Recentemente, un personaggio assunto alla ribalta del palcoscenico pandemico ha proposto di “fare la colletta per pagare l’abbonamento a Netflix ai sorci“, dove “sorcio” qualificava l’individuo costretto nel proprio domicilio per avere rifiutato di piegare la schiena all’ “offerta che non si può rifiutare“:

mantenere i propri diritti di circolazione in cambio della rinuncia alla propria sovranità individuale

Tale esternazione discende evidentemente da un presupposto d’impunità. Un’esternazione che ricorda l’atteggiamento del vile che di fronte ad un animale rinchiuso in gabbia, lo fa oggetto di sassaiola, presupponendo l’impossibilità di reazione della “bestia”. Un gesto che poi il codardo è costretto a ricordare perché la bestia, da par suo, porta memoria, e pazientemente attende che la gabbia lasci il giusto pertugio.

E’ vero, il “sorcio” al più squittisce. Ma milioni di sorci, per di più infetti, possono farsi portatori del karma.

Tutto sommato, “sorcio” mi si addice, quindi, personalmente, non mi offendo. Perché il “sorcio” ha straordinarie capacità di adattamento; capace di sopravvivere nelle fogne e di uscire indenne da pestilenze. Ed è refrattario alla cattività. E poi il “sorcio” è portatore di saggezza:

meglio “sorcio” che cavia

La vita da “sorcio”, pur caratterizzata dall’incertezza della sopravvivenza in un ambiente ostile, è pur sempre libera. La vita della “cavia“, invece, seppur apparentemente comoda, non conosce libertà, ed è invariabilmente caratterizzata da un destino nefasto e precoce.

Un sorcio.