L’antisemitismo d’Israele

Il sionismo internazionale si agita in ogni dove per bandire la critica d’Israele (o dovrei dire USraele?), perché disprezzare la pulizia etnica in atto in Palestina da 70 anni equivale nel mondo distopico di oggi a “parole d’odio“.

13th attempt to break the Gaza blockade by sea

Il sionismo ha bisogno che le nuove generazioni crescano “ricordando” una storia ricostruita ad arte, ed al contempo ignorare la propria realtà contemporanea. Un sionismo che non fa adepti (dicasi anche utili idioti) solo in Italia, perché non conosce confini; ne sa qualcosa Jeremy Corbyn, ex leader del partito labourista del Regno Unito, che, a monte delle recenti elezioni, ha dovuto discolparsi ogni due per uno dall’accusa di antisemitismo. Ma ancora più emblematico è quanto accade proprio in questi giorni negli USA, deus ex machina del sionismo internazionale, che al fine di sopire i dissapori interni verso la politica bellica del proprio Paese in Medio Oriente, ha deciso di fare carta straccia del Primo Emendamento (l’articolo 1) della Costituzione Statunitense, quello che sancisce la libertà d’opinione. Così la macchina Pentagonale del sionismo stelle e strisce, dopo aver fatto sparire una dopo l’altra le voci del web, ha deciso di fare un passo avanti, fino a normare le proprie Università.

Secondo il nuovo teorema della censura sionista (made in USA, sebbene esibisca il comodo brand Israeliano), redatto dalla premiata ditta Trump-Netanyahu,  essere anti-sionista equivale ad essere antisemita (non è un’esagerazione) ed ovviamente essere antisemita significa odiare gli ebrei.

ANTI SIONISTA = ANTI SEMITA = ANTI EBREO

Non lo dico io, ovviamente; lo dicono loro. Letteralmente.

Nel distopico (e dispotico) mondo disegnato da questi criminali (che non disprezzano solo la vita degli altri ma anche la lingua) disprezzare il sionismo (cioè una politica) significa disprezzare gli ebrei (cioè le persone).  Così  dicono loro, i detentori del verbo.

Ma tralasciando per un attimo il cortocircuito tra anti-sionismo e antisemitismo, sussiste in ogni caso un piccolo, piccolissimo, trascurabile dettaglio: “semita” non significa “ebreo”. Anzi, neanche ci assomiglia.

Le etnie semite sono in larghissima prevalenza composte da arabi e, per essere ancora più chiari, sicuramente tutti i Palestinesi sono semiti mentre solo una minoranza tra gli ebrei (l’essere “ebreo” denota una religione non un’etnia) può vantarsi del titolo di semita.

Come la mettiamo Israele … pardon … USraele?

Chi è l’antisemita? Sono i diabolici anti-sionisti (quali il sottoscritto) oppure gli artefici  del progetto d’Israele, coloro che hanno trasformato i semiti reduci della seconda guerra mondiale in veri e propri scudi umani, e i semiti della Palestina in ospiti del più grande campo di concentramento che la storia abbia conosciuto negli ultimi due secoli?

Un caro saluto.

Il disavanzo della bilancia commerciale, ossia, come il Mondo opprime gli USA

Uno dei pretesti più frequentemente utilizzato dall’amministrazione Trump per ricattare il resto del mondo e per, diciamo così, portarli a più miti consigli, è il supposto disavanzo della bilancia commerciale tra gli USA e lo Stato oggetto di ricatto.

Per chi non  lo sapesse, la bilancia commerciale è la differenza tra il dato aggregato del valore delle esportazioni e il dato aggregato del valore delle importazioni; se uno Stato esporta per un controvalore di 100 Mld di USD ed importa per un controvalore di 150 Mld di USD la bilancia commerciale risulta in deficit di 50 mld di USD. Notare che, non a caso, i valori di esempio sono espressi in dollari statunitensi…e non è un dettaglio.

Che si tratti della Cina o del presupposto paese alleato, la dialettica ricattatoria degli USA suona invariabilmente così: “poiché la bilancia commerciale degli USA con te è in deficit, dobbiamo negoziare condizioni commerciali che siano per te più sfavorevoli, altrimenti sono guai“. E’ ovviamente la politica del bullo che in posizione di forza cerca di estorcere condizioni ancora più favorevoli, in termini economici o militari.

Così gli USA hanno iniziato il “negoziato” sui dazi sanzionatori indirizzati a Cina,  a Canada e perfino all’Euro-Nato (in particolare alla Germania).

La natura pretestuosa del disavanzo della bilancia commerciale non sfuggirà sicuramente a te, caro lettore. E credo non sfugga neanche a quella pletora di servi che oggi passano per giornalisti.

Quindi, fin qui, nulla di nuovo; ma quanto sopra serviva a stabilire il contesto.

Quello che invece non necessariamente è di dominio comune è il falso ideologico che sta alla base del “pretesto”. Molti, infatti, pur consapevoli della natura ricattatoria e strumentale della “negoziazione” basata sul  disavanzo commerciale, accettano il “pretesto” in se come qualcosa di moralmente e tecnicamente accettabile come rivendicazione. In sostanza, il pensiero prevalente, che io ho registrato, suona più o meno così: “è vero che lo Stato X si sta avvantaggiando commercialmente nei confronti degli USA, ma questo non può essere elemento per negoziazioni così aspre“. Altri invece si perdono in inutili disquisizioni sull’entità del deficit di bilancio, del tipo: “il deficit non è X ma Y“. E li si fermano. Così facendo, implicitamente, legittimano il “pretesto” come elemento di negoziazione, invece di rimandarlo al mittente (con addebito delle spese di spedizione, s’intende).

In primis, gli USA sono gli ultimi a poter sollevare un tale “pretesto”, in quanto tali disavanzi si generano nel regime di libero mercato imposto dal WTO targato USA. E nell’ambito del WTO non c’è scritto che le bilance commerciali debbano essere in equilibrio. Ma c’è di più, molto di più.

Il punto è che il disavanzo della bilancia commerciale non dimostra proprio nulla, in particolare a livello aggregato, e in particolare in termini “morali”. Se preso in termini settoriali, un disavanzo dimostra solo una mancata competitività del settore produttivo considerato. E’ per caso immorale o iniqua la maggiore competitività? Ovviamente no. Semmai lo Stato più produttivo può porsi questioni morali sule ragioni della propria competitività. Viceversa lo Stato che acquisisce beni di settore a prezzi di mercato più convenienti non può certo lamentarsi, in particolare se questo Stato (vedi gli USA) è il regista del regime di libero scambio.

Ma se a livello settoriale il disavanzo è solo indicatore di competitività relativa, a livello aggregato dice esattamente il contrario di quello che gli esportatori di democrazia asseriscono. E’ misura della ricchezza dello Stato in deficit e spesso misura dello sfruttamento delle popolazioni in surplus.

In sostanza quando uno Stato importa (in termini di contropartita economica) più di quanto esporta, a meno che ciò non avvenga a debito (cioè dietro la svendita di “assets” nazionali), ciò esprime semplicemente la maggior capacità di acquisto delle persone fisiche (i cittadini) e giuridiche (aziende). Per questo motivo i Paesi in sviluppo (come l’Italia degli anni ’60 e la Cina degli ultimi 30 anni) hanno avuto bilance commerciali (anche fortemente) positive; costo della manodopera relativamente basso nel Paese che vende e capacità reddituale maggiore nel Paese che compra. Per questo motivo, oggi, la bilancia commerciale dell’ Italia con la Cina è in deficit stabile per via di un maggior livello reddituale e di una più bassa competitività produttiva; viceversa la bilancia Italiana è in lieve surplus nei confronti degli USA per via di una capacità reddituale nettamente superiore dell’importatore (USA) e di una competitività produttiva sostanzialmente paragonabile.

In realtà, il disavanzo aggregato della bilancia commerciale è misura della maggiore capacità di spesa dei cittadini di uno Stato, il che va di pari passo con la minore competitività produttiva (tendenzialmente maggiori redditi individuali corrispondono a maggiori oneri aziendali) dello Stato stesso.

Ne discende una domanda retorica. Ciò premesso, come possono gli USA legittimare recriminazioni verso la Cina per un disavanzo di bilancio di 300 miliardi di dollari (corrispondenti ad un disavanzo individuale del cittadino stelle e strisce pari a circa 800 USD) quando il reddito pro capite dei propri cittadini è circa 6 volte quello di un cittadino Cinese (oltre 60000 USD contro circa 10000 USD)? E’ plausibile che uno Stato pretenda la parità di bilancio export/import quando i propri cittadini hanno un reddito medio 6 volte quello dello Stato da cui importano? Ovviamente no, e gli USA (e la Cina) lo sanno benissimo. E un discorso simile si potrebbe fare per USA-Italia e USA-Germania, stante un rapporto reddituale medio di circa 1,9 e 1,3 rispettivamente.

Dialetticamente, e questo è segno dei tempi, gli USA hanno sostituito (e invertito i ruoli) il concetto di surplus  del valore di produzione (di Marxiana memoria) con il surplus di consumo. Nel nuovo paradigma, lo sfruttato diviene il consumatore statunitense la cui maggiore capacità reddituale è manipolata dal lavoratore d’oltre-oceano, il quale,  avvantaggiandosi indebitamente del minor costo del proprio lavoro e dei propri minori consumi, vende di più di quanto compra e determina una riduzione del differenziale economico tra le parti. Come osa il povero contestare il proprio stato?

Siamo all’assurdo, questo lo capite bene.

In effetti, lo capiscono bene tutti, inclusi gli Stati coinvolti in queste “negoziazioni” imposte dallo Stato canaglia a guida Trump. Proprio in questi giorni si è chiusa la prima fase dei negoziati USA-Cina sui “dazi”; la Cina ha le spalle grosse, ed ha voluto vedere il bluff statunitense ed è giunta ad un accettabile compromesso che gli permette di prolungare il proprio trend di crescita; nel mentre, continuerà con i preparativi per il giorno in cui sarà costretta a scoprire le proprie carte belliche. Da parte loro, i servo-alleati scodinzolano vistosamente avendo chiaro che tale folle dialettica statunitense è il rabbioso grugnito del padrone; e ovviamente, ossequiosamente, sono corsi ai ripari aumentando i propri budget di difesa da utilizzare, in piena logica del paradosso, per acquistare F35 made in USA.

Come detto prima, segno dei tempi…

Un caro saluto.

Il missile terra Aria di Teheran parla inglese.

Nel caso non lo sapeste, le “autorevoli” fonti giornalistiche Statunitensi, hanno appena pubblicato il video della “pistola fumante” che prova l’abbattimento missilistico dell’aereo Ucraino in terra Iraniana, precipitato a pochi chilometri da Teheran poco dopo le 6 (ora locale) del mattino di mercoledì 8 Gennaio 2020.

Certo che questi aerei Ucraini sono proprio sfortunati….

teheran

Prima di proseguire nella lettura di questo breve post vi consiglio di osservare attentamente il video, almeno due o tre volte e quindi valutare le mie considerazioni, che potreste trovare interessanti.

Qui un link dove potrete guardare il video in oggetto.

Avete osservato con attenzione? Bene.

Sebbene possa sembrare strano, pur ammettendo la possibilità che il video sia una bufala ben realizzata, in questa occasione mi sento di sbilanciarmi sulla sua autenticità.

A mio modo di vedere infatti, il video in effetti prova in modo credibile,  l’abbattimento tramite missile terra-aria di un velivolo, e verosimilmente proprio l’aereo Iraniano. Osservo però un dettaglio rilevante; come faceva l’autore del video a sapere esattamente il punto da inquadrare? Eh sì, perché il “video amatore” alle 6 del mattino in pieno buio e senza apparente motivo (visto che l’aereo era invisibile e non in fiamme) riprende la scena con uno smartphone orientato verticalmente. La posizione verticale esclude, ragionevolmente, la volontà di riprendere con significativo anticipo l’affascinante alba Iraniana. La fonte, ovviamente anonima, di fronte ad un anonimo e squallido paesaggio notturno posiziona la viddeo-camera del proprio smartphone in posizione perfetta per testimoniare la traiettoria d’impatto del missile. La domanda è d’obbligo; cosa voleva riprendere in realtà? L’imprevedibile? Nessun tentennamento e, tanto meno, nessun cambio di orientamento da orizzontale a verticale. D’altronde non ci sarebbe stato il tempo materiale per aggiustare il tiro; il missile impiega circa 2 secondi a raggiungere l’obiettivo.

Evidentemente, l’imprevedibile era perfettamente prevedibile.

A chi ha buona memoria può ricordare la troupe Israeliana che si trovava incidentalmente a New York per riprendere qualcosa, l’11 Settembre 2001.

Nei 10 lustri della mia vita mi è capitato di ammirare centinaia di video che testimoniavano accadimenti. Spesso riprese di CCTV, oppure video amatoriali da parte di passanti che nel riprendere scene di interesse personale, finivano col catturare, parzialmente e di solito con angolazioni infelici, le testimonianze video di abbattimenti,  esplosioni o altri episodi drammatici. Fanno eccezione, s’intende, le riprese (quali i bombardamenti cinematografici di Bagdad ripresi 30 anni fa dalla CNN ) di eventi attesi, programmati.

Ebbene, in questo caso, il passante si trova occasionalmente fuori di casa a farsi una sigaretta in un primissimo e apparentemente freddo mattino, intento con la mano libera a riprendere, con uno smartphone (pre-)disposto verticalmente, il nulla; riprende un noiosissimo cielo nero senza motivo apparente, fiducioso nel futuro; la speranza, si sa, premia gli arditi, in particolare quelli dalla mano ferma; una mano tanto ferma da incollare la ripresa all’esatto angolo disegnato dalla rapidissima traiettoria del missile terra-aria.

Incredibile, no? Infatti, proprio incredibile.

Che il video amatore sia parente dei turisti in visita a New York l’11 Settembre 2001? Visto mai?

Un caro saluto,

L’assimilazione del M5S

Povero Movimento 5 Stelle. Casaleggio si rivolterà nella tomba.

I vertici (in realtà più spigoli che vertici) del M5S spiegheranno che l’alleanza col PD è puramente programmatica, intesa a realizzare cose per il bene dell’Italia, eccetera eccetera.

Cazzate.

Cari “grillini” (o dovrei dire fichini?), il PD con cui andrete a letto è lo stesso che ha governato in pieno ossequio ai dictat EuroNato. E’ il PD del “patto di stabilità” e del “pareggio di bilancio in costituzione”. E’ il partito genderista-femminsita-neocostruttivista che ha distrutto la scuola e minato le fondamenta della famiglia naturale (o nucleare che dir si voglia). E’ il partito del nulla, è la singolarità cosmica dell’intelletto. E’ una cloaca di utili idioti “governata” da pavoni che fanno la ruota non appena si presenti l’occasione di compiacere l’ennesima elite dominante.

Grillini, avete perso i “coglioni” tempo fa quando avete iniziato a fare patti con il “politicamente corretto”, e inevitabilmente vi siete riempiti di coglioni.

Questa nuova parentesi durerà poco, e a valle di essa rimarrà nulla di voi. Sarete assimilati, e a questo punto ritengo che sia un bene.

Un caro saluto.

Il paradosso dell’antisemitismo statunitense

Quasi un anno che non scrivo, lo so. Mi piacerebbe accampare motivazioni intriganti, quali l’essere stato rapito dagli alieni, ma ahimè nulla di simile. Assente per pigrizia, nulla di più. E le mie pigrissime giornate sono riempite dalla cronaca del mondo che viene da oltre oceano.  Ore ed ore della visione anglo-americana del mondo. Non solo la visione dell’ establishment, s’intende, ma soprattutto del sottobosco della contro-informazione.

Complice il Primo Emendamento, il cittadino statunitense (contrariamente a quello italiano) ha il diritto costituzionalmente garantito di dire quello che vuole e questo ci permette di avere una finestra di osservazione sulla dialettica che agita gli animi dei cittadini statunitensi in merito alla questione mediorientale; la vista è tanto paradossale quanto interessante.

usa-israele

Per un osservatore anti americano e anti sionista, quale il sottoscritto, lo spettacolo che va in scena ogni giorno su i canali contrapposti di “informazione ” e “controinformazione” statunitensi è straordinario.

Per qualsiasi persona che non sia frastornata dalla propaganda mediatica made in USA la questione è semplice: Israele è un etno-stato dalla condotta indegna, che sfrutta la propria piattaforma religiosa e l’eredità morale dell’Olocausto per giustificare le proprie nefandezze; gli Stati Uniti sono un’organizzazione criminale su scala planetaria che bombarda democrazia per mantenere il controllo della produzione di petrolio e difendere il ruolo del dollaro come riserva valutaria mondiale. Religione e democrazia non sono esattamente alla base della questione Mediorientale. Ma ciò sfugge all’americano medio, bombardato quotidianamente da una macchina mediatica che polarizza gli animi e offusca le menti.

Da una parte la potentissima lobby sionista bancaria e mass mediatica che, grazie all’appoggio (anch’esso paradossale) della Chiesa Evangelica, è in grado di muovere un significativo supporto alla causa ideale della difesa di Israele. E si sa, la miglior difesa è l’attacco.

Dall’altra parte i “peones” espulsi dai circoli intellettuali che contano, che tentano di farsi una ragione delle infinite guerre d’invasione perpetrate dal proprio Paese e del sangue altrui versato. Per loro, invariabilmente, gli Stati Uniti sono marionette, manovrate dal diabolico burattinaio ebreo sionista che trasforma l’altrimenti dormiente macchina bellica stelle e strisce in un’orribile ordigno malevolo che senza sosta persegue il disegno etno-razzista di Israele.

Una Israele tanto debole da essere sotto scacco dei razzi pirotecnici di Hamas, per i primi. E al contempo una Israele tanto potente da piegare il volere della Superpotenza militare, per i secondi.

Illusi i primi, patetici i secondi.

Tra di loro un solco sempre più profondo. Mentre il mondo dei mass-media si tinge sempre più di strumentale propaganda bellicosa in nome di Israele, il giustificabile antisionismo del sottobosco mediatico pacifista finisce con il collocare Israele al vertice della piramide del comando bellico. Questo sottobosco “pacifista” non riesce ad accettare l’animo malevolo del proprio Paese e finisce nell’auto-vittimizzazione e nella demonizzazione irrazionale di Israele. In questa visione, Israele è un burattinaio che usa il potere economico dei gruppi finanziari statunitensi a conduzione ebrea come arma di ricatto verso il popolo americano. Ed è responsabile anche della decadenza morale degli USA perché attraverso l’industria dei media, promuove l’omosessualità, la pornografia, la distruzione della famiglia nucleare e la depravazione. Per molti adepti di questa visione del mondo, il passo verso l’antisemitismo è breve; la religione e la cultura ebraica sono la piattaforma ideologica i cui assiomi profetici si devono realizzare attraverso la “manna” armata made in USA.

Incapace di metabolizzare razionalmente l’abisso morale della politica statunitense, tale sottobosco “pacifista” finisce col materializzare una lettura dei fatti ideologica e paranoica invece di elaborare una visione “esterna” e “secolare” della storia contemporanea del proprio Paese. Manca l’obiettivo di comprendere il rapporto intimo e radicale tra USA e Israele, inficiando la propria credibilità e offrendo il fianco agli intenti censori del sionismo bellico del mainstream dominante.

In realtà Israele non è né vittima né carnefice. Israele è semplicemente una costola degli USA. E’ l’avamposto americano in terra santa. E’ “testa di ponte militare” e “scudo morale” al contempo.

Lo comprenderanno mai?

Un caro saluto.

Asia Bronzo

…come la faccia.

AB

E sono due. Due che ti accusano di molestie. Tu dall’alto della tua posizione di potere d’immagine hai abusato di loro. Nessun condizionale, l’indicativo è d’obbligo.

Due ragazzi, due maschi che ti accusano di molestie sessuali. E io non ho dubbi nel credere loro. Ho creduto immediatamente alla prima povera vittima, anche laddove altri ritenevano strumentali e tardive le rivendicazioni; non un solo tentennamento sulla tua colpevolezza perché bisogna sempre credere alla vittima. E spero che nessuno abbia dubbi oggi, dopo la seconda vittima.

Weinstein non scambiava favori con donne adulte per reciproci vantaggi; piaceri tanto effimeri per lui quanto sostanziosi e longevi per le giovani promesse lanciate nello star system. No, nessuno scambio consenziente; si trattava di abuso. Lui abusava di povere donne in cerca di fortuna, poi costrette per decenni a contenere l’umiliazione; milioni di dollari e case in riviera hanno potuto lenire il dolore a lungo ma non per sempre. E coraggiosamente tali donne si sono fatte avanti, decenni dopo.

Il tempo riserva sempre sorprese.

Certi piatti vanno serviti freddi.

Un caro saluto.

L’auto evirazione di Cazzullo va in scena a teatro.

Non è un titolo “clickbait”, solo la constatazione dei fatti. Chi è Cazzullo? Un “editorialista” del Corriere della Sera. Ello, coadiuvato da una certa Luzzi, va in scena al Teatro Vittoria, per presentare il suo ultimo illuminato prodotto “intellettuale” edito da Modadori “Le donne erediteranno la terra”.

Così viene presentato tale “spettacolo”, testuali parole.

Evocando il genio femminile con esempi che vanno dal passato all’epoca contemporanea, Cazzullo spiega che le donne erediteranno la terra perché sono più dotate per affrontare l’epoca grandiosa e terribile che ci è data in sorte. Con lui sul palco, per raccontare perché il nostro sarà il secolo del sorpasso della donna sull’uomo

Più specificatamente…

Voi donne siete meglio di noi. Non pensiate che gli uomini non lo sappiano; lo sappiamo benissimo, e sono millenni che ci organizziamo per sottomettervi, spesso con il vostro aiuto. Ma quel tempo sta finendo. È finito. Comincia il tempo in cui le donne prenderanno il potere”. 

Donne, accorrete!

Un caro saluto.

Addio Facebook “friends”

Ebbene sì, dopo un lungo periodo di disintossicazione ho finalmente lasciato Facebook. Nell’ultimo anno ho praticamente ridotto a zero i miei accessi e, sorpresa sorpresa, sono sopravvissuto. Non solo; gradualmente si è fatta strada la ragione, la consapevolezza, il buon senso. Per carità, nessuna presunzione di superiorità rispetto ai 2 miliardi di persone che ancora frequentano il sito “social” per eccellenza. Quanto scrivo vale solo come testimonianza e consiglio a chi è attraversato dal dubbio.

no_facebook

Come molti, mi iscrissi a Facebook con un unico scopo, perfettamente in linea con l’apparente natura del sito; trovare i vecchi compagni di scuola e d’infanzia. Cosa in parte riuscita, ma dopo le rituali, malinconiche ma piacevoli “reunions” scolaresche ognuno è tornato al proprio ovile, come è nella natura delle cose. Ma prima ancora che la disillusione per la futilità dello strumento si facesse strada in me, Facebook cambiava faccia, trasformandosi in vetrina di personalità, ammiccando all’ego e al narcisismo.

La nostalgia lasciava la staffetta alla vanità.

E come molti, mi sono trovato a mio agio, per un po’. I contatti si chiamano “friends”; a centinaia (per alcuni, a migliaia), persone che non hai mai conosciuto, ma che magicamente conquisti magari con un semplice commento ben riuscito, o perché “amici” di “amici” o perché semplicemente suggeriti da Facebook; tanti “amici” che finisci poi col selezionare sulla base dei “likes”. Inevitabilmente la tua pagina diviene camera di risonanza della tua personalità; gli altri non esistono veramente. Esisti, tu, ciò che ti piace, i “contatti” che ti assomigliano e quello che Facebook pensa che ti piaccia. Perché Facebook ti vuole contento. In cambio poco o niente; anzi tutto, vuole sapere tutto di te, di tutti. Ma la vanità non ha prezzo, si sa.

Nessuno si lamenta e così Facebook fa un ulteriore passo, ritenendo di poter decidere quello che ti deve piacere. La tua pagina da specchio illusorio di te stesso e di quello che vorresti fosse il mondo, diviene proiezione di quello che deve essere il tuo mondo, un vestito selezionato dal Fratellone e opportunamente ritagliato sulle tue misure.

Il sospetto, direi quasi certezza, della natura oscura di Facebook era già ben solida da tempo; da anni erano chiari gli intenti spionistici della piattaforma, da quando Snowden ha rivelato il progetto PRISM del Pentagono/NSA. E molti di noi ne sono consapevoli, ma al contempo assuefatti dalla droga della vanità  e accettiamo lo status quo; in fondo non abbiamo nulla da nascondere, vero? Vero finché qualcuno di noi non finisce per diventare figura politica e quegli innocenti dati ormai dimenticati e concessi a suo tempo al Grande Fratello americano divengono all’uopo un utile dossier… E la recente convocazione farsa di Zuckerberg al Senato Statunitense, a valle dello “scandalo” di Cambridge Analytica, ha confermato il quadro di pieno supporto istituzionale alle pratiche più oscure di Facebook.

Ma sebbene possa sembrare strano, l’invasione della privacy e gli intenti propagandistici sono divenuti per me aspetti secondari, sebbene gravi; da questo punto di vista, infatti, Facebook non è così lontana da Google. E, ad onor del vero, anche Youtube con le politiche censorie degli ultimi due anni ha palesato gli intenti di orientamento politico ed ideologico del proprio “palinsesto”.

Il punto è che Facebook fa molto più di Youtube; ti fa illudere di essere davanti a uno specchio magico in cui emerge la parte più brillante di te, contornato dal consenso di amici e da una piattaforma che seleziona quello che ti rende felice ma tranquillo.

Facebook non è solo una piattaforma globale di profilazione e schedatura degli individui, ma è un grande, gigantesco esperimento di psicologia di massa, la cui copertura istituzionale non può che inquadrare tali intenti all’interno di un sistema integrato di guerra moderna.

Un caro saluto.

La vera capitale di Israele

Trump riconosce Gerusalemme come capitale d’Israele. Oltraggio, delirio, incitazione alla violenza etnica, destabilizzazione delle relazioni Irsaelo-Palestinesi, eccetera, eccetera.

Atto inaudito, secondo molti. Eppure io ho un de ja vu.

Lungi da me difendere Trump, anche se devo riconoscere di essere in credito con lui, se non altro perché sto ancora festeggiando le lacrime da debacle della globalista femminista “made in Bielderberg”.

La notizia, però, non fa notizia a casa mia. Così si sono espressi i tre presidenti Statunitensi che hanno preceduto D. Trump, testuali parole:

Gerusalemme è ancora la capitale d’Israele e deve rimanere una città indivisa

Bill Clinton, nel 1992

Appena assumerò l’incarico di Presidente, inizierò la procedura per trasferire l’ambasciatore Statunitense nella città d’Israele in quanto capitale

Jeorge W. Bush, nel 2000

Gerusalemme sarà la capitale d’Israele, l’ho detto prima e lo ripeterò in futuro

B. Obama, nel 2008

Gerusalemme rimarrà la capitale d’Israele

B. Obama, (qualche tempo dopo) nel 2008

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La vera capitale d’Israele non si è mai spostata, e mai si sposterà.

Un caro saluto.