Il test PCR, il Dottor Yeadon e il premio Nobel Mullis

Voglio presentarvi due persone che forse non conoscete. Si tratta del Dr. Michael Yeadon a del Dr. Kary Mullis.

Il dottor Yeadon è un un dottore farmacologo del Regno Unito con 40 anni di esperienza nel trattamento di problemi respiratori, che ha recentemente concluso la propria carriera in Pfizer (sì, proprio quella dei vaccini) in qualità di Capo Scientifico e Vice Presidente dell’azienda. Yeadon non sembra essere particolarmente popolare tra i media di regime, e tra poco capirete il perché. Dopo essersi negativamente espresso in merito al potenziale protettivo delle mascherine, asserendo che chi indossa quelle chirurgiche ha la stessa probabilità di contrarre virus respiratori di chi non le indossa, e che chi indossa quelle di tessuto ha il doppio delle probabilità di infettarsi, si è espresso sul test PCR, il famoso “tampone”, in un articolo a sua firma e in un’intervista radiofonica.

Evidentemente il contenuto delle sue valutazioni piacciono ai media di regime meno del prodotto dell’azienda di cui è stato capo scientifico e vice presidente. Cosa avrà mai detto? Ha detto quello che voi già sapete, e che il nostro dottor Scoglio ha ampiamente spiegato, e cioè che i tamponi sono assolutamente inaffidabili. Ma, semmai fosse possibile, ci è andato anche più duro, in quanto lui si è espresso in termini quantitativi, con riferimenti scientifici e dall’alto di una competenza che difficilmente può essere messa in discussione. E reato dei reati, lui è uno del sistema di Big Pharma, quindi una voce difficilmente qualificabile come “complottista” e quindi semplicemente inascoltabile.

Cosa ci dice Yeadon? Ci dice che il tasso di falso positivo di un tampone è almeno l’80%; più precisamente Yeadon stima il tasso di falso positivo in una finestra tra l’89% e il 94%.

Si rivolgeva quindi al ministro britannico per la salute, Matt Hancock, con la seguente affermazione:

“il test PCR deve essere immediatamente ritirato e mai più utilizzato fino a quando non sia stato corretto in maniera dimostrabile”

Yeadon, chiosava infine esprimendo dubbi sul fatto che l’utilizzo di un tale mezzo “diagnostico” potesse essere frutto di pura incompetenza.

Da par suo Hancock, alla richiesta di un parlamentare di riferire sull’affidabilità del test PCR, decideva semplicemente di non rispondere; alla medesima richiesta, in un’intervista radiofonica (talkradio), incalzato da una giornalista (lì ne esistono ancora) decideva semplicemente di mentire asserendo che il tasso di falso positivo è dell’1%.

Per inciso, il ministro Hancock (e “cock” sappiamo bene cosa significa) ha il volto appena più interessante di quello di Speranza. Il primo, laureato in filosofia, e il secondo, laureato in scienze politiche, entrambi in qualità di ministri della salute, si sono incontrati a fine Ottobre per sigillare l’impegno comune verso il salvifico vaccino.

Che il test PCR potesse essere usato impropriamente lo diceva anche il Dr Mullis, l’inventore del test. In un video che finalmente sono riuscito a reperire, Mullis chiariva che il test PCR non può essere usato per fini diagnostici per determinare lo stato di salute di una persona e neanche per determinare in termini definitivi la presenza di un virus. Descriveva il PCR come un potente strumento per individuare delle molecole e che se usato impropriamente poteva, letteralmente, “trovare qualsiasi cosa in ogni persona. Più precisamente lo descriveva come strumento inferenziale cioè per determinare le caratteristiche di qualcosa una volta che sia noto il “qualcosa” e non per il processo inverso, cioè determinare il “qualcosa” una volta individuate alcune caratteristiche. Lo so che la cosa può non essere immediata da comprendere, e sarebbe inutile spiegare il concetto a Speranza, ma la differenza è semplice; è come prendere una foglia verde e di conseguenza stabilire che è di una “rosa” quando in realtà le piante a foglie verdi sono miliardi; viceversa prendere una “rosa” e osservare che ha le foglie verdi, permette di determinare una caratteristica della rosa: “la rosa ha le foglie verdi”. Ovviamente è un esempio, un’indagine serve a conoscere le caratteristiche non note, più che a confermare quelle note. Spero il concetto sia chiaro. Quando Mullis dice che amplificando esageratamente il processo del PCR si può trovare tutto, ci dice, sempre tornando all’esempio della rosa, che se prendessimo un frammento di qualcosa e “scavassimo” sufficientemente alla ricerca di acqua, troveremmo sicuramente qualche molecola di acqua, anche fosse un sasso, ma sarebbe ben difficile stabilire che ci troviamo davanti ad un frammento di rosa.

Ciò nonostante, un sito di “fact checking” asserisce che non è vero che Mullis abbia detto esattamente quello che ha detto. Misteri…

Il Dr Mullis è improvvisamente morto di polmonite nell’Agosto del 2019, curiosamente proprio durante la fase d’incubazione della “pandemia” COVID, e proprio di polmonite. Una figura geniale, un surfista ironico e controverso che scherzava sul suo utilizzo giovanile di LSD e suoi incontri con “procioni extraterrestri”. Un personaggio che ci sarebbe stato sicuramente utile oggi, se non fosse morto, ovviamente. Sarebbe stato sicuramente prezioso per noi negazionisti dell’inganno. Uno scienziato libero, descritto dal New York Times come negazionista del cambiamento climatico e del legame HIV-AIDS (argomenti entrambi assolutamente opinabili, a ragion veduta). Sarebbe stato negazionista anche stavolta, un negazionista particolarmente scomodo.

A me il fato del povero Dr Mullis ricorda quello di Frank Olson, un dottore che nel 1953 si è “suicidato” saltando dalla finestra di una camera d’albergo, dopo essere stato segretamente drogato con LSD durante un’appuntamento organizzato dalla CIA. Il dottor Olson si era imbarcato nel progetto MKULTRA, un progetto, a lungo negato dall’amministrazione americana fino a quando nel 1975 i vertici militari si sono trovati costretti de-secretare alcuni documenti davanti ad una commissione del Senato, mirato a sperimentare su persone inconsapevoli tecniche di controllo mentale attuate per mezzo di droghe e condizionamenti comportamentali. Olson sapeva cose scomode, e due suoi colleghi (anch’essi eroi dottori) gli organizzarono un tranello, un incontro apparentemente innocente in cui gli propinarono un cocktail in cui c’era più LSD che alcool.

Vi sembrerà strano, ma nella mia mente questi paralleli si incontrano.

Se l’articolo vi ha interessato, stampatevelo, non si sa mai. Dovessi prendermi una polmonite fulminante da LSD.

Un caro saluto.