Non ci sarà mai nessuna cura per il COVID19, ma questo non è assolutamente un problema..

Quando il panico prende la scena, ahimè, il buon senso, il raziocinio e la memoria finiscono col fare da spettatori dello spettacolo dell’assurdo.

Fino a 2 mesi fa vivevamo nella tranquillità più assoluta immersi in un habitat con ben più virus che essere umani; la nostra normalità era la convivenza con virus, anche pericolosi, senza nessun timore. Ora molti, troppi, hanno persino timore di tornare alla normalità.

Giustificato l’allarme, giustificate le misure emergenziali, ma il ritorno alla normalità non solo è necessario, è inevitabile anche per motivi sanitari.

Argomenterò meglio questo punto in prossimo articolo. Nel mentre mi limito a rammentare alcune cose che, pur essendo nozioni scolastiche, sembrano essersi perse. Se quello che segue per voi è scontato, meglio così. Vi assicuro che per molti non lo è.

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I virus non sono curabili. Ebbene sì, tutti i virus, nessuno escluso, sono incurabili allo stato delle nostre nozioni scientifiche.

Lo ripeto. Nessun cura è mai stata trovata per nessun virus. Eppure siamo vivi.

Vi stupisce ciò? Magari avrete sentito parlare impropriamente di cure antivirali, o più propriamente di cure della sintomatologia virale. Ma in realtà l’unica cura esistente per un virus è il nostro sistema immunitario.

Ebbene sì, il nostro sistema immunitario è l’unica cura di un virus. Punto.

Su un piano terapeutico, cioè medico, l’unica cosa che si può fare è combattere la sintomatologia (insufficienza cardiaca, respiratoria, infezioni eccetera) per dare tempo al nostro sistema immunitario di sbarazzarsi del virus, e in alcuni casi di rallentare lo sviluppo del virus con farmaci che creino “condizioni sfavorevoli” a tale sviluppo. In ogni caso, la terapia medica, propriamente detta, consiste nel sostenere l’organismo e prendere tempo. Purtroppo nelle persone a rischio (per deficit immunitario e/o debilitazione) il sistema immunitario non riesce ad agire abbastanza velocemente in confronto al decadimento delle funzioni vitali aggredite da alcuni virus; in questo caso sopraggiunge la morte.

Per questo motivo, il contrasto ad un virus passa prima e principalmente per politiche (sanitarie) di prevenzione e controllo del contagio (epidemiologiche).

Il principale strumento sanitario di prevenzione è la vaccinazione delle persone a rischio; il vaccino (che non è una cura ovviamente) ha lo scopo di sollecitare le difese immunitarie prima che il virus infetti l’organismo. Ha senso per le persone a rischio, mentre per le persone non a rischio può portare più danni che benefici; come tutti gli elaborati chimici un vaccino può portare delle complicazioni, quindi va sempre valutato il rapporto rischio/beneficio da vaccinazione; a ciò si aggiunga che la dimensione di una campagna di vaccinazione va valutata su un piano statistico in quanto con politiche di vaccinazioni estese, oltre al rischio individuale da vaccinazione, si rende il rischio di fuga epidemica tutt’altro che trascurabile.

Il controllo del contagio (politica epidemiologica) è lo strumento principe, nel senso che determina sia sul breve che sul lungo termine il successo della lotta ad un virus. Parlo di controllo e non di contenimento del contagio non a caso. In questo momento noi stiamo vivendo la fase di contenimento del contagio perché in fase emergenziale. Siamo di fronte ad un virus ad alta letalità e contagioso, senza vaccini, senza terapie efficaci della sintomatologia, e con un sistema immunitario della popolazione completamente impreparato; di conseguenza la politica epidemiologica si allinea a quella terapeutica nel prendere tempo. Ma dopo la fase emergenziale, a meno che il virus non sia debellato (eventualità inverosimile a valle di una pandemia mondiale), si deve passare alla fase di controllo della diffusione del contagio; infatti, se un virus rischioso non è debellato, è necessario che si accrescano le difese immunitarie della popolazione in modo che si renda sistemico il contenimento naturale delle infezioni tramite quel fenomeno statistico che si definisce immunità di gregge (termine da alcuni vituperato, sulle cui basi scientifiche ed epidemiologiche mi dilungherò in un prossimo articolo). I tempi e modalità di passaggio al controllo della diffusione del contagio dipendono ovviamente dai tempi in cui si ritiene siano disponibili vaccini e terapie della sintomatologia virale.

A tutto ciò si aggiunga, ovviamente, che un organismo più è sano e meglio è; e restare a casa, se necessario sul breve termine, non è certo salubre sul medio-lungo termine. Il fattore rischio implicato da una vita in cattività diviene statisticamente apprezzabile.

Adesso, per molti di voi, l’idea che si possa passare alla diffusione controllata del contagio potrà sembrare assurda (sarà forse più chiaro il perché e per come in un prossimo articolo su cui lavoro da alcuni giorni).

Però prima di lasciarvi voglio fare leva sulla vostra memoria e sul vostro buon senso. L’influenza, in particolare il ceppo di tipo A (il più comune), fece la sua comparsa tra il 1918 e il 1920 con un computo di vittime su scala mondiale tra i 50 e i 100 milioni di morti, pari a circa il 2,5%-5% della popolazione mondiale. Allora le politiche di contenimento fallirono e le strutture sanitarie, neanche paragonabili a quelle di oggi, poterono fare poco.

Eppure nel giro di pochi anni (equivalenti ai mesi di oggi) l’influenza da stato epidemico diventò virus sistemico/endemico con cui conviviamo oggi, perché? E’ vero che abbiamo standard di vita e sanitari migliori, ma i due principali motivi sono di carattere epidemiologico:

  • i virus diventano tutti, naturalmente, meno malevoli perché essendo soggetti a mutazione tendono a divenire meno nocivi verso l’organismo ospite (l’essere umano)
  • al crescere degli infetti, aumentano gli immuni che determinano una barriera epidemiologica naturale estremamente efficace (immunità di gregge)

Con questa nota positiva vi lascio.

State a casa ma restate sereni.

Un caro saluto.