferiva alla media degli stipendi degli uomini e delle donne, sull’intero territorio Statunitense.

Sette, un numero che torna, il numero della Verità. E torna da più di venti anni perché l’uomo nuovo faccia suo il verbo; a nulla valgono gli sforzi degli eretici che oppongono la più criminale delle menzogne, i fatti.

I fatti mostrano che a parità di impiego, di ore lavorate i guadagni sono uguali? Ostracismo patriarcale.

I fatti mostrano che gli uomini svolgono di gran lunga i lavori più rischiosi con oltre l’80% degli infortuni e il 95% delle morti sul lavoro? Irrilevante!

I fatti ci dicono che le donne godono di trattamento privilegiato nelle assunzioni e negli avanzamenti di carriera? E’ uguaglianza.

I fatti mostrano che gli uomini si assentano e si ammalano di meno? Menzogne!

I fatti mostrano che gli uomini pagano più tasse e contributi previdenziali e ne godono di meno? Fandonie!

I fatti sono eresia, sono retaggio patriarcale. Quello che conta è La Verità.

Noi eretici permaniamo nell’ignoranza, ma con una sola ferma certezza; in quel manifesto la banconota non è l’unica cosa falsa.


Articolo pubblicato su Uomini Beta

Viva la foca!

Oggi pomeriggio ho avuto l’occasione di ascoltare pochi secondi di una trasmissione pomeridiana (una delle tante) della RAI (non saprei dire quale degli inutili canali generalisti) incentrata sul teatrino del dolore. Secondi persi.

Ormai un format, basato sulla coppia conduttrice uomo – donna, la donna tipicamente arrampicata su tacchi 12, l’uomo nella posizione preferita, in ginocchio.

Il target è noto; pensionato e casalinga frustrata. Io non appartengo a nessuna delle due categorie per il momento, ed il congedo è stato rapido.

Non tanto rapido da non udire l’hobbit (ossia il mezzuomo, per i non avvezzi alle mie allegorie) lanciare la pubblicità al grido di Viva le Donne!

E non è l’8 Marzo, mi pare.

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Mi pongo, e vi pongo, a questo punto, una domanda ingenua, ingenuissima.

Perchè mai la conduttrice non ha pareggiato il conto con un sentitissimo “Viva gli uomini?

Misteri.

Misteri di genere.

In guerra muoiono solo donne e bambini…

Due anni fa Hillary Clinton, prossima presidentessa degli Stati Armati d’America, affermava che:

le donne sono state sempre le principali vittime delle guerre, perché dovevano piangere i loro mariti morti

Tale idiozia non va neanche commentata, anche se tale affermazione ci da il tenore della statura mentale e morale di tale persona. Il punto è che, se una persona ad alta visibilità pubblica può oggi fare un’affermazione del genere senza essere sprofondata nel ridicolo, significa che il terreno è “fertile” per tali fandonie di genere.

In 40 anni e passa di esistenza, non mi è mai capitato di udire che “gli uomini sono le vittime principali di una guerra“, anche se da un punto di vista numerico è un’ovvietà, giacché cadono da entrambe le parti della barricata che divide i civili dai militari. Un’ovvietà peraltro facilmente dimostrabile con i dati, se non bastasse il buon senso.

Ma oggi, per l’ennesima volta, e per l’ennesima volta da persone “de Sinistra“, ho dovuto ascoltare la famigerata frase:

le principali vittime delle guerre sono le donne e i bambini

Una frase che assimila all’innocenza dei bambini la posizione “morale” delle donne. Tutti innocenti, tranne i maschi adulti.

Tale “innocentissima” frase, sottace un perentorio giudizio morale; le donne sono esenti dalle colpe di una guerra al pari dei bambini, e gli uomini adulti, morti nelle guerre, non possano godere dello stesso status di vittima, in quanto essi sono gli artefici delle guerre. Un concetto razzista, ovviamente, osceno, eppure l’unico plausibile. A meno che, ovviamente, non si possa dimostrare effettivamente che numericamente le donne e i bambini sono le principali vittime delle guerre.

No, non ci sono alternative. O le donne sono effettivamente una componente numericamente maggioritaria delle vittime, oppure la loro vita ha semplicemente un valore umano maggiore. Delle due, una.

Ed io… Lo dico? Non dovrei dirlo, lo so. Ed io … io mi sono rotto il cazzo di sentire questa oscenità. Ebbene sì, l’ho detto!

Non è solo un semplice falso. E’ un falso ripetuto ossessivamente, ed istituzionalmente. Ed è un falso inteso a far accettare socialmente il minore valore della vita di un maschio; un maschio profilato ormai come seme del male dal femminismo post sessantottino. Un maschio non titolato ad assumere il ruolo di vittima, avendo per definizione il ruolo di carnefice. Un ruolo, peraltro, scritto a chiare lettere nella Convenzione di Istanbul. Ma non divaghiamo…

A questo punto vi starete domandando: “ma magari è vero che le donne sono numericamente le principali vittime delle guerre“. Se vi ponete questa domanda è perché il processo intimidatorio verso il maschile e parimenti di vittimizzazione del femminile, vi ha ormai pervaso, sebbene sappiate benissimo dentro di voi che è una pura follia.jesus-christ-vagina-art-michaelhussar-michael-hussar

Ma tant’è, vi accontento, perché anche io sono un po’ San Tommaso.

Prendiamo, ad esempio, in considerazione la II Guerra Mondiale; il tributo di vite pagato dall’Italia è stato di circa 330,000 militari e 70,000 civili. Non ci è dato sapere con precisione quanti uomini e donne, ma sappiamo che la totalità dei militari (82,5%dei morti di guerra) era maschile; di conseguenza dobbiamo dedurre che tra civili e militari circa il 90% dei morti furono dei vili maschi adulti.

Qualcuno obbietterà che non dobbiamo contare i militari, come se non fossero vite umane. Un’esclusione dei militari dalla conta degli umani che significa anche escludere i bambini dalla conta delle vittime di guerra. E sì, perché qualcuno forse non lo sa, o lo ha rimosso, ma le truppe tedesche negli ultimi anni della II Guerra Mondiale ospitarono tra le loro file anche 15enni. Questi adolescenti evidentemente erano meno innocenti delle loro madri. Senza contare che in molti Paesi dell’Africa e del Sud-Est Asia l’arruolamento di bambini, è ed è stato la prassi.

In ogni caso, ammesso e non concesso di escludere i militari, come è possibile affermare che le donne siano state mai una componente maggioritaria delle vittime di guerra?

Non ci rimane che fare un salto nei nostri giorni, in cui la questione razziale, pardon moi, di genere sta tanto cara ad alcune, soprattutto alle missionarie dell’ONU. Ed infatti proprio ai dati dell’ONU farò riferimento. In particolare farò riferimento ad “UNAMA“, costola dell’UN che si “occupa” di monitorare le morti civili in Afganistan, e di promuovere azioni per salvaguardare la vita delle persone più preziose. Verificate pure quale è la componente demografica particolarmente degna di attenzione…

Ebbene, faccio riferimento al report finale sulle vittime di guerra in Afganistan (Paese in cui l’ONU ha avallato le sue missioni di Pace) del 2014, report che potete tranquillamente consultare (in inglese): “Annual Report on Protection of Civilians“.  In tale report viene presentato il seguente quadro:

  • A pagina 14 si documentano tra il 2009 e il 2014 17,774 morti tra i civili, di cui 3,699 nel solo 2014.
  • Successivamente a pagina 27 UNAMA ci fa sapere che il 2014 ha registrato il maggiore numero di vittime civili tra le donne dal 2009; tale numero è di 298 donne morte.
  • Successivamente a pagina 30 UNAMA ci fa sapere che il 2014 ha registrato il maggiore numero di vittime tra i bambini dal 2009; tale numero è di 714 bambini morti.

Innanzi tutto una precisazione: non è una mia omissione la mancanza di un dato specifico sui maschi adulti. Non esiste proprio nel report un’analisi della problematica maschile; le uniche componenti demografiche oggetto di attenzione sono quella femminile e quella infantile, in particolare la prima. Ma non voglio annoiarvi con questi dettagli androcentrico-patriarcali…

Ritornando quindi ai dati di cui sopra sono evidenti due cose:

  • i bambini rappresentano il 19% delle vittime di guerra
  • le donne rappresentano l’8% delle vittime di guerra

Quale sarà la componente demografica che riempe il restante 73%? Chi lo sa?

Il “bello” è che nella conta dei morti, i bambini sono più del doppio delle donne adulte. Sarà per questo che si cumulano sempre “donne e bambini”? Chi lo sa?

Ma c’è di più; se assumiamo che le vittime tra i bambini siano equamente divise tra maschietti e femminucce, ebbene arriviamo alla conclusione che le vittime maschili (bambini, giovani, adulti e vecchi) rappresentano oltre l’82% dei morti tra i civili. Se poi, per assurdo ovviamente, facessimo l’esercizio di abbinare nella conta gli uomini morti con quella dei bambini morti, arriveremmo alla quota del 92%.

Potete immaginare un titolo di giornale che tuonasse: “tra i civili, uomini e bambini rappresentano oltre il 90% dei morti!“.

Tutto ciò senza contare i militanti, i militari, insomma, la carne da macello.

Quanto sopra, solo contando i “civili”.

Mi fermo qui, e vado in chiosa.

Per voi che di fronte a questi scempi nascondete il vostro buon senso e la vostra dignità, e a voi che avete fatto della manipolazione dei dati e dell’abuso della buona fede di chi vi legge ed ascolta lo strumento per plasmare l’opinione pubblica a vostro uso e consumo, non ho che tre parole: “mi fate schifo!”

Il gioco del rispetto di Trieste

.. ma il rispetto non è un gioco. Con tutto il rispetto. Il programma Gender, o meglio l’Ideologia Gender, si diffonde in Italia. Chiariamo subito che non si realizza per “apparizione divina” ma per preciso mandato del femminismo radicale, ormai a presidio stabile delle varie commissioni delle donne e delle pari opportunità, a livello Italiano, Europeo ed Internazionale (ONU).

L’iniziativa, l’ennesima dopo quella di Roma e Venezia (e altre che non ricordo), ha suscitato scalpore per i suoi supposti contenuti impropri; qualcuno vi ha intravisto travestimenti, qualcuno delle toccatine. Sicuramente non avverrà nulla di tutto ciò, ma che volete, probabilmente i timori sono nati dalla consapevolezza di cosa questi programmi hanno previsto in altri Paesi, quali la Svezia dove l’illuminata visione del femminismo scandinavo è arrivata a mettere in dubbio la necessità dei maschietti di fare la pipì in piedi (no, non è una bufala).

giocodelrispettoStante l’accoglienza un po’ freddina da parte dell’opinione pubblica, il comune di Trieste si è premurato di fornire, tramite la sua Vicesindaca, un opportuno chiarimento, che riporto e commento di seguito:

Il Gioco del rispetto è un insieme di proposte di gioco per i bambini e le bambine delle scuole dell’infanzia, studiato per trasmettere loro il concetto dell’uguaglianza tra uomini e donne, così come sancito dalla Costituzione Italiana. Attraverso il gioco, i bambini e le bambine apprenderanno che possono e devono avere gli stessi diritti di scegliere in futuro la professione che li realizzerà, così come da piccoli scelgono i giochi da fare a casa.

Mi permettano un appunto, eminentissimi. La costituzione sancisce l’uguaglianza di tutte le persone di fronte alla legge, e non ha nulla a che vedere con l’uguaglianza tra le persone. Valore alto quest’ultimo che comunque va intesto come uguaglianza morale, giacché siamo tutti diversi, fisicamente intellettualmente, economicamente, eccetera. E’ così complicato da capire o l’intento era farsi scudo della Costituzione? Sono io maligno, o voi maldestri?

L’obiettivo del Gioco del rispetto è di trasmettere il valore delle pari opportunità di realizzazione dei loro sogni personali, sia che siano maschi, sia che siano femmine.
Il Gioco del rispetto lavora per l’abbattimento di tutti quegli stereotipi sociali che imprigionano maschi e femmine in ruoli che nulla hanno a che vedere con la loro natura.

Ah, gli stereotipi! Siamo alla caccia ai fantasmi. Capisco male o stiamo dicendo che dobbiamo combattere le opinioni che dei bambini non si sono ancora fatti? Capisco male o stiamo dicendo che esistono opinioni eticamente approvate ed altre che vanno combattute? Siamo in uno stato etico? E perché intervenire su dei bambini? Forse perché è meglio farlo prima che la famiglia faccia danni o semplicemente la natura faccia il suo corso?

Ad esempio, si mette in discussione lo stereotipo per cui i padri debbano essere dediti soltanto al lavoro e possano dedicare solo pochi minuti al giorno ai loro figli, così come le madri non siano in grado di ricoprire posizioni di responsabilità all’interno delle aziende.

Sicuri che esiste uno stereotipo secondo cui gli uomini non possono spendere tempo con i figli? Non sarà forse che i genitori si organizzano secondo necessità e possibilità naturali e necessità economiche? Esiste lo stereotipo per cui le donne non possono ricoprire responsabilità all’interno delle aziende? Forse nelle vostre teste. Semmai esiste lo stereotipo secondo cui una donna non può fare il muratore, il carpentiere, il minatore, il trattorista, il raccoglitore di angurie. Diciamocelo, più che di “uguaglianza” sembra che si parli di “empowerment” femminile. Dai su, siamo onesti!

L’obiettivo è quindi quello di riequilibrare quella disparità tra uomini e donne che tanti danni sta oggi creando alla nostra società, sia dal punto di vista culturale e sociale, sia dal punto di vista economico, fino a sfociare in episodi di violenza di vario tipo.

Di quali disparità stiamo parlando, si potrebbe essere più precisi? Forse del 95% di dominazione maschile nelle morti sul lavoro? O l’87% nei senza tetto. O stiamo parlando del sistema pensionistico? Oppure nel sistema sanitario? Oppure delle separazioni? E di quali danni parliamo? Ah, il famoso enorme divario salariale, l’ingiustificabile 5% in più. Ah, no, ecco, alla fine è chiaro, parliamo di violenza. Ma non starete mica dicendo che andate tra i bambini a fare opera di prevenzione della violenza? Ma sicuramente mi sbaglio nel pensare che andate nelle scuole per rieducare preventivamente i maschietti perché poi non compiano violenza sulle donne (perché è noto che la violenza è compiuta solo dai maschietti e soprattutto sulle donne, ed è una violenza sulle donne in quanto donne). Ma ovviamente questo è un pensiero mio, paranoico senza fondamento. Come farò a vederci questa interpretazione in questo innocentissimo comunicato? Mah!

Il Gioco del rispetto è un progetto frutto di mesi di lavoro che ha anche valenza scientifica, soprattutto per l’attenzione alla misurazione dei risultati.

Vabbé, insomma, i bambini sono cavie da laboratorio di psicologia.

Quanto sopra per quanto riguarda il “comunicato”. Insomma c’è da fidarsi, no? In ogni caso, per pura curiosità, ho dato una scorsa all’opuscolo informativo. Non che non mi fidi del comunicato, ma è che sono come San Tommaso.Le_Caravage_-_L'incrédulité_de_Saint_Thomas

Il primo capoverso dell’opuscolo informativo recita:

Il Comune di Trieste ha promosso la diffusione di alcune azioni previste dalla Convenzione di Istanbul in tema di formazione contro le discriminazioni e la violenza sulle donne,..

che strano eh? Ritorna la Violenza sulle Donne, e la bellissima Convenzione di Istanbul, quella che definisce la violenza di genere come la sola violenza da parte del maschio sulla femmina e che afferma che “gli uomini hanno storicamente usato la violenza per discriminare le donne e porle in una condizione di inferiorità sociale”.

Che strano, eppure mi pareva che nel comunicato si parlasse di innocentissimi stereotipi, che nuocciono tanto a lui quanto a lei, e di papà che non possono stare vicini ai propri bambini, gli stessi papà che nella Convenzione di Istanbul sono profilati come il seme della violenza domestica. Bah, mi sarò sbagliato…

E chiosa infine tale opuscolo:

i cui contenuti  [del Kit di gioco] sono stati curati da uno staff scientifico composto da D. P., insegnante della scuola dell’infanzia, e L. B., psicologa. Entrambe si occupano da anni di progetti di ricerca e di formazione sul tema della violenza contro le donne.

Oh perbacco! Il team di ricerca è composto da due donne (eh, quando si dicono gli stereotipi) che si occupano di, guarda caso, di violenza contro le donne.

Si fa presto a dire stereotipi.

Vedete, l’idea che nella scuola, in cui la presenza docente maschile è irrisoria e nulla nella scuola dell’infanzia, si entri con programmi di evidente matrice femminista, orientati a plagiare le menti dei ragazzi, fuori del controllo dei genitori, con lo scopo di motivare al successo le bambine e ridurre le potenzialità violente dei bambini, a casa mia si chiama misandria.

Il fatto poi, che si cerchi di coprire il tutto col velo della manipolazione del linguaggio e dei termini, sempre a casa mia, si chiama presa per il c…. per i fondelli.

Cara Trieste, ci vuole rispetto, per i bambini sicuramente, ma anche per l’intelligenza umana.