LEZIONI DI DEBITO PUBBLICO, PARTE 3: “LA POLITICA MONETARIA”

La sovranità valutaria è una delle prerogative più importanti di uno Stato, perché essa non serve solo a determinare il denaro circolante, ma serve soprattutto a velocizzare o rallentare lo sviluppo economico, il livello dei prezzi al consumo, e ad effettuare perequazioni del livello di ricchezza. E l’importanza delle politiche valutarie è tanto maggiore quanto maggiore è il livello di integrazione di un Paese nel mercato del libero scambio.

Politica monetaria nello statalismo assoluto ed autartico

Iniziamo con l’immaginare un Paese Utopico in cui sussista un Comunismo reale (assoluto), stile sovietico, completamente autarchico. Non certo la Cina che di comunismo ha ormai poco. In tale Paese l’unico datore di lavoro è lo Stato, che detiene la sovranità monetaria, che regola i costi di produzione, i prezzi, e i redditi dei cittadini. In tale Paese ovviamente non esiste l’impresa privata. Tale Paese è completamente autosufficiente e quindi non scambia né persone né beni con l’estero; il cambio della valuta non è necessario. In tale contesto la valuta serve solo per la compravendita; la ricchezza dei cittadini è regolata direttamente dallo Stato che alza o abbassa i redditi emettendo arbitrariamente valuta; laddove il costo della produzione si alzi e quindi il prezzo del prodotto tenda ad alzarsi, lo Stato può ovviamente decidere di sovvenzionare il produttore oppure fronteggiare la crescita inflattiva aumentando i redditi dei lavoratori, cioè emettendo moneta. I livello di sussistenza come pure il contrasto alle sperequazioni è garantito dallo Stato; il risparmio individuale è ovviamente minimo, come pure i debiti privati. Analogamente, non ha senso il debito pubblico: chi mai potrebbe comprare il debito, e perché mai dovrebbe lo Stato emettere debito se il bilancio è intrinsecamente sempre in pareggio?1917petrogradsoviet_assembly

Il Paese di cui sopra è ovviamente utopico, anche se assomiglia molto all’Unione Sovietica degli anni ’50 e ’60. Ciò dovrebbe anche spiegare anche perché dopo il crollo del Muro di Berlino, i Paesi del mondo comunista si sono trovati tutti poveri, ed arretrati, ma senza debito pubblico. In breve, in tale situazione di Statalismo assoluto, senza impresa privata, con un Paese completamente autarchico e isolato da un punto di vista commerciale, la politica monetaria (valutaria) ha il solo scopo di regolare gli scambi interni, mitigare le sperequazioni e ridistribuire la ricchezza con la politica dei redditi e sovvenzioni dirette.

Adesso immaginiamo che il Paese suddetto si apra leggermente ai mercati e permetta un certo limitato scambio di persone e beni con l’estero; scambi limitati e contingentati, senza aderire ad accordi di libero scambio. La situazione sostanzialmente non cambia nel Paese Utopico di cui sopra, tranne, ovviamente, la necessità di avere un cambio valuta. La necessità di convertire la propria valuta con quella estera porta lo Stato a dover garantire “il valore” della propria valuta, ad approvvigionarsi di adeguate riserve (tipicamente auree, ma anche riserve di valuta estera), anche perché per il Paese siffatto l’ipotesi di garantire il valore della moneta con la cessione di beni pubblici è impensabile, tanto più verso creditori esteri. L’apertura parziale ai mercati non crea grossi problemi di programmazione e controllo del bilancio fin tanto che gli scambi esteri sono piccoli e la bilancia commerciale è più o meno in equilibrio; con scambi contingentati, infatti, la necessità di riserve è relativamente contenuta.

In definitiva, la politica valutaria del nostro utopico Paese ora non serve più solo a regolare redditi e prezzi del mercato interno, ma anche a rendere possibili i pur limitati scambi di beni e persone.

Politica monetaria in economia di mercato moderatamente aperta

Immaginiamo che questo benedetto Paese rinunci all’autarchia e svolti verso un’economia che ammetta l’impresa privata, ma continui ad avere un controllo serio dell’export/import, con contingentamenti e dazi. Ci si trova così di fronte ad un Paese con un’economia fondamentalmente interna (con scambi commerciali esteri piccoli rispetto a quelli interni) e abbastanza bilanciata in termini di pubblico e privato. Ovviamente in questo caso i prezzi alla produzione e al consumo sono regolati sempre più dal rapporto domanda/offerta. Lo Stato può regolare direttamente i redditi dei dipendenti pubblici e anche il costo di alcuni beni, ma l’intervento sul costo di beni/servizi privati è limitato (sovvenzioni o aiuti di stato in specifici settori) e l’intervento sui redditi elargiti da imprese private può avvenire solo con strumenti indiretti quali detassazioni o concertazioni Sindacato-Confederazione di categoria-Stato, di solito a livello nazionale (scala mobile). In parallelo inizia a crescere il ruolo delle banche come prestatori di denaro; la liquidità prestata alle aziende origina soprattutto dalla mobilitazione dei depositi bancari e via via in modo crescente da valuta presa in prestito dalla Banca Centrale.

Ovviamente l’impresa privata porta disparità economiche e sperequazioni difficilmente evitabili. Questo scenario assomiglia all’Italia (e qualche altro paese europeo) del dopoguerra fino agli anni ’70. In questo “nuovo” Paese, moderatamente aperto, la politica monetaria come strumento di regolazione dei cambi rimane sostanzialmente invariata rispetto al Paese semi-autarchico (almeno fintanto che l’import/export non cresca significativamente); ma le cose cambiano in termini di gestione dei redditi e consumi interni; il mercato privato, infatti, favorisce la forbice economica e (a meno di recessioni) l’aumento dei prezzi; lo Stato può decidere, nei periodi di crescita economia, di aumentare il reddito dei dipendenti pubblici (gonfiando il bilancio) e dei lavoratori del privato (con altri strumenti quali l’indicizzazione dei redditi). Il sistema, che che nel Paese Utopico era basato su una quasi perfetta corrispondenza tra preventivo e consuntivo di bilancio, inizia però a scricchiolare, e la politica valutaria deve diventare più attiva. In presenza di mercato libero, la dinamica dei consumi marcia molto più velocemente dell’azione pubblica e la compensazione delle disparità economiche diviene una spirale; ad ogni ciclo, le differenze reddituali determinano una negoziazione per aumentare i redditi più bassi al successivo ciclo. Inevitabilmente ciò comporta una tassazione crescente dell’azione privata per compensare le politiche di immissione di moneta tendenzialmente svalutative ed inflazonistiche. I redditi più bassi in salgono e crescono i depositi privati soprattutto delle classi medio-alte.supermercato-internazionale-460x200

Politica monetaria senza frontiere

Al decrescere del tasso di sviluppo può succedere (e tipicamente succede per convenienza elettorale) che lo Stato decida di continuare a sostenere i consumi interni ed aumentare l’export con misure svalutative della moneta; ciò implica, quasi sempre, l’aumento del circolante (e dell’inflazione) ad un ritmo superiore alla crescita economica; la tassazione diviene insufficiente per sanare il bilancio e il disavanzo viene coperto con l’emissione di titoli di debito sottoscritti, soprattutto inizialmente, dai risparmiatori del Paese stesso. Si innesca il meccanismo per cui la politica monetaria di sostegno al reddito (e ai consumi) determina l’emissione di debito pubblico, debito quasi integralmente interno. Questo è più o meno lo scenario dell’Italia dagli anni ’80.

A questo punto immaginiamo che il Paese, per qualche strano motivo, decida di aderire completamente, anche in assenza di reali prospettive di crescita economica di lungo termine, all’ideologia del libero mercato e del libero flusso dei capitali, ivi inclusi, ovviamente, i titoli di debito. La conseguenza, per certi versi ovvia, è che, in assenza di compressione del bilancio e in assenza di un po’ di sana autarchia, le politiche valutarie di sostegno al reddito o alle esportazioni finiscono con l’aumentare il disavanzo di bilancio e rendere il debito pubblico sempre più grande e sempre più estero. Questo è più o meno lo scenario dell’Italia ’90.globalizzazione-1

Politica monetaria senza sovranità

Mettiamo ora che il Paese, in piena globalizzazione, decida di bloccare il cambio della propria valuta e quindi di centralizzare a livello sovranazionale la Banca Centrale, privandosi della possibilità di svalutare la propria moneta, si sia in presenza di un debito pubblico che si autoalimenta per interessi passivi e si sia in concomitanza con il ristagno dell’economia; bene, ovviamente le politiche di sostegno al reddito divengono ancora più onerose con una moneta forte (perché in termini assoluti implicano maggiori riserve e aggravi di bilancio), le politiche di sostegno all’export sono impossibili, la forbice economica si accentua (rendite di posizione) ed il debito pubblico diviene sempre più estero perché diminuiscono i potenziali risparmiatori interni (nazionali). Tendendo a diminuire la capacità di risparmio individuale, le banche devono far sempre più leva sul prestito di denaro da parte della Banca Centrale che vede così sempre più incrementare il suo ruolo di prestatore ultimo di valuta (di qui il ruolo sempre più rilevante del tasso d’interesse centrale).

In poche parole la politica monetaria nazionale, senza possibilità di determinare il tasso di cambio e tasso d’interesse, diviene pura Zecca, cioè stampa delle banconote. E il Paese una nave in mare aperto senza timone; se nelle stive è esploso l’incendio del debito o le paratie imbarcano ondate di recessione non rimarrà che rimanere in balia delle onde agitate del mercato fino al naufragio. Questa è la situazione attuale dei Paesi in zona Euro sotto l’egida della BCE.

In sintesi…

…la politica valutaria è uno strumento fondamentale in termini di sovranità di una nazione, di importanza primaria soprattutto in economie apertesi alla Globalizzazione. Con la politica giusta si possono fare cose pregevoli, con la politica errata si possono fare disastri; si può ostacolare o favorire l’inflazione, rivalutare o svalutare il denaro, favorire le esportazioni o svalutare il debito come, pure attenuare le differenze economiche. In ogni caso ogni politica valutaria ha senso in uno specifico contesto di sviluppo sociale-economico, e deve essere agganciata a politiche di bilancio, sociali e produttive coerenti. E per tale motivo non può esistere una politica monetaria unica per differenti Paesi, in particolare se in competizione economica.

Qualsiasi politica valutaria da sola non serve, ma senza di essa un Paese nulla può.

Alla prossima.

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