La grande donna della TV

Dal lunedì al venerdì, la TV ci offre un pomeriggio tutto rosa il cui tema fondamentale è “perché gli uomini sono così brutti e cattivi in mondo abbellito dalle donne”?

In uno di questi pomeriggi, qualche settimana fa, sulla RAI (il cui canone, per comodità di tutti, da oggi verrà prelevato dalla bolletta elettrica) si celebrava una grande donna che dopo aver ucciso il marito e aver inscenato una falsa rapina, rivendicava il proprio ruolo di vittima. Il marito era troppo impegnato nella propria autopsia per dare la propria versione.

Pochi minuti fa una grande donna conduttrice del pomeriggio rosa di RAI 1 intervistava un’altra grande donna dello spettacolo, comodamente adagiata su un “sofà”. La grande donna conduttrice poneva la solita domanda di rito alla grande donna ospite:

è questo ancora un mondo ancora maschilista?

Si badi bene. Non al maschile, non a guida maschile, ma maschilista.

Ciò è, per la grande donna conduttrice, un fatto assodato.

Entrambe le grandi donne sono mie coetanee, quindi parlano del mondo che mi ha ospitato e che ho conosciuto.

Quello che mi ha consegnato mio padre dopo una vita lavorativa di fabbrica iniziata a 12 anni, per poter garantire a mia madre una vita dignitosa ed una adeguata reversibilità; quello di mio zio partito emigrante (con una scarpa ed una ciavatta) per l’Australia dopo la II guerra mondiale per garantire qualche soldo alla sua famiglia d’origine.

Ed in piccolo quello mio, di un privilegiato moderno, che deve assistere allo scempio femminista dell’etica giornalistica, della storia, e per che no? … anche della TV.

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Io non sono #He4She

Ho appena degustato lo spot RAI in cui testimonial (tutti maschili) dello sport e dello spettacolo dichiarano la loro vocazione morale:

Io sono He For She

Che in Italiano significa

Io sono Lui per Lei

Per combattere le discriminazioni di genere, forma linguistica “neutra” per dire che gli uomini (e solo gli uomini) discriminano (negativamente) le donne. E d’altronde il video è chiaro nel messaggio, e lo slogan dice tutto: “He for She”.

La forma linguistica è falsamente piacevolmente neutra ma in realtà è ipocritamente inclusiva, per attirare gli uomini, quelli buoni ovviamente, nella trappola della cooptazione per buona fede. Un’invito a cena per tutti gli uomini, senza comunicare loro che non sono dei graditi ospiti; semmai la portata principale del pasto.

He for She, slogan inglese perché coniato da UN Women (United Nation Donne) perché ovviamente per l’ONU tutti sono uguali, alcune più uguali.

He4She un hashtag lanciato a Settembre del 2014 con un testimonial d’eccezione, Emma Watson (nota come Ermione nella serie Harry Potter), notoriamente un’altra oppressa.hermione

Dedicai alla sua performance Internazionale all’ONU un articolo in inglese “Dear Hermione“, per chi mastica un po’ d’inglese.

Il messaggio è chiaro, per chi vuole ascoltare; gli uomini sono responsabili (collettivamente) di tutti i problemi, inclusi i propri, ed individualmente devono impegnarsi per cambiare. Come? Lui per Lei.

 Citerò solo un passaggio

I want men to take up this mantle. So their daughters, sisters and mothers can be free from prejudice but also so that their sons have permission to be vulnerable and human too – reclaim those parts of themselves they abandoned and in doing so be a more true and complete version of themselves.

che traduco per voi

Io voglio che gli uomini vestano questo mantello. Così che le loro figlie, sorelle e madri possano essere libere dal pregiudizio, e anche i loro figli possano essere vulnerabili e umani, reclamando quelle parti di se stessi che hanno abbandonato e così facendo, materializzare una versione più completa di se stessi.

Chiaro il messaggio no? Cari uomini, così come siete non siete solo un problema per la società.

Siete incompleti e non umani.

Per il 2016 fate la vostra New Year Proposition. Io faccio la mia.

Io sono “He for He, “lui per lui”.

Gabriele e l’inviolata vagina

Il giubileo della vagina.

“tutto è misericordia,

tutto è donna”

Jorge Mario Bergoglio, in arte Papa Francesco

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“Misericordiosa fosti quel dì,

le stelle complici

e l’ignaro Peppino.

Spalancasti la porta,

alle mie virtù

all’incerto destino.

Un fugace momento,

godemmo e ansimammo

poi nulla di più.

Fuggi dallo spavento,

solo tuo il travaglio

per uno sfortunato Gesù”

Gabriele, in arte l’Arcangelo

Vincenzina Ingrassia libera!

La vogliono carcerare, la vogliono carcerare!

Vincenzina, per gli amici Zina, dopo anni di soprusi ha finalmente raggiunto la libertà dalla schiavitù patriarcale inflittagli dall’oppressore Alfio Longo.

Purtroppo. proprio ora che il sogno di emancipazione stava per compiersi, il sistema giuridico patriarcale, andorcentrico e misogino vuole trattarla come un’omicida.

Osservate la foto del mostroalfio-longo

Guardate quegli occhi. Testosterone e violenza. Violenza testosteronica. Violenza di genere in potenza. Zina ha solo evitato un femminicidio.

Cos’altro poteva fare? Chiamare la polizia, denunciarlo per le continue violenze subite avendo poi l’onere di dimostrare il tutto? Cos’altro le rimaneva se non uccidere l’orco nel sonno e poi simulare una rapina? Cos’altro avrebbe potuto fare per potere rimanere finalmente sola nella casa trasformata dall’orco in una prigione?

Zina, un’altra vittima della violenza di genere.images

Zina, noi siamo con te.

Zina Libera!

HashTag #Zinalibera

Autodeterminazione della donna e gogna pubblica

Autodeterminazione.

Una parola che ha avuto i suoi momenti di gloria in tempi di “aborto”. Autoderminazione femminile, ovviamente. Quella maschile è data per scontata, più che scontata direi … “in svendita”.

Ma non parleremo di aborto, né di riproduttività. Ma di sesso sì, perché, apparentemente, l’autoderminazione femminile sessuale sembra proprio non poter prescindere dalla sottodeterminazione maschile.

Qualche giorno fa è assurto alla ribalta dell’attenzione mediatica il caso di 6 ragazzi (innocenti fino a prova del contrario) detenuti preventivamente e poi licenziati con giudizio d’innocenza (perché il caso non sussiste) in appello, per un’accusa di stupro. Non giudico la ragazza, né i ragazzi; e non giudico la loro percezione dell’accaduto. Non giudico, punto. Io non faccio il “giornalista di genere”. Mi limito a constatare un fatto; conosciamo i nomi dei ragazzacci su cui penderà per sempre un giudizio di colpevolezza di una parte dell’opinione pubblica.

Ma c’è un settimo ragazzaccio, ebbene sì: Zach Anderson.

Sette, il numero preferito dal femminismo.

La storia di Zach è interessante ed emblematica, non solo perché è la storia di molti ragazzi, e non solo perché è rappresentativa dell’interpretazione femminista dell'”autodeterminazione” femminile in tema di sessualità, ma perché vi offre un quadro d”autore del vero l’obiettivo delle campagne gognesche “di genere”.

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E’ una storia breve. Zach ha 19 anni e come quasi tutti i ragazzi di quell’età ha un pensiero fisso; il triangolino della felicità. Si iscrive, come tanti, ad un sito di “dating” che gli frutta un paio di incontri amorosi con ragazze autodeterminate. Il primo incontro è con una ragazza di 18 anni, e scivola via senza ripercussioni. Il secondo incontro, invece, risulta leggermente più problematico. Zach fa la conoscenza “virtuale” con  una ragazza che afferma di avere 17 anni. I due si piacciono, si incontrano e si conoscono “in senso biblico”.

Tutto consensuale, in apparenza. Purtroppo per Zach, la ragazza aveva mentito sulla propria età e, sebbene avesse 14 anni, si era iscritta nella sezione “adulti” del sito; pulsioni adolescenziali e autodeterminazione, ovviamente. La mamma della fanciulla, ignara della dinamica delle cose, coinvolge le forze dell’ordine, innescando la sovradeterminazione manettara.

Il ragazzo viene quindi arrestato e gode della generosa ospitalità carceraria preventiva Statunitense per un mese.

Ha quindi luogo il processo. La ragazza e la madre testimoniano in favore del ragazzo, ma nulla da fare; Zach è condannato come “sex offender” (una definizione che include tutta una gamma di reati sessuali, dallo stupro all’esibizionismo) a 3 mesi di carcere e all’iscrizione per 25 anni nel registro pubblico dei “sex offenders”, un termine edulcorato per indicare la versione moderna della “gogna pubblica”.

Un’iscrizione nella gogna “dei sex offenders” che gli renderà pressoché impossibile trovare un impiego per i prossimi 5 lustri, e gli renderebbe anche difficile (se non impossibile) l’accesso nelle università statunitensi, semmai fosse interessato. Senza contare le ripercussioni sul piano sociale e delle relazioni “umane”.

E non finisce qui, perché per i prossimi 5 anni, Zach non potrà utilizzare Internet né possedere uno Smartphone, e non potrà rivolgere la parola a ragazzi con meno di 17 anni.

Tre mesi di carcere, 25 anni di gogna, 5 anni di restrizioni dei propri diritti umani, per avere avuto un rapporto sessuale consensuale con una ragazza che ha mentito sulla propria età e che non ha subito né “percepito” nessuna violenza.

Tutto ciò perché l’autodeterminazione femminile finisce dove inizia la sovradeterminazione del femminismo.

Banconote da 7 Euro per sole donne

La verità, che grande parola. Forse troppo grande per la natura umana. C’è chi inutilmente la persegue, chi la travisa e chi l’aborre. Nella corsa per l’affermazione della verità, filosofie e religioni, scienze ed ideologie, si sono avvicendate, separate, incontrate e scontrate.

Tutte ad eccezion fatta del “femminismo” che non può incontrare la scienza, perché estraneo alla natura, né trascendere nel metafisico, perché non ne ha bisogno; esso è “verità”, anzi è “La Verità”.  E il suo semplice scrutinio è il falso, l’eresia.

Parola di eretico.

Il femminismo non ha bisogno di opera di convincimento, semmai solo di indottrinamento. E’ verità in sé, che si manifesta all’uomo nuovo perché questi finalmente conosca il “Verbo”. Con apparizioni improvvise, sempre più frequenti. Apparizioni televisive dentro le vostre case, sì, ma non solo. Sempre più spesso in aule scolastiche, e in itinere, per strada, sugli autobus, in metropolitana. Perché l’uomo nuovo DEVE sapere.

E proprio in itinere, alcuni “fortunati” hanno potuto godere di una manifestazione “metropolitana” della Verità:7 euro

“Nel mondo del lavoro essere donna non paga ancora abbastanza”

perché

“Oggi le donne vengono pagate fino al 30% in meno rispetto agli uomini”.

La Verità esibisce un volto austero, severo, ed una banconota da 7 Euro. Un bel 7 stampato su una banconota da 10, una fine allusione al 70%, il segno della discriminazione patriarcale, il nemico che opprime la donna da tempo immemore, prima ancora dell’Euro-moneta; accumulando un debito infinito e inestinguibile.

Le donne vengono pagate “fino” al 30% in meno degli uomini; cosa vorrà dire mai La Verità? In sé il messaggio non ha senso. Donne pagate meno di uomini; quali donne, quali uomini? Un carpentiere pagato più di un’avvocatessa? Un tornitore pagato più di una conduttrice televisiva? Dove? Come mai? Domande eretiche che inducono a superflue riflessioni.

Ma La Verità non ha bisogno di dirci tutto e soprattutto non ha bisogno di citare ciò che può distrarre l’homo itinerante: fonti, fatti e circostanze. La Verità aborre la ragione, si affida al subliminale; se mi inseguono nella metropolitana parlandomi di un “problema” femminile significa che esso è preminente; e se lo dicono a me, significa che riguarda me; e se “il come” e “il dove” non sono citati, allora devo dare per scontato quello che è omesso; devo riempire gli spazi. E’ così che il Verbo si materializza nella sua completezza: “una donna viene pagata il 30% in meno di un uomo, in Italia e per lo stesso lavoro”. I fatti vengono rimpiazzati dall’assunto, gli spazi riempiti dall’immaginazione. E’ il potere della psicologia sociale, e La Verità lo sa.

Roba fine, roba da stratega della comunicazione. Roba che si paga, con banconote vere.

Un messaggio che parla tutte le lingue, e tutte le monete, in particolare “La Moneta”, il Dollaro Statunitense. Sì, perché proprio dagli USA arriva La Verità; “per ogni dollaro guadagnato da un uomo una donna guadagna 70 centesimi”. Perfino il Premio Oscar Obama, l’ha ripetuto qualche mese fa davanti ad una folla femminile osannante. Tutte oppresse nonostante le apparenze piuttosto borghesi. Qualche giorno dopo la Casa Bianca, stante le proteste di qualche patriarca reticente al Verbo, precisava che la citazione del Presidentissimo si riferiva alla media degli stipendi degli uomini e delle donne, sull’intero territorio Statunitense.

Sette, un numero che torna, il numero della Verità. E torna da più di venti anni perché l’uomo nuovo faccia suo il verbo; a nulla valgono gli sforzi degli eretici che oppongono la più criminale delle menzogne, i fatti.

I fatti mostrano che a parità di impiego, di ore lavorate i guadagni sono uguali? Ostracismo patriarcale.

I fatti mostrano che gli uomini svolgono di gran lunga i lavori più rischiosi con oltre l’80% degli infortuni e il 95% delle morti sul lavoro? Irrilevante!

I fatti ci dicono che le donne godono di trattamento privilegiato nelle assunzioni e negli avanzamenti di carriera? E’ uguaglianza.

I fatti mostrano che gli uomini si assentano e si ammalano di meno? Menzogne!

I fatti mostrano che gli uomini pagano più tasse e contributi previdenziali e ne godono di meno? Fandonie!

I fatti sono eresia, sono retaggio patriarcale. Quello che conta è La Verità.

Noi eretici permaniamo nell’ignoranza, ma con una sola ferma certezza; in quel manifesto la banconota non è l’unica cosa falsa.


Articolo pubblicato su Uomini Beta

Viva la foca!

Oggi pomeriggio ho avuto l’occasione di ascoltare pochi secondi di una trasmissione pomeridiana (una delle tante) della RAI (non saprei dire quale degli inutili canali generalisti) incentrata sul teatrino del dolore. Secondi persi.

Ormai un format, basato sulla coppia conduttrice uomo – donna, la donna tipicamente arrampicata su tacchi 12, l’uomo nella posizione preferita, in ginocchio.

Il target è noto; pensionato e casalinga frustrata. Io non appartengo a nessuna delle due categorie per il momento, ed il congedo è stato rapido.

Non tanto rapido da non udire l’hobbit (ossia il mezzuomo, per i non avvezzi alle mie allegorie) lanciare la pubblicità al grido di Viva le Donne!

E non è l’8 Marzo, mi pare.

W-la-foca-locandina-Italia

Mi pongo, e vi pongo, a questo punto, una domanda ingenua, ingenuissima.

Perchè mai la conduttrice non ha pareggiato il conto con un sentitissimo “Viva gli uomini?

Misteri.

Misteri di genere.

In guerra muoiono solo donne e bambini…

Due anni fa Hillary Clinton, prossima presidentessa degli Stati Armati d’America, affermava che:

le donne sono state sempre le principali vittime delle guerre, perché dovevano piangere i loro mariti morti

Tale idiozia non va neanche commentata, anche se tale affermazione ci da il tenore della statura mentale e morale di tale persona. Il punto è che, se una persona ad alta visibilità pubblica può oggi fare un’affermazione del genere senza essere sprofondata nel ridicolo, significa che il terreno è “fertile” per tali fandonie di genere.

In 40 anni e passa di esistenza, non mi è mai capitato di udire che “gli uomini sono le vittime principali di una guerra“, anche se da un punto di vista numerico è un’ovvietà, giacché cadono da entrambe le parti della barricata che divide i civili dai militari. Un’ovvietà peraltro facilmente dimostrabile con i dati, se non bastasse il buon senso.

Ma oggi, per l’ennesima volta, e per l’ennesima volta da persone “de Sinistra“, ho dovuto ascoltare la famigerata frase:

le principali vittime delle guerre sono le donne e i bambini

Una frase che assimila all’innocenza dei bambini la posizione “morale” delle donne. Tutti innocenti, tranne i maschi adulti.

Tale “innocentissima” frase, sottace un perentorio giudizio morale; le donne sono esenti dalle colpe di una guerra al pari dei bambini, e gli uomini adulti, morti nelle guerre, non possano godere dello stesso status di vittima, in quanto essi sono gli artefici delle guerre. Un concetto razzista, ovviamente, osceno, eppure l’unico plausibile. A meno che, ovviamente, non si possa dimostrare effettivamente che numericamente le donne e i bambini sono le principali vittime delle guerre.

No, non ci sono alternative. O le donne sono effettivamente una componente numericamente maggioritaria delle vittime, oppure la loro vita ha semplicemente un valore umano maggiore. Delle due, una.

Ed io… Lo dico? Non dovrei dirlo, lo so. Ed io … io mi sono rotto il cazzo di sentire questa oscenità. Ebbene sì, l’ho detto!

Non è solo un semplice falso. E’ un falso ripetuto ossessivamente, ed istituzionalmente. Ed è un falso inteso a far accettare socialmente il minore valore della vita di un maschio; un maschio profilato ormai come seme del male dal femminismo post sessantottino. Un maschio non titolato ad assumere il ruolo di vittima, avendo per definizione il ruolo di carnefice. Un ruolo, peraltro, scritto a chiare lettere nella Convenzione di Istanbul. Ma non divaghiamo…

A questo punto vi starete domandando: “ma magari è vero che le donne sono numericamente le principali vittime delle guerre“. Se vi ponete questa domanda è perché il processo intimidatorio verso il maschile e parimenti di vittimizzazione del femminile, vi ha ormai pervaso, sebbene sappiate benissimo dentro di voi che è una pura follia.jesus-christ-vagina-art-michaelhussar-michael-hussar

Ma tant’è, vi accontento, perché anche io sono un po’ San Tommaso.

Prendiamo, ad esempio, in considerazione la II Guerra Mondiale; il tributo di vite pagato dall’Italia è stato di circa 330,000 militari e 70,000 civili. Non ci è dato sapere con precisione quanti uomini e donne, ma sappiamo che la totalità dei militari (82,5%dei morti di guerra) era maschile; di conseguenza dobbiamo dedurre che tra civili e militari circa il 90% dei morti furono dei vili maschi adulti.

Qualcuno obbietterà che non dobbiamo contare i militari, come se non fossero vite umane. Un’esclusione dei militari dalla conta degli umani che significa anche escludere i bambini dalla conta delle vittime di guerra. E sì, perché qualcuno forse non lo sa, o lo ha rimosso, ma le truppe tedesche negli ultimi anni della II Guerra Mondiale ospitarono tra le loro file anche 15enni. Questi adolescenti evidentemente erano meno innocenti delle loro madri. Senza contare che in molti Paesi dell’Africa e del Sud-Est Asia l’arruolamento di bambini, è ed è stato la prassi.

In ogni caso, ammesso e non concesso di escludere i militari, come è possibile affermare che le donne siano state mai una componente maggioritaria delle vittime di guerra?

Non ci rimane che fare un salto nei nostri giorni, in cui la questione razziale, pardon moi, di genere sta tanto cara ad alcune, soprattutto alle missionarie dell’ONU. Ed infatti proprio ai dati dell’ONU farò riferimento. In particolare farò riferimento ad “UNAMA“, costola dell’UN che si “occupa” di monitorare le morti civili in Afganistan, e di promuovere azioni per salvaguardare la vita delle persone più preziose. Verificate pure quale è la componente demografica particolarmente degna di attenzione…

Ebbene, faccio riferimento al report finale sulle vittime di guerra in Afganistan (Paese in cui l’ONU ha avallato le sue missioni di Pace) del 2014, report che potete tranquillamente consultare (in inglese): “Annual Report on Protection of Civilians“.  In tale report viene presentato il seguente quadro:

  • A pagina 14 si documentano tra il 2009 e il 2014 17,774 morti tra i civili, di cui 3,699 nel solo 2014.
  • Successivamente a pagina 27 UNAMA ci fa sapere che il 2014 ha registrato il maggiore numero di vittime civili tra le donne dal 2009; tale numero è di 298 donne morte.
  • Successivamente a pagina 30 UNAMA ci fa sapere che il 2014 ha registrato il maggiore numero di vittime tra i bambini dal 2009; tale numero è di 714 bambini morti.

Innanzi tutto una precisazione: non è una mia omissione la mancanza di un dato specifico sui maschi adulti. Non esiste proprio nel report un’analisi della problematica maschile; le uniche componenti demografiche oggetto di attenzione sono quella femminile e quella infantile, in particolare la prima. Ma non voglio annoiarvi con questi dettagli androcentrico-patriarcali…

Ritornando quindi ai dati di cui sopra sono evidenti due cose:

  • i bambini rappresentano il 19% delle vittime di guerra
  • le donne rappresentano l’8% delle vittime di guerra

Quale sarà la componente demografica che riempe il restante 73%? Chi lo sa?

Il “bello” è che nella conta dei morti, i bambini sono più del doppio delle donne adulte. Sarà per questo che si cumulano sempre “donne e bambini”? Chi lo sa?

Ma c’è di più; se assumiamo che le vittime tra i bambini siano equamente divise tra maschietti e femminucce, ebbene arriviamo alla conclusione che le vittime maschili (bambini, giovani, adulti e vecchi) rappresentano oltre l’82% dei morti tra i civili. Se poi, per assurdo ovviamente, facessimo l’esercizio di abbinare nella conta gli uomini morti con quella dei bambini morti, arriveremmo alla quota del 92%.

Potete immaginare un titolo di giornale che tuonasse: “tra i civili, uomini e bambini rappresentano oltre il 90% dei morti!“.

Tutto ciò senza contare i militanti, i militari, insomma, la carne da macello.

Quanto sopra, solo contando i “civili”.

Mi fermo qui, e vado in chiosa.

Per voi che di fronte a questi scempi nascondete il vostro buon senso e la vostra dignità, e a voi che avete fatto della manipolazione dei dati e dell’abuso della buona fede di chi vi legge ed ascolta lo strumento per plasmare l’opinione pubblica a vostro uso e consumo, non ho che tre parole: “mi fate schifo!”

Putin, un leader di altri tempi

Qui sotto 4 ore non-stop di domande e risposte tra Putin e il popolo Russo (in inglese). Non una messa in scena. Non lo show di Obama, con pubblico osannante il suo Messia; non applausi, battute e sorrisi sguaiati. Un discorso tra persone serie, tra un popolo serio e un leader serio, un uomo di altri tempi.

Ma non vi voglio annoiare con i punti salienti del suo discorso, come quando chiarisce che gli USA non vogliono alleati o partner ma vassalli, come l’Italia, per intenderci.

Ascoltare queste 4 ore di di battito, mi ha fatto rivivere una sensazione ormai persa, quella di ascoltare un leader politico affrontare temi di interesse generale senza avere la netta sensazione di essere considerato un utile idiota oggetto di esperimenti di psicologia sociale.

E se mai avessi avuto dubbi sulla correttezza etica di Putin, me li sono tolti dopo 3 ore e 50 minuti quando ha affrontato il tema dell’innalzamento dell’età pensionistica, affermando che:

è impensabile alzare l’età pensionabile subito a 65 anni, perchè sebbene l’aspettativa di vita femminile in Russia sia di 77 anni, quella degli uomini è di 65,5 anni, e l’innalzamento significherebbe far passare direttamente gli uomini dalla fabbrica alla tomba

Ve lo immaginate un politico genderista nostrano difendere una posizione del genere?

Ma da noi vige il mantra della Santa Vagina.

Godetevi Renzie.