L’hobby preferito dalle donne: smerdare gli uomini.

No, non mi dite che non si usano queste parole. Non ci provate neanche.

Sono parole scelte con metro, misurate, appropriate alla situazione.

Qualche minuto fa seguivo 5 minuti di una trasmissione televisiva in onda su RAI1 (quella pagata con il canone estorsivo)  in cui si metteva a processo un ragazzo (si fa per dire, vista l’età di 42 anni), reo di vivere con la mamma, avere una limitata frequentazione del “gentil sesso” e di dedicarsi al videogioco. Reato dei reati, poi, quello di usufruire delle prestazioni domestiche della mamma.

Il “ragazzone” veniva allegramente deriso da quasi tutti, quasi tutte donne, un uomo e Vladimir Lussuria (decidete voi dove collocare quest’ultimo/a). Il giudizio unanime (ed inappellabile) delle donne era quello della sindrome di Peter Pan (tema cui riserverò un articolo a parte) emblematico di uomini deboli e mammoni; l’unico maschio (si fa per dire) rimproverava al “ragazzone” il reato di aver avuto solo due ragazze, nel tentativo di rilevare il ruolo di maschio Alfa in un’arena senza avversari, compiacendo la platea (ed audience) femminile. Lussuria, seraficamente, liquidava l’imputato definendolo un”caso umano”; “lui”, dico “lui” era il caso umano, caro/a Vladimir?

Gogna mediatica, lo spettacolo preferito dalle donne.

Diranno alcune, quelle che non hanno già chiuso la pagina per reato di misoginia e violata vagina, che la trasmissione è apparecchiata, che le storie sono finte. Probabile, quasi certo. Ma la logica dialettica era invece sincera, spontanea, quella quotidiana, quella che pervade ogni pagina della realtà in cui il femminile prende il microfono a favore di telecamera.

La trasmissione TV è emblematica, aneddotica, dell’opinione che le donne hanno degli uomini ed esprimono in ogni contesto in cui si sentano libere ed empowered.

Ricordo un episodio (aneddotico, anche questo) di vita reale occorso lo scorso anno; una collega insegnante che durante un consiglio dei docenti non trovò di meglio di lanciarsi in un soliloquio in cui denunciava la lentezza degli uomini, e di come lei al supermercato evitava le casse presidiate da maschi. Tutto in un tentativo, mal riuscito, di irritare i colleghi maschi e nel tentativo, parzialmente riuscito, di sollecitare la sorellanza. Dopo qualche minuto la catarsi prese la sua rivincita; la gentile collega sprofondava nel ridicolo manifestando la propria lentezza nel svolgere una pratica che tutti gli altri avevano assolto celermente. Nessuno disse nulla; lo sguardo imbarazzato di lei appagava abbastanza l’ego di tutti.

Aneddoti a parte, signore care, è bene che realizziate che questo disprezzo verso gli uomini, è palese, manifesto, anche se molti, la gran parte, non ve lo fanno notare. E’ in gran parte per questo che il “muro” diviene sempre più alto, più spesso, e più vicino.

Il gioco ha stancato. Recitare il ruolo delle vittime per reclamare privilegi, assistenza e speciali provigioni; per poi palesare un’aurea di superiorità una volta salite sul podio. Quando sarebbe tempo e  caso di ringraziare, non trovate di meglio che “smerdare”.

E no, prima che questo pensiero vi attraversi, non sono solo le “femministe”. Siete voi, non tutte, forse, ma tante. Ed è forse per questo che non vi sopportate neanche fra di voi. Io vi capisco.

E se qualcuna ancora sorride, sappia che riderà per poco, e non rideranno affatto le vostre figlie.

Minimizzavano e sorridevano, prima, le giovani giapponesi, guardando al fenomeno degli “erbivori“; poi non più.  Altrettanto le giovani statunitensi, quando lo stile di vita MGTOW di molti coetanei era in embrione; ora non più.

Il muro si avvicina, già sento il fragore dell’impatto.

Un caro saluto.

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