Il disavanzo della bilancia commerciale, ossia, come il Mondo opprime gli USA

Uno dei pretesti più frequentemente utilizzato dall’amministrazione Trump per ricattare il resto del mondo e per, diciamo così, portarli a più miti consigli, è il supposto disavanzo della bilancia commerciale tra gli USA e lo Stato oggetto di ricatto.

Per chi non  lo sapesse, la bilancia commerciale è la differenza tra il dato aggregato del valore delle esportazioni e il dato aggregato del valore delle importazioni; se uno Stato esporta per un controvalore di 100 Mld di USD ed importa per un controvalore di 150 Mld di USD la bilancia commerciale risulta in deficit di 50 mld di USD. Notare che, non a caso, i valori di esempio sono espressi in dollari statunitensi…e non è un dettaglio.

Che si tratti della Cina o del presupposto paese alleato, la dialettica ricattatoria degli USA suona invariabilmente così: “poiché la bilancia commerciale degli USA con te è in deficit, dobbiamo negoziare condizioni commerciali che siano per te più sfavorevoli, altrimenti sono guai“. E’ ovviamente la politica del bullo che in posizione di forza cerca di estorcere condizioni ancora più favorevoli, in termini economici o militari.

Così gli USA hanno iniziato il “negoziato” sui dazi sanzionatori indirizzati a Cina,  a Canada e perfino all’Euro-Nato (in particolare alla Germania).

La natura pretestuosa del disavanzo della bilancia commerciale non sfuggirà sicuramente a te, caro lettore. E credo non sfugga neanche a quella pletora di servi che oggi passano per giornalisti.

Quindi, fin qui, nulla di nuovo; ma quanto sopra serviva a stabilire il contesto.

Quello che invece non necessariamente è di dominio comune è il falso ideologico che sta alla base del “pretesto”. Molti, infatti, pur consapevoli della natura ricattatoria e strumentale della “negoziazione” basata sul  disavanzo commerciale, accettano il “pretesto” in se come qualcosa di moralmente e tecnicamente accettabile come rivendicazione. In sostanza, il pensiero prevalente, che io ho registrato, suona più o meno così: “è vero che lo Stato X si sta avvantaggiando commercialmente nei confronti degli USA, ma questo non può essere elemento per negoziazioni così aspre“. Altri invece si perdono in inutili disquisizioni sull’entità del deficit di bilancio, del tipo: “il deficit non è X ma Y“. E li si fermano. Così facendo, implicitamente, legittimano il “pretesto” come elemento di negoziazione, invece di rimandarlo al mittente (con addebito delle spese di spedizione, s’intende).

In primis, gli USA sono gli ultimi a poter sollevare un tale “pretesto”, in quanto tali disavanzi si generano nel regime di libero mercato imposto dal WTO targato USA. E nell’ambito del WTO non c’è scritto che le bilance commerciali debbano essere in equilibrio. Ma c’è di più, molto di più.

Il punto è che il disavanzo della bilancia commerciale non dimostra proprio nulla, in particolare a livello aggregato, e in particolare in termini “morali”. Se preso in termini settoriali, un disavanzo dimostra solo una mancata competitività del settore produttivo considerato. E’ per caso immorale o iniqua la maggiore competitività? Ovviamente no. Semmai lo Stato più produttivo può porsi questioni morali sule ragioni della propria competitività. Viceversa lo Stato che acquisisce beni di settore a prezzi di mercato più convenienti non può certo lamentarsi, in particolare se questo Stato (vedi gli USA) è il regista del regime di libero scambio.

Ma se a livello settoriale il disavanzo è solo indicatore di competitività relativa, a livello aggregato dice esattamente il contrario di quello che gli esportatori di democrazia asseriscono. E’ misura della ricchezza dello Stato in deficit e spesso misura dello sfruttamento delle popolazioni in surplus.

In sostanza quando uno Stato importa (in termini di contropartita economica) più di quanto esporta, a meno che ciò non avvenga a debito (cioè dietro la svendita di “assets” nazionali), ciò esprime semplicemente la maggior capacità di acquisto delle persone fisiche (i cittadini) e giuridiche (aziende). Per questo motivo i Paesi in sviluppo (come l’Italia degli anni ’60 e la Cina degli ultimi 30 anni) hanno avuto bilance commerciali (anche fortemente) positive; costo della manodopera relativamente basso nel Paese che vende e capacità reddituale maggiore nel Paese che compra. Per questo motivo, oggi, la bilancia commerciale dell’ Italia con la Cina è in deficit stabile per via di un maggior livello reddituale e di una più bassa competitività produttiva; viceversa la bilancia Italiana è in lieve surplus nei confronti degli USA per via di una capacità reddituale nettamente superiore dell’importatore (USA) e di una competitività produttiva sostanzialmente paragonabile.

In realtà, il disavanzo aggregato della bilancia commerciale è misura della maggiore capacità di spesa dei cittadini di uno Stato, il che va di pari passo con la minore competitività produttiva (tendenzialmente maggiori redditi individuali corrispondono a maggiori oneri aziendali) dello Stato stesso.

Ne discende una domanda retorica. Ciò premesso, come possono gli USA legittimare recriminazioni verso la Cina per un disavanzo di bilancio di 300 miliardi di dollari (corrispondenti ad un disavanzo individuale del cittadino stelle e strisce pari a circa 800 USD) quando il reddito pro capite dei propri cittadini è circa 6 volte quello di un cittadino Cinese (oltre 60000 USD contro circa 10000 USD)? E’ plausibile che uno Stato pretenda la parità di bilancio export/import quando i propri cittadini hanno un reddito medio 6 volte quello dello Stato da cui importano? Ovviamente no, e gli USA (e la Cina) lo sanno benissimo. E un discorso simile si potrebbe fare per USA-Italia e USA-Germania, stante un rapporto reddituale medio di circa 1,9 e 1,3 rispettivamente.

Dialetticamente, e questo è segno dei tempi, gli USA hanno sostituito (e invertito i ruoli) il concetto di surplus  del valore di produzione (di Marxiana memoria) con il surplus di consumo. Nel nuovo paradigma, lo sfruttato diviene il consumatore statunitense la cui maggiore capacità reddituale è manipolata dal lavoratore d’oltre-oceano, il quale,  avvantaggiandosi indebitamente del minor costo del proprio lavoro e dei propri minori consumi, vende di più di quanto compra e determina una riduzione del differenziale economico tra le parti. Come osa il povero contestare il proprio stato?

Siamo all’assurdo, questo lo capite bene.

In effetti, lo capiscono bene tutti, inclusi gli Stati coinvolti in queste “negoziazioni” imposte dallo Stato canaglia a guida Trump. Proprio in questi giorni si è chiusa la prima fase dei negoziati USA-Cina sui “dazi”; la Cina ha le spalle grosse, ed ha voluto vedere il bluff statunitense ed è giunta ad un accettabile compromesso che gli permette di prolungare il proprio trend di crescita; nel mentre, continuerà con i preparativi per il giorno in cui sarà costretta a scoprire le proprie carte belliche. Da parte loro, i servo-alleati scodinzolano vistosamente avendo chiaro che tale folle dialettica statunitense è il rabbioso grugnito del padrone; e ovviamente, ossequiosamente, sono corsi ai ripari aumentando i propri budget di difesa da utilizzare, in piena logica del paradosso, per acquistare F35 made in USA.

Come detto prima, segno dei tempi…

Un caro saluto.