LEZIONI DI DEBITO PUBBLICO, PARTE 3: “LA POLITICA MONETARIA”

La sovranità valutaria è una delle prerogative più importanti di uno Stato, perché essa non serve solo a determinare il denaro circolante, ma serve soprattutto a velocizzare o rallentare lo sviluppo economico, il livello dei prezzi al consumo, e ad effettuare perequazioni del livello di ricchezza. E l’importanza delle politiche valutarie è tanto maggiore quanto maggiore è il livello di integrazione di un Paese nel mercato del libero scambio.

Politica monetaria nello statalismo assoluto ed autartico

Iniziamo con l’immaginare un Paese Utopico in cui sussista un Comunismo reale (assoluto), stile sovietico, completamente autarchico. Non certo la Cina che di comunismo ha ormai poco. In tale Paese l’unico datore di lavoro è lo Stato, che detiene la sovranità monetaria, che regola i costi di produzione, i prezzi, e i redditi dei cittadini. In tale Paese ovviamente non esiste l’impresa privata. Tale Paese è completamente autosufficiente e quindi non scambia né persone né beni con l’estero; il cambio della valuta non è necessario. In tale contesto la valuta serve solo per la compravendita; la ricchezza dei cittadini è regolata direttamente dallo Stato che alza o abbassa i redditi emettendo arbitrariamente valuta; laddove il costo della produzione si alzi e quindi il prezzo del prodotto tenda ad alzarsi, lo Stato può ovviamente decidere di sovvenzionare il produttore oppure fronteggiare la crescita inflattiva aumentando i redditi dei lavoratori, cioè emettendo moneta. I livello di sussistenza come pure il contrasto alle sperequazioni è garantito dallo Stato; il risparmio individuale è ovviamente minimo, come pure i debiti privati. Analogamente, non ha senso il debito pubblico: chi mai potrebbe comprare il debito, e perché mai dovrebbe lo Stato emettere debito se il bilancio è intrinsecamente sempre in pareggio?1917petrogradsoviet_assembly

Il Paese di cui sopra è ovviamente utopico, anche se assomiglia molto all’Unione Sovietica degli anni ’50 e ’60. Ciò dovrebbe anche spiegare anche perché dopo il crollo del Muro di Berlino, i Paesi del mondo comunista si sono trovati tutti poveri, ed arretrati, ma senza debito pubblico. In breve, in tale situazione di Statalismo assoluto, senza impresa privata, con un Paese completamente autarchico e isolato da un punto di vista commerciale, la politica monetaria (valutaria) ha il solo scopo di regolare gli scambi interni, mitigare le sperequazioni e ridistribuire la ricchezza con la politica dei redditi e sovvenzioni dirette.

Adesso immaginiamo che il Paese suddetto si apra leggermente ai mercati e permetta un certo limitato scambio di persone e beni con l’estero; scambi limitati e contingentati, senza aderire ad accordi di libero scambio. La situazione sostanzialmente non cambia nel Paese Utopico di cui sopra, tranne, ovviamente, la necessità di avere un cambio valuta. La necessità di convertire la propria valuta con quella estera porta lo Stato a dover garantire “il valore” della propria valuta, ad approvvigionarsi di adeguate riserve (tipicamente auree, ma anche riserve di valuta estera), anche perché per il Paese siffatto l’ipotesi di garantire il valore della moneta con la cessione di beni pubblici è impensabile, tanto più verso creditori esteri. L’apertura parziale ai mercati non crea grossi problemi di programmazione e controllo del bilancio fin tanto che gli scambi esteri sono piccoli e la bilancia commerciale è più o meno in equilibrio; con scambi contingentati, infatti, la necessità di riserve è relativamente contenuta.

In definitiva, la politica valutaria del nostro utopico Paese ora non serve più solo a regolare redditi e prezzi del mercato interno, ma anche a rendere possibili i pur limitati scambi di beni e persone.

Politica monetaria in economia di mercato moderatamente aperta

Immaginiamo che questo benedetto Paese rinunci all’autarchia e svolti verso un’economia che ammetta l’impresa privata, ma continui ad avere un controllo serio dell’export/import, con contingentamenti e dazi. Ci si trova così di fronte ad un Paese con un’economia fondamentalmente interna (con scambi commerciali esteri piccoli rispetto a quelli interni) e abbastanza bilanciata in termini di pubblico e privato. Ovviamente in questo caso i prezzi alla produzione e al consumo sono regolati sempre più dal rapporto domanda/offerta. Lo Stato può regolare direttamente i redditi dei dipendenti pubblici e anche il costo di alcuni beni, ma l’intervento sul costo di beni/servizi privati è limitato (sovvenzioni o aiuti di stato in specifici settori) e l’intervento sui redditi elargiti da imprese private può avvenire solo con strumenti indiretti quali detassazioni o concertazioni Sindacato-Confederazione di categoria-Stato, di solito a livello nazionale (scala mobile). In parallelo inizia a crescere il ruolo delle banche come prestatori di denaro; la liquidità prestata alle aziende origina soprattutto dalla mobilitazione dei depositi bancari e via via in modo crescente da valuta presa in prestito dalla Banca Centrale.

Ovviamente l’impresa privata porta disparità economiche e sperequazioni difficilmente evitabili. Questo scenario assomiglia all’Italia (e qualche altro paese europeo) del dopoguerra fino agli anni ’70. In questo “nuovo” Paese, moderatamente aperto, la politica monetaria come strumento di regolazione dei cambi rimane sostanzialmente invariata rispetto al Paese semi-autarchico (almeno fintanto che l’import/export non cresca significativamente); ma le cose cambiano in termini di gestione dei redditi e consumi interni; il mercato privato, infatti, favorisce la forbice economica e (a meno di recessioni) l’aumento dei prezzi; lo Stato può decidere, nei periodi di crescita economia, di aumentare il reddito dei dipendenti pubblici (gonfiando il bilancio) e dei lavoratori del privato (con altri strumenti quali l’indicizzazione dei redditi). Il sistema, che che nel Paese Utopico era basato su una quasi perfetta corrispondenza tra preventivo e consuntivo di bilancio, inizia però a scricchiolare, e la politica valutaria deve diventare più attiva. In presenza di mercato libero, la dinamica dei consumi marcia molto più velocemente dell’azione pubblica e la compensazione delle disparità economiche diviene una spirale; ad ogni ciclo, le differenze reddituali determinano una negoziazione per aumentare i redditi più bassi al successivo ciclo. Inevitabilmente ciò comporta una tassazione crescente dell’azione privata per compensare le politiche di immissione di moneta tendenzialmente svalutative ed inflazonistiche. I redditi più bassi in salgono e crescono i depositi privati soprattutto delle classi medio-alte.supermercato-internazionale-460x200

Politica monetaria senza frontiere

Al decrescere del tasso di sviluppo può succedere (e tipicamente succede per convenienza elettorale) che lo Stato decida di continuare a sostenere i consumi interni ed aumentare l’export con misure svalutative della moneta; ciò implica, quasi sempre, l’aumento del circolante (e dell’inflazione) ad un ritmo superiore alla crescita economica; la tassazione diviene insufficiente per sanare il bilancio e il disavanzo viene coperto con l’emissione di titoli di debito sottoscritti, soprattutto inizialmente, dai risparmiatori del Paese stesso. Si innesca il meccanismo per cui la politica monetaria di sostegno al reddito (e ai consumi) determina l’emissione di debito pubblico, debito quasi integralmente interno. Questo è più o meno lo scenario dell’Italia dagli anni ’80.

A questo punto immaginiamo che il Paese, per qualche strano motivo, decida di aderire completamente, anche in assenza di reali prospettive di crescita economica di lungo termine, all’ideologia del libero mercato e del libero flusso dei capitali, ivi inclusi, ovviamente, i titoli di debito. La conseguenza, per certi versi ovvia, è che, in assenza di compressione del bilancio e in assenza di un po’ di sana autarchia, le politiche valutarie di sostegno al reddito o alle esportazioni finiscono con l’aumentare il disavanzo di bilancio e rendere il debito pubblico sempre più grande e sempre più estero. Questo è più o meno lo scenario dell’Italia ’90.globalizzazione-1

Politica monetaria senza sovranità

Mettiamo ora che il Paese, in piena globalizzazione, decida di bloccare il cambio della propria valuta e quindi di centralizzare a livello sovranazionale la Banca Centrale, privandosi della possibilità di svalutare la propria moneta, si sia in presenza di un debito pubblico che si autoalimenta per interessi passivi e si sia in concomitanza con il ristagno dell’economia; bene, ovviamente le politiche di sostegno al reddito divengono ancora più onerose con una moneta forte (perché in termini assoluti implicano maggiori riserve e aggravi di bilancio), le politiche di sostegno all’export sono impossibili, la forbice economica si accentua (rendite di posizione) ed il debito pubblico diviene sempre più estero perché diminuiscono i potenziali risparmiatori interni (nazionali). Tendendo a diminuire la capacità di risparmio individuale, le banche devono far sempre più leva sul prestito di denaro da parte della Banca Centrale che vede così sempre più incrementare il suo ruolo di prestatore ultimo di valuta (di qui il ruolo sempre più rilevante del tasso d’interesse centrale).

In poche parole la politica monetaria nazionale, senza possibilità di determinare il tasso di cambio e tasso d’interesse, diviene pura Zecca, cioè stampa delle banconote. E il Paese una nave in mare aperto senza timone; se nelle stive è esploso l’incendio del debito o le paratie imbarcano ondate di recessione non rimarrà che rimanere in balia delle onde agitate del mercato fino al naufragio. Questa è la situazione attuale dei Paesi in zona Euro sotto l’egida della BCE.

In sintesi…

…la politica valutaria è uno strumento fondamentale in termini di sovranità di una nazione, di importanza primaria soprattutto in economie apertesi alla Globalizzazione. Con la politica giusta si possono fare cose pregevoli, con la politica errata si possono fare disastri; si può ostacolare o favorire l’inflazione, rivalutare o svalutare il denaro, favorire le esportazioni o svalutare il debito come, pure attenuare le differenze economiche. In ogni caso ogni politica valutaria ha senso in uno specifico contesto di sviluppo sociale-economico, e deve essere agganciata a politiche di bilancio, sociali e produttive coerenti. E per tale motivo non può esistere una politica monetaria unica per differenti Paesi, in particolare se in competizione economica.

Qualsiasi politica valutaria da sola non serve, ma senza di essa un Paese nulla può.

Alla prossima.

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LEZIONI DI DEBITO PUBBLICO, PARTE 2: “A proposito di sovranità monetaria”

Come promesso nel precedente post, inizio il mio minicorso sul debito pubblico. Non si può parlare di debito pubblico senza parlare di sovranità monetaria. E per parlare di sovranità monetaria (più propriamente sovranità valutaria) bisogna sapere cos’è la sovranità e cos’è la moneta. Potrebbe sembrarvi una sterile dissertazione enciclopedica, ma non vi preoccupate, non ho alcuna intenzione di inserire voci in Wikipedia. Vi voglio invece presentare una prospettiva su questi due termini/concetti che esposi a due mie amiche; una prospettiva che fu giudicata interessante e per molti aspetti rivelatrice, proprio perché riguardava due apparenti ovvietà, che ovvietà non sono più in un mondo estremamente complesso.

La Moneta, o meglio , la valuta.

I soldi sono oggetti (carta o metallo, banconota o moneta) a cui è attribuito un valore nominale. Un tempo la moneta aveva un valore reale legato alla preziosità del metallo stesso, tipicamente oro o argento. Il valore era oggettivo e legato alla forza lavoro necessaria ad estrarre il metallo stesso; il valore nominale e reale coincidevano. I pezzi di carta erano riservati ai contratti di credito , alle cambiali o assimilati, mentre le monete erano il mezzo di intermediazione di una transazione commerciale. Una volta eliminata la preziosità della moneta, i pezzi di carta hanno assunto la dignità delle monete, divenendo banconote, ed entrambi sono diventati titoli di credito con un valore nominale (valuta). Tale valore nominale è andato via via dissociandosi dal valore reale dei metalli preziosi che la banca emittente poneva in garanzia, ed ha assunto un significato puramente fiduciario, cioè il peso della valuta corrisponde alla fiducia riconosciuta dal mercato valutario alla banca emittente la valuta stessa. Ciò ha comportato il passaggio dal primato dell’economia al primato della finanza.???????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????

Da cosa deriva la fiducia? Dalla solvibilità della banca emittente (autorità monetaria), cioè dalla capacità di rispondere all’esigibilità del credito emesso (valuta), in altri termini di trasformare la valuta in beni materiali, con valore oggettivo. Questo è il motivo principale per cui molti Paesi, tipicamente quelli con cultura tradizionale, conservatrice e famigliare, hanno ingenti riserve auree. Non è stata questa la scelta della banca centrale Statunitense (FED) che ha sganciato completamente il valore del Dollaro dall’oro; il motivo di fondo è semplice ed è legato alla strategia di fare del petrolio, l’oro nero, il bene riserva del dollaro, e da ciò dipende la politica egemonica e imperialista di tale stato; il controllo del petrolio garantisce il valore del dollaro e anche la solvibilità del debito pubblico statunitense. E divenendo quello della valuta un mercato fiduciario, hanno assunto rilievo (direi il primato) le agenzie di rating, ovviamente quasi tutte statunitensi; d’altronde tali agenzie (vedi J.P. Morgan) sono le stesse che controllano la FED, cioè il valore relativo del dollaro. E in tale mercato sono nati strumenti valutari (finanziari) qualificabili come armi offensive e difensive; così recentemente, mentre le agenzie di rating targate US declassavano il debito sovrano Russo, la Cina rivalutava il Rublo in caduta libera con un pesante acquisto di tale valuta dando luogo agli accordi bilaterali Russia-Cina di Credit Swap.

In un tale contesto valutario, la fiducia si misura sulla solvibilità di una Nazione e quindi l’autorità valutaria di quella Nazione, in corrispondenza all’emissione di valuta, dovrebbe emettere titoli di debito, cioè far sottoscrivere a privati ed istituzioni il rischio di solvibilità. Ho usato il condizionale non a caso, ma non mi dilungherò troppo su questo aspetto a cui dedicherò un articolo specifico. I titoli di debito servono a far ricadere il rischio sul privato (nel caso che lo Stato decida di non ripagare il debito emesso) o sulla collettività (nel caso delle cartolarizzazioni).

Sovranità.

Si dice spesso che “il popolo è sovrano”, con ciò alludendo al fatto che il Popolo, inteso nella sua interezza, è artefice del proprio destino, cioè si autodetermina. In realtà così non è, perché in effetti la sovranità appartiene allo Stato, vale a dire alle Istituzioni della Repubblica. L’atto Costituente della nostra Repubblica, la Costituzione, recita all’articolo 1 che “la sovranità appartiene al Popolo….che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“; quindi nei successivi passaggi definisce le norme fondamentali della Repubblica e i suoi organi Istituzionali (cioè l’organizzazione dello Stato). In essenza, la Costituzione non solo ci dice che il popolo non è completamente sovrano, nel senso che l’autodeterminazione è confinata, ma ci dice anche che tale sovranità è delegata allo Stato, cioè è esercitata, tramite delega, dalle Istituzioni.

Lo ripeto; lo Stato non è il Popolo, lo Stato sono le Istituzioni.rep

L’idea diffusa che il Popolo sia sovrano, deriva non solo da un insano ottimismo e dalla lettura superficiale dell’articolo 1 della Costituzione; questa idea deriva dal cortocircuito mentale che facciamo tra Stato e Nazione, cioè Stato=Nazione. Non è così. La Nazione, sostanzialmente, definisce i confini geografici in cui un gruppo di persone si autodefinisce come gruppo omogeneo; la Nazione, quindi, delinea lo status fisico del Popolo. Lo Stato è invece un ente giuridico, amministrativo, che può avere ragione Nazionale, ma anche no… E d’altronde ciò non dovrebbe stupirvi, in quanto la parola “sovranità” deriva appunto da Sovrano, e la Storia ci insegna che i Sovrani sono cosa ben distinta dal popolo (la plebe) e che un Sovrano poteva definire il destino di più popoli, e più nazioni.

In sintesi, la sovranità non appartiene, non è mai appartenuta e mai apparterrà al popolo, né nelle monarchie costituzionali né tanto meno in quelle assolute, e neanche nelle Repubbliche. In condizioni ideali (cioè non di questa Terra) il popolo (Nazione) determina (parzialmente) gli organi dello Stato, tipicamente con strumenti elettorali e referendari, e quindi “ragionevolmente” esercita per delega il proprio volere. Laddove il popolo perda il controllo diretto dello Stato e quindi l'”esercizio” indiretto della sovranità, tipicamente il popolo recupera l’esercizio diretto con la forza.

Venendo quindi ai nostri giorni, e alla “nostra” Europa, i vari trattati susseguitisi, in particolare il Trattato di Lisbona, hanno esternalizzato organi fondamentali dello Stato portandoli fuori dal controllo del popolo Italiano. La labile possibilità pratica di esercitare indirettamente una sovranità parziale, all’interno dei confini costituzionali e nel contesto dello Stato-Nazione, è divenuta così impossibilità tecnica con trattati e Stato sovranazionali. In particolare l’organo esecutivo è divenuta la Commissione Europea (organo non eletto e lascamente influenzata dal vacuo Consiglio Europeo) e l’organo incaricato a definire le politiche valutarie è divenuta la Banca Centrale Europea, un istituto completamente indipendente da Parlamento, Commissione e Consiglio Europeo, e i cui controllori sono le Banche Centrali degli stati membri, cioè gli azionisti di queste ultime.500lire1975bi553

In sintesi…

… le Nazioni aderenti all’area Euro sono soggetti alla politica valutaria della propria valuta da parte di un’autorità extranazionale controllata da aziende private extranazionali; valuta che “valorizza” i titoli di debito Nazionali (cioè che gravano sulle spalle dei cittadini della suddetta Nazione); debito tanto più oneroso quanto più la fiducia accordata alla Nazione (non all’Europa) da autorità exrtanazionali (in particolare Statunitensi) risulta bassa. Chiaro no?

Alla prossima.

Lezioni di debito pubblico, parte 1: “Le basi”

Nelle mie discussioni politiche, di frequente mi capitava di affrontare il tema del debito pubblico. Un’interesse politico coltivato per più di 30 anni che mi ha portato anche a fare una comparsata nel Partito Democratico; vi sono rimasto poco, fino a quando non ho dovuto fare i conti con il fanatismo ideologico neo-progressive e super-paraculist che permea la suddetta associazione ad-tesseram.

Ebbene, in quella e in altre sedi, uno degli argomenti di accanimento è sempre stato il debito pubblico; si partiva dalla sua interpretazione, quindi si cercava di capire la sua origine, si determinavano le sue cause, quindi in contumacia si individuavano i colpevoli (tipicamente Craxi o Berlusconi) per poi passare al vaneggio estatico puro, cioè la ricerca della soluzione. Da questo percorso “lisergico” è scaturita la psicosi collettiva dell’inevitabilità dell’austerity e lo slancio masochistico verso il pareggio in bilancio in Costituzione. Autoincaprettamento economico.

Devo dare atto a pochi, tra cui Bagnai e Borghi, di aver messo in luce, e a tempo debito, la follia del percorso che si imboccava, e spostato il fuoco sulla sovranità monetaria e non sul debito. Tutto inutile, ovviamente. Ahimè le loro competenze e buon senso, poco possono contro un mondo di politici inetti, sebbene abili manipolatori, ed un popolo in stato di ebetismo avanzato.

Il nostro ormai è un popolo che segue la regola del conformismo, che ha sacrificato il sano scetticismo e lo spirito critico sull’altare del quieto vivere; un gregge che rischia di risvegliarsi solo di fronte alla camera di macellazione. Così il debito pubblico perennemente presente anche in tempi di grascia, diviene improvvisamente una mannaia da cui fuggire, con strumenti evidentemente scellerati. E cosa dire dell’inflazione? La crescita dell’inflazione, spauracchio degli economisti da salotto buono, diviene improvvisamente pericolosamente troppo bassa. E nessuno che si chiede; perché era un problema l’inflazione alta ed adesso è drammatica quando è negativa?

Il punto è che né l’inflazione né il debito sono un problema in sé. Sono solo dei numeri che isolatamente non rappresentano assolutamente lo stato di salute né economico né tanto meno sociale di un Paese. Molto più indicativi dello stato di salute sono altri indicatori; la crescita dei nuclei famigliari, il tasso di occupazione, il tasso di alfabetizzazione, la crescita dei depositi, il livello di povertà, il livello d’innovazione industriale, il livello di disparità economica, eccetera. Il punto è che il debito pubblico diviene “eccessivamente alto” quando gli usurai della globalizzazione vedono a rischio i propri prestiti monetari e quindi decidono di trasformarli in beni materiali (cartolarizzazioni); e l’inflazione diviene “eccessivamente bassa” quando gli stessi usurai vedono scendere la propensione alla spesa e di conseguenza all’indebitamento.

L’ignoranza in tema di debito pubblico, e in generale di finanza, è ignoranza diffusa, a livello Europeo, Mondiale. E di questo dobbiamo ringraziare sentitamente la TV in primis. D’altronde la ricchezza dell’1% (0,001 % in realtà) deriva proprio dall’ignoranza della massa. Questo è il principio di funzionamento dell’usura; prima ancora della paura, è l’ignoranza del “cliente” ad arricchire l’usuraio.

Il fatto che un partito di cialtroni come quello di Tsipras, sia arrivato al governo in un Paese allo stremo, non rivendicando sovranità, ma mendicando la clemenza degli usurai, è emblematico del torpore mentale globale.

Ho deciso quindi di dare il mio piccolo contributo, con una serie di piccoli articoli divulgativi, a costruire un po’ d’informazione sul debito pubblico e sul tema della sovranità, utilizzando un linguaggio semplice, non troppo tecnico.

E da buon ingegnere-matematico inizio subito con un bel postulato: “Il nostro debito pubblico attuale è inestinguibile”. Corollario: “Tentare di saldarlo è un suicidio”.

Alla prossima.

Il bluff di Tsipras

Sono un pessimo giocatore di poker, ma so quanto basta di economia e di politica per riconoscere un “bluff” scellerato. Tsipras mi sta simpatico, lo devo ammettere. Non politicamente, perché rappresenta buona parte di quello che ho imparato a disprezzare della Sinistra politica contemporanea; la sua incapacità di attualizzare i valori comunitari, lo spirito di coesione sociale e la lotta alla differenza di classe, senza finire inevitabilmente per minare le fondamenta stessa della società, cioè la famiglia e la patria, rispettivamente il limite interno ed esterno, le cellula e il tessuto che definiscono un gruppo sociale.

Così che la Sinistra finisce, direi sistematicamente, per diventare la camera di risonanza del liberalesimo made in USA. Inevitabilmente il buon programma “de sinistra” deve aprire, cambiare, destrutturare, progredire. Tutto si fa, purché si fugga dai mari agitati della concretezza e si imbocchi l’approdo sicuro della retorica dabbene. Syriza non fa eccezione.

Il Paese è al collasso, con crescente conflitto sociale, con parentesi crescenti di intolleranza etnica? La soluzione, ovvia, è il primo comandamento della nuova religione “left”: “frontiere aperte”. Senza se e senza ma.

La cravatta della Troika stringe sempre di più al collo? La moneta forte e l’assenza di sovranità monetaria massacrano la competitività di un’economia debole? Ci vuole più Europa, cioè, in altri termini, meno Grecia.

Insomma, politicamente non posso avere simpatia politica per Tsipras, semplicemente perché rappresenta la deriva progressista del politicamente corretto, cioè, il nulla assoluto.

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Ma umanamente Tsipras mi sta simpatico. Sembra un improvvisato giovane giocatore d’azzardo seduto al tavolo con tre volponi, BCE, FMI e Commissione Europea, comodamente adagiati su una scala reale “servita”; compari di gioco che hanno sornionamente assistito all’apertura del “vogliamo negoziare le condizioni del debito nell’Euro e nell’Europa”, e visto il successivo rilancio del “non ci servono soldi ma tempo“,  e che ovviamente vorranno poi “vedere” il bluff del novello Leonida.

Trattasi di una mano “a tre col morto“. Una mano persa in partenza, ma Tsipras non si preoccupi; i tre compari magnanimamente faranno ulteriore credito e concederanno ulteriore tempo, così che la Grecia possa continuare a giocare all’infinito. Perché così funziona; l’usuraio non ha interesse a far fuori il cliente, né a riavere tutti i soldi prestati. L’usuraio ha un solo interesse; quello che il debito sia inestinguibile e che il “cliente”, nell’inutile rincorsa al saldo, sia costretto a cartolarizzare tutti i beni di famiglia, pardon, nazionali.

A meno che, a meno che, Tsipras non cambi tavolo da gioco con l’uscita dall’Euro e ritorni alla sovranità nazionale, dia luogo ad un piano di bail-out, e magari accetti le lusinghe di Eurasia. Insomma, con meno Europa. Cioè faccia esattamente l’opposto degli slogan elettorali.

Che vada in un modo o nell’altro, sarà comunque una debacle politica.