Caro anticapitalista, Marx aveva torto

Ebbene sì, caro comunista, anticapitalista, tu hai tutta la mia simpatia, una simpatia sincera. Perché anche io sono stato “comunista”.

Ma anche tu, se vuoi fare del tuo anticapitalissmo una leva dialettica attuale ed efficace, devi rendere il Marx che è in te “attuale” e, soprattutto, farti una ragione di un fatto: anche Marx aveva torto. Nulla da obiettare sulla grandezza del pensiero Marxiano, sia sul piano economico, su quello filosofico, e direi anche sul piano antropologico. La capacità di Marx di teorizzare e sintetizzare la complessità del modello economico in via di definizione 150 anni fa, definirne le implicazioni sociali e proiettarle nel futuro, è di immenso valore, tutt’oggi.Karl-Marx

La critica di Marx non era solo una critica al “sistema del capitale” in via di definizione, ma soprattutto alla società industriale e, in sostanza, al diritto di proprietà. E in buona sostanza, l’impianto teorico Marxiano mantiene la sua validità, in quanto la nostra è una società industriale, direi post-industriale, ed è una società in cui il diritto di proprietà ha invaso anche l’impalpabile, persino le parole.

Validissima ed attualissima l’analisi dei rapporti di classe e della loro relazione col diritto di proprietà. Straordinaria e visionaria la sua interpretazione del processo di alienazione implicito nel processo produttivo uomo-macchina, tanto più attuale oggi nella società della macchina pensante e dell’uomo-automa. Analisi brillanti perché sono quadri d’autore sul piano antropologico della nostra società contemporanea.

Ma è proprio la sua lettura del “capitale” che non è più attuale. Ma non solo inattuale, ma anche fallata nel suo impianto teorico. E questi sono elementi che minano alla base molto della critica Marxiana all’attuale società del libero scambio di titoli finanziari. E l’adozione dell’analisi di Marx come dottrina e non come studio, rischia di rendere assolutamente inutile molto della pur legittima critica all’attuale capitalismo globale.

Per poter fare una critica Marxiana alla società attuale, bisogna prima avere il coraggio di criticare Marx. Altrimenti si scivola inesorabilmente nell’ideologia dogmatica.

Il capitale cui si riferiva Marx, non esiste più. Il capitale studiato da Marx era ricchezza “materiale” che si materializzava in potere “oggettivo” di compravendita, che in un economia di scambio determinava differenziali “oggettivi” di potere, quantificabili “oggettivamente” in disponibilità valutarie in quanto il “valore” della valuta era supportata dalla disponibilità limitata di beni riserva, tipicamente l’oro, il cui valore “oggettivo” (nella visione di Marx) era la capacità della società di determinare la disponibilità di tali beni. Nella visione di Marx si determinava il differenziale (plusvalore) tra il valore d’uso dei beni (un valore primitivo) ed il valore di scambio (quello negoziale) che determinava un differenziale di potere tra il padrone (detentore del diritto di proprietà e di produzione) e lavoratori in competizione per motivi di sopravvivenza ad erogare prestazioni al minor costo possibile. Un differenziale tanto più accentuato quanto più la globalizzazione determinava concorrenza al ribasso tra uomini e l’industrializzazione determinava concorrenza sleale tra uomo e macchina. Da questa lettura l’analisi del sistema economico diveniva critica politica e sociale.

Da questa prospettiva (ovviamente semplificata da me) nasce l’ideale comunitarista, substrato etico del comunismo, l’idea di un’umanità che condivida il valore oggettivo del lavoro, e di conseguenza il valore d’uso e di scambio coincidano, annullando il potere del plusvalore e di conseguenza la differenza di classe.

Il problema di fondo di tale impianto teorico è tutto sommato evidente. Il valore d’uso in economia non esiste, esiste solo il valore di scambio. Il valore di un bene in sé è la misura della necessità di un bene, e si stabilisce in una negoziazione, e quindi per definizione è valore di scambio. L’automazione e la disponibilità di energia non hanno fatto altro che evidenziare la fallacità in termini economici del ragionamento di Marx. Le macchine non attribuiscono ai beni un valore d’uso e viceversa sono in grado di portare il valore dei beni (superproduzione) verso il suo limite inferiore, determinato dalla disponibilità di energia.

Il valore d’uso, in sostanza, è un concetto puramente strumentale ipotizzato da Marx per scopi (degnissimi) di carattere “umanitario” ma che nel contesto di una società industriale (prima ancora che capitalista) non ha nessun significato (semmai si parla di costo del lavoro). In termini antropologici, il concetto elaborato da Marx ha valenza di monito rispetto ai pericoli del processo di globalizzazione e di industrializzazione, più che di deriva del potere capitalista inteso come super potere della finanza.

In sostanza l’analisi Marxiana, oggi, può solo avere valenza di sviluppo della coscienza sociale rispetto ai rischi del “progresso” tecnologico e della globalizzazione della produzione, ma non può portare a nessuna visione alternativa al potere dei “capitali” finanziari.bitcoin2Ma c’è dell’altro. Il “capitale”finanziario di oggi è immateriale quanto l’energia, perché esso è un derivato dell’energia. BitCoin è forse l’emblema di questo paradosso apparente; l’energia (capacità elaborativa di automi) capace di generare valuta (monete) virtuali ma con potere di scambio reale. E questo Marx non poteva immaginarlo. E’ un capitale che può materializzarsi in beni reali o smaterializzarsi in un attimo, con puro valore di scambio basato sulla fiducia accordata alla valuta dal mercato.

E’ un po’ questo quello che mi delude di buona parte della politica anticapitalista di stampo Marxiano. Il proposito di contrastare qualcosa che non si è ben compreso, la finanza, utilizzando strumenti teorici, che pur utili, hanno limiti enormi e necessitano un’attualizzazione critica.

Senza di essa, l’universalismo, il comunitarismo, rischiano di diventare la porta ideologica della globalizzazione del lavoro, l’inflazione asintotica del valore d’uso del prodotto del lavoro.

L’uomo merce.

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Il gioco del rispetto di Trieste

.. ma il rispetto non è un gioco. Con tutto il rispetto. Il programma Gender, o meglio l’Ideologia Gender, si diffonde in Italia. Chiariamo subito che non si realizza per “apparizione divina” ma per preciso mandato del femminismo radicale, ormai a presidio stabile delle varie commissioni delle donne e delle pari opportunità, a livello Italiano, Europeo ed Internazionale (ONU).

L’iniziativa, l’ennesima dopo quella di Roma e Venezia (e altre che non ricordo), ha suscitato scalpore per i suoi supposti contenuti impropri; qualcuno vi ha intravisto travestimenti, qualcuno delle toccatine. Sicuramente non avverrà nulla di tutto ciò, ma che volete, probabilmente i timori sono nati dalla consapevolezza di cosa questi programmi hanno previsto in altri Paesi, quali la Svezia dove l’illuminata visione del femminismo scandinavo è arrivata a mettere in dubbio la necessità dei maschietti di fare la pipì in piedi (no, non è una bufala).

giocodelrispettoStante l’accoglienza un po’ freddina da parte dell’opinione pubblica, il comune di Trieste si è premurato di fornire, tramite la sua Vicesindaca, un opportuno chiarimento, che riporto e commento di seguito:

Il Gioco del rispetto è un insieme di proposte di gioco per i bambini e le bambine delle scuole dell’infanzia, studiato per trasmettere loro il concetto dell’uguaglianza tra uomini e donne, così come sancito dalla Costituzione Italiana. Attraverso il gioco, i bambini e le bambine apprenderanno che possono e devono avere gli stessi diritti di scegliere in futuro la professione che li realizzerà, così come da piccoli scelgono i giochi da fare a casa.

Mi permettano un appunto, eminentissimi. La costituzione sancisce l’uguaglianza di tutte le persone di fronte alla legge, e non ha nulla a che vedere con l’uguaglianza tra le persone. Valore alto quest’ultimo che comunque va intesto come uguaglianza morale, giacché siamo tutti diversi, fisicamente intellettualmente, economicamente, eccetera. E’ così complicato da capire o l’intento era farsi scudo della Costituzione? Sono io maligno, o voi maldestri?

L’obiettivo del Gioco del rispetto è di trasmettere il valore delle pari opportunità di realizzazione dei loro sogni personali, sia che siano maschi, sia che siano femmine.
Il Gioco del rispetto lavora per l’abbattimento di tutti quegli stereotipi sociali che imprigionano maschi e femmine in ruoli che nulla hanno a che vedere con la loro natura.

Ah, gli stereotipi! Siamo alla caccia ai fantasmi. Capisco male o stiamo dicendo che dobbiamo combattere le opinioni che dei bambini non si sono ancora fatti? Capisco male o stiamo dicendo che esistono opinioni eticamente approvate ed altre che vanno combattute? Siamo in uno stato etico? E perché intervenire su dei bambini? Forse perché è meglio farlo prima che la famiglia faccia danni o semplicemente la natura faccia il suo corso?

Ad esempio, si mette in discussione lo stereotipo per cui i padri debbano essere dediti soltanto al lavoro e possano dedicare solo pochi minuti al giorno ai loro figli, così come le madri non siano in grado di ricoprire posizioni di responsabilità all’interno delle aziende.

Sicuri che esiste uno stereotipo secondo cui gli uomini non possono spendere tempo con i figli? Non sarà forse che i genitori si organizzano secondo necessità e possibilità naturali e necessità economiche? Esiste lo stereotipo per cui le donne non possono ricoprire responsabilità all’interno delle aziende? Forse nelle vostre teste. Semmai esiste lo stereotipo secondo cui una donna non può fare il muratore, il carpentiere, il minatore, il trattorista, il raccoglitore di angurie. Diciamocelo, più che di “uguaglianza” sembra che si parli di “empowerment” femminile. Dai su, siamo onesti!

L’obiettivo è quindi quello di riequilibrare quella disparità tra uomini e donne che tanti danni sta oggi creando alla nostra società, sia dal punto di vista culturale e sociale, sia dal punto di vista economico, fino a sfociare in episodi di violenza di vario tipo.

Di quali disparità stiamo parlando, si potrebbe essere più precisi? Forse del 95% di dominazione maschile nelle morti sul lavoro? O l’87% nei senza tetto. O stiamo parlando del sistema pensionistico? Oppure nel sistema sanitario? Oppure delle separazioni? E di quali danni parliamo? Ah, il famoso enorme divario salariale, l’ingiustificabile 5% in più. Ah, no, ecco, alla fine è chiaro, parliamo di violenza. Ma non starete mica dicendo che andate tra i bambini a fare opera di prevenzione della violenza? Ma sicuramente mi sbaglio nel pensare che andate nelle scuole per rieducare preventivamente i maschietti perché poi non compiano violenza sulle donne (perché è noto che la violenza è compiuta solo dai maschietti e soprattutto sulle donne, ed è una violenza sulle donne in quanto donne). Ma ovviamente questo è un pensiero mio, paranoico senza fondamento. Come farò a vederci questa interpretazione in questo innocentissimo comunicato? Mah!

Il Gioco del rispetto è un progetto frutto di mesi di lavoro che ha anche valenza scientifica, soprattutto per l’attenzione alla misurazione dei risultati.

Vabbé, insomma, i bambini sono cavie da laboratorio di psicologia.

Quanto sopra per quanto riguarda il “comunicato”. Insomma c’è da fidarsi, no? In ogni caso, per pura curiosità, ho dato una scorsa all’opuscolo informativo. Non che non mi fidi del comunicato, ma è che sono come San Tommaso.Le_Caravage_-_L'incrédulité_de_Saint_Thomas

Il primo capoverso dell’opuscolo informativo recita:

Il Comune di Trieste ha promosso la diffusione di alcune azioni previste dalla Convenzione di Istanbul in tema di formazione contro le discriminazioni e la violenza sulle donne,..

che strano eh? Ritorna la Violenza sulle Donne, e la bellissima Convenzione di Istanbul, quella che definisce la violenza di genere come la sola violenza da parte del maschio sulla femmina e che afferma che “gli uomini hanno storicamente usato la violenza per discriminare le donne e porle in una condizione di inferiorità sociale”.

Che strano, eppure mi pareva che nel comunicato si parlasse di innocentissimi stereotipi, che nuocciono tanto a lui quanto a lei, e di papà che non possono stare vicini ai propri bambini, gli stessi papà che nella Convenzione di Istanbul sono profilati come il seme della violenza domestica. Bah, mi sarò sbagliato…

E chiosa infine tale opuscolo:

i cui contenuti  [del Kit di gioco] sono stati curati da uno staff scientifico composto da D. P., insegnante della scuola dell’infanzia, e L. B., psicologa. Entrambe si occupano da anni di progetti di ricerca e di formazione sul tema della violenza contro le donne.

Oh perbacco! Il team di ricerca è composto da due donne (eh, quando si dicono gli stereotipi) che si occupano di, guarda caso, di violenza contro le donne.

Si fa presto a dire stereotipi.

Vedete, l’idea che nella scuola, in cui la presenza docente maschile è irrisoria e nulla nella scuola dell’infanzia, si entri con programmi di evidente matrice femminista, orientati a plagiare le menti dei ragazzi, fuori del controllo dei genitori, con lo scopo di motivare al successo le bambine e ridurre le potenzialità violente dei bambini, a casa mia si chiama misandria.

Il fatto poi, che si cerchi di coprire il tutto col velo della manipolazione del linguaggio e dei termini, sempre a casa mia, si chiama presa per il c…. per i fondelli.

Cara Trieste, ci vuole rispetto, per i bambini sicuramente, ma anche per l’intelligenza umana.

LEZIONI DI DEBITO PUBBLICO, PARTE 5: “Il Debito Pubblico e chi lo governa”

Eccoci quindi al Debito Pubblico. Il suo significato è abbastanza semplice, anche se probabilmente non è patrimonio della maggioranza della popolazione Italiana; il Debito Pubblico non è altro che l’accumulo dei disavanzi di bilancio dello Stato e degli interessi passivi su di esso maturati, e vantati dai creditori di tale debito. Lo chiamiamo Debito Pubblico quando in realtà è più giusto chiamarlo Debito Governativo, o Debito dello Stato, o meglio della Tesoreria dello Stato, o anche Debito Sovrano; in gergo viene detto “Pubblico” perché si assume che esso si realizzi nell’esercizio dell’interesse pubblico (del Paese) e che viceversa lo Stato possa chiamare l’interezza della popolazione a saldarlo. E’ anche “Sovrano” perché lo Stato è l’unico amministratore di tale debito, e nell’ambito della sua sovranità può decidere di saldarlo oppure no.

Ma il mio intento non è ovviamente enciclopedico e descriverlo nei suoi tecnicismi, quanto quello di provare a rispondere ad alcune delle domande più frequenti di persone spaesate:

Chi possiede il debito pubblico, a chi dobbiamo questi soldi?

Si può saldare il debito?

Cosa significa dire che lo Stato “fallisce”?

Il Debito Pubblico è segno dello stato dell’economia?

… e via dicendo.

Da qui in poi utilizzerò il termine Debito Sovrano; consiglio, prima di proseguire, la lettura dei primi tre articoli:

Come accennato all’inizio, il Debito Sovrano è l’accumulo dei disavanzi di bilancio dello Stato determinato dal disavanzo primario e dagli interessi passivi su di esso maturati. Il disavanzo viene compensato dall’emissione di Titoli di Debito (BOT, BTP eccetera) che vengono acquistati da privati cittadini e istituzioni giuridiche, Italiani e stranieri, che divengono creditori dello Stato. Tanto maggiori gli interessi riconosciuti ai creditori, tanto maggiore il rischio assunto dai creditori che il Debitore Finale, lo Stato Sovrano, decida di non ripagare. Tale debito inizialmente è andato prevalentemente in mani Italiane, ma successivamente all’adesione al mercato del libero scambio la percentuale di debito in mani straniere è cresciuta fino al 2011, attestandosi a circa il 40%. La crisi di fiducia ha portato a ridurre la propensione al rischio da parte dei mercati esteri e di conseguenza l’aumento dello “spread” determinando l’aumento della quota di debito in mani Italiane, oggi oltre il 70%.Ecco-chi-possiede-il-debito-pubblico-italiano-620x372

Cosa ha portato questa crisi di fiducia verso il Debito Sovrano Italiano. Un’improvviso crollo dell’economia Italiana oppure la sfiducia accordata unilateralmente dalle agenzie di rating Statunitensi all’Italia?spread

Cosa è cambiato tra il 2009 e il 2011 da portare tale improvvisa sfiducia verso la nostra economia sotto la guida Berlusconi, amico di Putin e Gheddafi? E cosa è successo dopo? Il governo Monti, la primavera Nord-Africana e recentemente l’Ucraina… Ma non divaghiamo, non vorrei rovinare la festa a chi sta ancora celebrando l’arrivo di Monti, Letta, Renzi, eccetera eccetera.

In ogni caso, nei termini posti sopra, il Debito Sovrano è intrinsecamente un indicatore negativo perché tanto esso è maggiore, tanto maggiore è il rischio di solvibilità dello Stato. Nella figura in basso appare evidente che la maggior parte del disavanzo di bilancio (Entrate-Spese dello Stato) è stato accumulato tra gli anni ’70 e gli anni ’90, gli anni in cui si è “pompato” sul welfare (e quindi spesa pubblica) compensando, non completamente, con l’aumento progressivo delle entrate (soprattutto tassazione, ma anche entrate da servizi pubblici e svendite). Dagli anni 90 si è bloccata la spesa in welfare (in particolare con la prima vera riforma delle pensioni) proseguendo con l’incremento delle entrate, determinando un trend “virtuoso” di avanzo di bilancio che tutto sommato dura fino ad oggi, sebbene con risultati sempre meno evidenti, perché ormai la tassazione ha raggiunto livelli di saturazione e quindi ulteriori risultati “positivi” possono essere conseguiti solo con la bufala della lotta all’evasione o con la svendita reale dei beni pubblici.

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Gli spazi di “risanamento”, di avanzo primario sono di fatto nulli, mentre gli interessi passivi sul Debito Sovrano non hanno limite; la combinazione delle due cose ha portato il Debito Sovrano ai massimi storici, in particolare ai suoi massimi storici in rapporto al PIL, grazie anche alla recessione innescata dalla scellerata politica di austerity. E’ interessante notare che il rapporto Debito/PIL nel 2011 era pari a quello di inizio anni ’90, ma le condizioni economiche e sociali di oggi sono nettamente peggiori di quelle di venti anni fa; a dimostrazione che né il Debito né il rapporto Debito/PIL sono indicatori dello stato economico e sociale di un Paese.debito_pubblico_italiano_copia

A questo punto dovrebbe essere chiaro che il Debito Sovrano è sicuramente qualcosa di non “commendevole” ma non necessariamente metro di valutazione dello stato dell’economia. Più significativo è sicuramente il rapporto Debito/PIL che esprime meglio il grado di solvibilità dello Stato. Ma anche questo indicatore non ci dice nulla sullo stato dell’economia e del benessere sociale. Perché? Perché il livello di Debito Sovrano esprime solo la misura in cui i privati si sono assunti un rischio di lungo termine in cambio di un ritorno di medio-breve termine e uno Stato Sovrano può sempre decidere di non pagare e quindi cancellare, in toto o in parte, con un tratto di penna, i propri debiti. Così come chi investe in borsa in un’azienda ad alto rischio/rendimento accetta la possibilità di perdere il proprio investimento. Ciò significa fare default (fallire). Analogamente “fallire”, per uno Stato Sovrano, significa non pagare i debiti ai creditori. Ovviamente ciò non può avvenire senza ripercussioni, soprattutto di breve-medio termine; ripercussioni tanto più gestibili quanto più sussista la sovranità Nazionale (in termini di politica sociale, produttiva e valutaria), e questo non è più il caso dell’Italia.

Ma c’è un motivo più profondo, più sostanziale per cui il Debito Sovrano, da solo, non dice nulla riguardo lo stato dell’economia di un Paese. Il Debito Sovrano nelle economie di libero scambio basate sul libero scambio di beni e titoli monetari è naturale, inevitabile, e cresce col tempo (se avete letto i precedenti articoli “Lezioni di debito” il perché dovrebbe essere chiaro). Il Debito Sovrano è piuttosto la misura, non dell’impoverimento di un Paese, ma del trasferimento della ricchezza dalla quasi totalità della popolazione ad una minoranza di creditori. E quanto più l’elite dei creditori è in grado di controllare la fiducia al debito Sovrano, tanto più è in grado di aumentare il rendimento del proprio credito (spread) o trasformarlo, all’uopo, da credito valutario (nominale, virtuale) in beni materiali (cartolarizzazioni). Per questo motivo è essenziale all’elite finanziaria (di base soprattutto a Wall Street) poter governare il mercato valutario; e per questo motivo la politica di sviluppo economico dei Paesi in via di sviluppo passa sempre per l’incentivo all’indebitamento dello Stato Sovrano (leggete “Confessioni di un sicario dell’economia” di J. Perkins per capire come funziona il meccanismo).
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Tanto più l’economia è sviluppata (OECD), e tanto più l’economia è quella del libero mercato (WTO), e tanto più l’economia è targata NATO, tanto maggiore è il livello di indebitamento rispetto al PIL (GDP). E non è straordinario tutto ciò?

E a questo punto dovrebbe essere chiara anche la risposta alla domanda delle domande? Ma tutti questi Paesi a chi devono questi “soldi”?

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La figura sopra, aggiornata al 2012, ci dice che il Debito Sovrano Globale del Mondo è di circa 50 mila miliardi di dollari. Il Debito Sovrano non è un debito tra Stati, altrimenti la sommatoria dei Debiti/Crediti, dovrebbe fare ZERO, perché per ogni debito c’è, ovviamente, un credito equivalente.

Quindi la risposta è ovvia. Tutti gli Stati sono debitori; debitori di privati cittadini ed istituzioni, in particolare di pochi individui ed istituzioni.

Inutile dire che l’elite di questi creditori, sono proprio gli stessi azionisti delle Istituzioni finanziarie globali che determinano la politica valutaria (tramite il controllo delle Banche Centrali e degli Istituti di rating) dei Paesi aderenti al mercato del libero scambio. Questa è in sostanza la logica del Nuovo Ordine Mondiale.

Il gioco del Debito Sovrano, è il meccanismo dell’usura: il Paese in via di sviluppo, con basso tasso di consumo e con basso rapporto Debito/PIL, diviene un Paese ad alto livello di consumo e alto rapporto Debito/PIL. A questo punto gli interessi passivi sul debito diventano così alti da superare gli avanzi di bilancio. I compratori del debito sono gli stessi che stabiliscono la fiducia, di conseguenza lo spread e quindi il tasso d’interesse sui titoli emessi dallo Stato, trasformando quest’ultimo da tasso d’interesse semplice in tasso d’interesse composto, l’usura appunto. La spirale di incremento del debito è tale per cui è tecnicamente impossibile uscirne per lo Stato, a meno di default.

Quando i creditori (o usurai) globali vedono massimizzato il loro ritorno in termini di interessi e/o posto a rischio il loro credito esigibile, allora cercano la conversione del credito in beni materiali. In Europa tale meccanismo di conversione per adesso si è chiamato austerity, per evitare che gli Stati Sovrani escano fuori dall’usura con quanto è in loro diritto; il fallimento.

Alla prossima.

L’8 Marzo, io sto con le mimose

E’ che gli uomini proprio non capiscono, so’ de coccio, dicono dalle mie parti.

Ogni anno, il 25 Novembre, gli si ricorda la loro natura violenta, ma loro fanno finta di non capire. Eppure gliel’hanno scritto bene bene, nella Convenzione di Istanbul. Ma niente! E’ proprio vero che non c’è peggior sordo e cieco, di chi non vuol sentire e vedere.

E così in Primavera, tocca ritornare sull’argomento, perché reptetita iuvant.

E questo 8 Marzo gli ricordiamo che guadagnano troppo, guarda un po’! Si chiama Gender Pay Gap. Si, guadagnate troppo, troppo, troppissimo, almeno rispetto all’altra metà del cielo. E che metà, la metà più limpida.

E non accampate per favore la solita scusa che il guadagno si porta a beneficio dell’intero nucleo famigliare. Quello non è sacrificio, ma oppressione patriarcale. Imparate dalle donne, loro mica se lo prendono un poveraccio per poi opprimerlo. Loro, piuttosto che opprimere, si fanno opprimere.

Guadagnate troppo, cari, e ciò non è surplus per la famiglia; è maltolto all’uguaglianza! Verrebbe di darvi dei “ladri”, ma ancora i tempi non sono maturi, forse alla prossima Convenzione…

Come dite? E’ solo poco di più. Vi pare poco? Guardate che mica si scherza, eh? O vi date una regolata, o vi abbassiamo lo stipendio, e facciamo una bella uguaglianza d’ufficio. Ma guardate, guardate piuttosto cosa siete capaci di fare pur di poter opprimere.ore

E tutto pur di non fare lavori domestici; vi nascondete nell’ufficio, e poi tornate nella casa bella e linda. E opprimete, ovvio.assenzeC’avete messo le tende sul luogo di lavoro. Ma gli volete dare una mano a ‘ste poverette? Datevi il cambio, è così difficile da capire?straordinari

E invece no, pure gli straordinari pur di opprimere. Ci morireste sul posto di lavoro pur di pompare il divario salariale di genere. Mica scherzo, siete malati! Io mica me li invento i dati, me li ha dati l’ISTAT!

Speriamo abbiano capito, ‘sti capoccioni. Comunque sia, care donne, io c’ho provato. E se non capiscono, non vi preoccupate tornerò sull’argomento, perché repetita iuvant.

Per finire, per voi, o metà del cielo, la metà più limpida ovviamente, la stratosfera, il mio personale omaggio, musicato, a questa “vostra” giornata. Da parte mia, ma anche di mio padre e di mio nonno, perché so che loro approvano, dall’alto, o dal basso, a seconda dei punti di vista.

Una sola cortesia vi chiedo, carissime. Care signore, perché continuare con questo vetusto rito floreale? Lasciatele stare queste mimose, non vi piace forse la loro chioma?

D’accordo quindi? Affare fatto? Dal prossimo anno le lasciamo stare queste mimose, vero? A loro le beghe di genere non interessano, e non sono sole.

Io sto con le mimose.

Misteri di “genere”

Ebbene sì, siamo quasi alla vigilia del “mimosicidio”. Ennesimo giro di boa e sarà ennesimo delirio “di genere”.

“Genere”, una parola un mistero. Sinonimo di “sesso”, uomo o donna, quando fa comodo ovviamente, per parlare della differenza salariale media tra uomini e donne, il “gender gap”. Meno comoda la parola quando si dovrebbe parlare di “education gap”, di morti sul lavoro, di suicidi, di divorzi, di senza-tetto, eccetera eccetera.

Sì, una parola strana, questo “genere”. Una parola che da sinonimo di sesso, può divenire sinonimo di uno specifico sesso, quello maschile, quando si parla di violenza di genere. Che strana parola, davvero. Sinonimo sia del concetto di sesso che di una sua istanza. Come dire che la “tinta” indica il concetto di “colore” ma significa anche il “blu”. Mah!

E la stessa parola, come per magia, può anche perdere completamente significato, quando il significato binario uomo/donna diviene troppo stretto; e sì, perché allora i generi si moltiplicano, 4, 5, 6, 30. Ma i sessi no, loro rimangono in due.

Il genere sinonimo del sesso, di un sesso, o di nessun sesso. Uno e trino.

Mistero.

Perché questo genere, è impalpabile, come l’aria, c’è ma non si vede. Ma l’aria la senti quando tira vento, quando sferza la tramontana, eccome se la senti. E così pure il genere, c’è e non c’è. Dipende. E come l’aria, non lo vedi ma lo respiri. Hai voglia a trattenere il fiato, prima o poi prendi fiato e te fai una bella boccata.

Che poi daje e daje, dà alla testa questo genere. E sì, altrimenti non si spiega…MisteroRookford

Non si spiega cosa, direte voi? Beh, forse è colpa mia, lacune di genere ovviamente, ma io ‘ste donne non le capisco proprio.

Le vedi un giorno sì e l’altro pure, a lamentarsi dell’oziosità degli uomini ad adempiere i compiti domestici, eppure disperate di trovarne uno per tutta la vita.

A sfilare la mattina con le scarpette rosse tirate a lucido per scongiurare la violenza “maschile”, e la sera in discoteca a cercare il carnefice.

A urlare la propria libertà di costumi, e poi inveire contro l’oggettificazione.

A inveire contro gli stereotipi delle favole, e a cercare per una vita il principe azzurrro.

A richiedere una paternità più attiva, e a buttar fuori i padri come fossero immondizia.

A rivendicare la supremazia accademica, e a lamentarsi di non trovare compagni adeguatamente acculturati.

A cercare il buon partito all’ultimo scoccare dell’orologio biologico, e non trovarlo…perché da tempo che è partito.

Misteri.

LEZIONI DI DEBITO PUBBLICO, PARTE 4: “Banche e tassi d’interesse”

Vale la pena di spendere qualche parola sulle banche. Non conosco una persona che non le odi, a parte chi ci lavora. In realtà l’avversione indiscriminata alle banche è controproducente, perché ci sono banche e banche.

Cos’è una banca? Una banca è un istituto giuridico che fa due cose principali; custodisce i depositi e presta valuta. Ovviamente oltre a ciò eroga altri servizi accessori (servizi di pagamento, piattaforme di trading, eccetera), ma questi sono i due compiti principali.

Per quanto riguarda la funzione di custodia dei depositi, la banca può richiedere il pagamento del servizio, nulla, oppure riconoscere un tasso d’interesse al cliente. Maggiore è il tasso d’interesse riconosciuto al cliente, maggiore l’utilizzo della banca dei soldi custoditi per adempiere la seconda funzione, il prestito. Quando il tasso d’interesse riconosciuto al cliente scende, significa che la banca può reperire altrove e a più buon mercato (Banca Centrale)  il denaro da dare in prestito (ad aziende o individui).

La seconda funzione è quella che ci interessa di più in questo contesto, quella del prestito di valuta. E’ un mestiere antico, legato non necessariamente al capitalismo, ma nativamente all’economia di mercato. Le aziende hanno necessità di liquidità per fare fronte ad investimenti (soprattutto in fase di start-up) o per saldare debiti. E il ciclo economico di un’azienda tipicamente prevede dei costi che anticipano i proventi, quindi la situazione di debito è assolutamente naturale. Questo concetto vale anche per l’Azienda-Stato, e questo in generale ci dovrebbe dire che il debito da solo non è indicatore di dissesto economico. Le banche prestano la valuta di cui hanno disponibilità; la disponibilità può venire da parte dei depositi, da strumenti finanziari fatti sottoscrivere a privati, da attività accessorie che realizzano proventi (in particolare immobili) oppure la disponibilità può arrivare da valuta a sua volta emessa dal prestatore ultimo, la Banca Centrale.

La Banca Centrale emette valuta e decide il tasso d’interesse centrale, cioè profitto che intende avere sul denaro prestato alle banche. Le banche a loro volta riprestano il denaro sul mercato ad un interesse maggiore garantendo la loro solvibilità verso la Banca Centrale e il loro profitto. Tanto più è rischioso il prestito da parte della Banca locale verso l’impresa/privato, tanto maggiore sarà il tasso d’interesse applicato, e questo è ovvio. Ma è interessante notare che lo stesso ragionamento dovrebbe farlo la Banca Centrale; poiché la Banca Centrale non può applicare tassi d’interesse differenti alle banche, si fa ancora più importante la necessità della Banca Centrale di sorvegliare le Banche e di stabilire per queste ultime delle norme di stabilità che garantiscano la solvibilità, cioè che garantiscano che la valuta emessa dalla Banca Centrale sia restituita e possibilmente con gli interessi.forex-dollaro-usa-usd-gold-rublo-banca-centrale-russia-borse.it_

Attraverso il tasso d’interesse centrale, la Banca Centrale può regolare importanti aspetti dello sviluppo economico. Ad esempio negli ultimi anni la BCE ha portato vicino allo zero il tasso d’interesse, per quale motivo? Per stimolare la ripresa attraverso prestiti più “convenienti” e soprattutto meno rischiosi, perché? Il motivo è semplice, anche se spesso economisti-soloni fanno di tutto per non farlo capire. Se il tasso d’interesse scende, le banche locali possono prendere valuta a più buon mercato dalla banca centrale e prestarlo a interessi più convenienti all’impresa. In parallelo la disponibilità di valuta a basso interesse, porta le banche ad abbassare gli interessi riconosciuti sui depositi, perché le banche ne hanno meno necessità. Ma non solo questo. Il fatto che il tasso d’interesse sui depositi sia basso induce i piccoli risparmiatori a smobilitare la propria liquidità ed investirla in strumenti finanziari a maggiore rischio, di fatto prestando i propri risparmi al mercato. Si ottiene quindi una doppia leva di incentivo all’impresa.

Questo ovviamente funziona almeno in teoria. Perché in economia il condizionale è d’obbligo. Sebbene il meccanismo suddetto sia valido nella maggior parte dei casi, negli ultimi anni (dall’austerity 2011) in Europa non sta funzionando, e la liquidità generata non sta andando alle imprese Europee nella misura attesa. Questo aspetto era la perplessità di fondo sollevata dalla Bundesbank alla BCE relativamente all’idea di lanciare un Quantitative Easing in Europa sullo stile di quanto fatto dalla FED negli USA. La situazione dell’economia reale Europea (in particolare del Sud Europa) è di grande sfiducia per via della competizione globale e del fatto che un Euro sopravvalutato nuoce all’export, soprattutto di quei Paesi che hanno prodotti a minor valore aggiunto. Ad oggi quindi la liquidità non ha funzionato perché, al solito, fare una politica valutaria unica per Paesi differenti non può funzionare. Di conseguenza la liquidità generata, ad oggi, ha finanziato altri mercati. E questo è il dubbio che permane sulla politica di Quantitive Easing che sta per partire, del valore di oltre 1000 miliardi di EURO l’anno. Un effetto è stato ottenuto, quello di svalutare l’Euro, staremo a vedere se la liquidità generata andrà alle imprese Europee, e a quali Paesi.

Vale la pena, in chiusura, ricordare che le Banche Centrali (ivi inclusa quella Europea) sono controllate direttamente o indirettamente da banche (e relativi azionisti) privati. Se questo fatto era un problema relativo per la Banca d’Italia per il particolare statuto che vige in Italia, il problema si fa differente quando ci si sposta a livello sovranazionale e si passa a livello di BCE, dove entrano in campo gli interessi di altri giganti della finanza e di magnati dell’economia con capitali superiori al PIL di nazioni di primaria importanza.

Vale la pena ricordare che la FED è controllata dai Rothschild, dai Lehman Brothers, dai Goldman Sachs, dai J.P. Morgan, gli stessi che hanno portato alla crisi del 2008 e che da tale crisi sono usciti ancora più ricchi grazie alle politiche che hanno “suggerito” alla FED. Tali portatori di interesse sono gli stessi, gli stessi, che danno il rating (la fiducia) al debito sovrano degli stati Europei, determinandone il famoso “spread” in grado di far mancare la liquidità quando la politica economica del Paese in questione non è gradita. Così è stato con l’avvento di Monti e il lancio dell’austerity.

Alla prossima.